Morte di George Floyd, le proteste arrivano in Europa

epa08455867 Supporters of the Black Lives Matter movement hold placards and banners to protest against the police brutality in the US following the death of George Floyd, in front of the US Embassy to Germany in Berlin, Germany, 31 May 2020. A bystander's video posted online on 25 May appeared to show George Floyd, 46, pleading with arresting officers that he couldn't breathe as an officer knelt on his neck, in Minnesota, USA. The unarmed black man later died in police custody. EPA-EFE/MICHELE TANTUSSI

Berlino / Londra (EuroEFE) .- Le manifestazioni di protesta per l’uccisone dell’afroamericano George Floyd per mano di un agente lunedì scorso a Minneapolis, hanno raggiunto anche l’Europa. Da Berlino a Londra migliaia di persone si sono unite al movimento per condannare la violenza della polizia contro gli afroamericani.

A Berlino domenica 31 maggio i manifestanti sono scesi in strada per il secondo giorno consecutivo, in particolare nel quartiere multietnico di Neukölln, dove un migliaio di persone si sono radunate per chiedere giustizia per George Floyd. I manifestanti hanno esposto ritratti di Floyd e manifesti che denunciavano la brutalità della polizia contro la popolazione nera. La manifestazione è nata in modo spontaneo sui social e si è svolta in modo pacifico, senza tensioni. Il 30 maggio circa duemila persone si erano radunate davanti all’ambasciata americana a Berlino, con manifesti e cartelli di denuncia, secondo la polizia nel corso della protesta sono sempre state rispettate le regole di distanziamento sociale imposte dal coronavirus.

Proteste anche in Bundesliga e nel Regno Unito

Domenica pomeriggio le proteste hanno raggiunto anche la Bundesliga dove Jadon Sancho, un attaccante inglese del Borussia Dortmund, dopo aver celebrato il primo dei goal segnati contro Paderborn, ha alzato la maglietta mostrandone un’altra con la scritta “Giustizia per George”. Anche l’attaccante francese del Borussia Mönchengladbach, Marcus Thuram, dopo il primo gol contro l’Unione di Berlino si è inginocchiato a terra con la testa abbassata, imitando il gesto fatto dal giocatore di football americano Colin Kaepernik, durante l’esecuzione dell’inno americano, per protestare contro la violenza della polizia contro i neri.

Le manifestazioni in Germania hanno avuto una grande partecipazione, malgrado le restrizioni ancora in vigore a causa della pandemia. E in vari punti della capitale tedesca, sono comparsi dei graffiti con l’immagine di Floyd.

Anche a Londra, domenica 31 maggio, migliaia di persone hanno manifestato per protestare contro la brutale uccisione di Floyd, che ha scatenato disordini e proteste negli Stati Uniti. I manifestanti hanno percorso Whitehall Avenue, nel centro della capitale britannica, oltrepassando il Palazzo di Westminster, sede del Parlamento, e infine si sono radunati nelle vicinanze dell’Ambasciata degli Stati Uniti. Durante la manifestazione hanno cantato slogan come Black lives matter, una frase che è stata ripetuta per anni negli Stati Uniti al fine di denunciare la violenza della polizia contro la comunità afroamericana, e “Dite il suo nome: George Floyd”. Il traffico è stato interrotto in vari punti lungo il percorso e in varie occasioni il corteo è stato accompagnato da applausi e suoni di clacson in segno di sostegno. Un graffito dipinto su una recinzione lungo il percorso della protesta affermava: “I neri non lo meritano”.

Il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha dichiarato che la morte di Floyd è “molto preoccupante”, ma ha preferito non commentare la risposta del governo americano ai disordini, limitandosi a dire: “Questo non è il mio ruolo”.

Davanti all’ambasciata degli Stati Uniti in Danimarca

Anche davanti all’ambasciata degli Stati Uniti in Danimarca ci sono state delle marce di protesta. Alcuni dei partecipanti di Copenaghen portavano cartelli con la frase “Non posso respirare” – “Non riesco a respirare” – alludendo alla frase pronunciata da Floyd poco prima di morire a causa della pressione dell’ufficiale di polizia. Una frase che è diventata lo slogan delle manifestazioni negli Stati Uniti.