La Corte europea dei diritti dell’uomo dichiara illegittima la Corte costituzionale polacca filo-governativa

L'aula della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU). EPA-EFE/PATRICK SEEGER

In una sentenza che formalmente ha a che fare con un ricorso da parte di un importante produttore di manti erbosi in rotoli, che chiedeva un risarcimento dallo Stato polacco, viene detto per la prima volta che la composizione della Corte polacca è illegittima. Un punto di svolta decisivo per la questione dello stato di diritto in Polonia.

A dispetto del nome, la Corte europea dei diritti dell’uomo non è una istituzione dell’Unione, ma è invece un organo giurisdizionale internazionale, a cui aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa.
La sentenza sul caso Xero Flor w Polsce sp. z o.o. c. vs Polonia non parla solo di manto erboso. La Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, più che del risarcimento chiesto dalla società parla di stato di diritto; la Corte ritiene, all’unanimità, che vi sia stata una violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per quanto riguarda il diritto a un processo equo e per quanto riguarda il diritto ad essere giudicati da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge.
La sentenza non afferma che il tribunale polacco sia illegittimo tout-court, ma che fosse illegittimo  il collegio specifico che si era occupato del caso, per via della nomina illegittima di uno dei giudici del collegio stesso. In particolare, il giudice M.M. era stato eletto dal Sejm (la camera bassa del Parlamento polacco), nonostante tale posto fosse già stato occupato da un altro giudice eletto dal precedente Sejm. Nella sentenza leggiamo che “La Corte ha rilevato che il presidente della Polonia ha rifiutato di far prestare giuramento a tre giudici che erano stati legalmente eletti nell’ottobre 2015 dal vecchio Sejm”.

Non si tratta però di un caso isolato secondo il Professor Pech che da tempo parla di “Fake Judges” (falsi giudici): gli individui nominati ai tribunali ordinari polacchi e ai posti della Corte Suprema sulla base della legge polacca dell’8 dicembre 2017 che modifica la legge sul Consiglio Nazionale della Magistratura, e gli individui nominati al Tribunale Costituzionale, nonché il presidente del suddetto Tribunale, non possono essere considerati giudici veri e propri.
Secondo questa interpretazione, in verità tutte le decisioni della Corte polacca sarebbero da considerare invalide, poiché le autorità polacche hanno ripetutamente e deliberatamente violato la Costituzione polacca e il diritto dell’UE.

La sentenza CEDU si inserisce nel (debole) braccio di ferro tra la Commissione europea e il governo polacco rispetto ai ripetuti tentativi di tenere sotto il controllo politico la magistratura; l’ultimo episodio di questo braccio di ferro è stata la decisione della Commissione di deferire la Polonia alla Corte di Giustizia dell’UE rispetto all’esistenza di una Camera disciplinare che “compromette seriamente l’indipendenza dei giudici e l’obbligo di garantire una protezione giuridica efficace, e quindi l’ordinamento giuridico dell’UE nel suo complesso” (il riferimento è alla legge polacca del 14 febbraio 2020, informalmente nota come “legge sulla museruola”).
Sempre il Professor Pech parla di (in)azione della Commissione e del Consiglio, sostenendo che la Commissione abbia sistematicamente agito troppo debolmente e troppo tardi, e che il Consiglio abbia sistematicamente fallito nell’agire in modo significativo, arrivando a dire che l’inazione di queste due istituzioni dell’UE si può considerare una negligenza.

Nonostante la Polonia si sia schierata nettamente in favore dei diritti dell’opposizione bielorussa (in chiave anti-russa), il Paese, sotto la guida del partito ultraconservatore e nazionalista PiS, sta facendo retromarcia sui diritti delle donne, e nello specifico sulla questione dell’aborto, sulla libertà di stampa, sui diritti dei migranti, e su quelli della comunità LGBT*. Fino a rischiare di bloccare, insieme all’Ungheria di Orbán, i fondi di Next Generation EU proprio per la questione dello stato di diritto.