Kirghizistan in rivolta dopo le elezioni truccate. Si allarga il fronte di tensione nell’orbita russa

Il presidente russo Vladimir Putin con il presidente kirghiso Sooronbay Jeenbekov. EPA-EFE/MICHAIL KLIMENTYEV / SPUTNIK / KREMLIN POOL

Lo Stato dell’Asia centrale, politicamente vicino alla Russia, è alle prese con una forte crisi istituzionale (la terza in quindici anni) che ha portato alla fuga il presidente della Repubblica.

Annullate le elezioni parlamentari in Kirghizistan, tenutesi domenica scorsa (4 ottobre) e contestate dalla folla che nella giornata di lunedì ha assediato il palazzo presidenziale nella capitale Bishkek.

L’invalidamento della consultazione elettorale, ha stabilito l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) che controllava il corretto andamento delle votazioni, è stata causata da “credibili denunce di compravendita di voti”.

Si rende dunque necessaria una ripetizione del voto nella nazione abitata da 6,5 milioni e mezzo di persone, che ospita una base aerea militare russa e una grande operazione di estrazione dell’oro di proprietà canadese, oltre a condividere una vasta porzione di confine con la Cina.

La manipolazione del voto, accusano i dimostranti scesi in piazza, è stata ordita per mantenere al potere i politici fedeli al presidente Sooronbay Jeenbekov, che nel frattempo è fuggito, pare in una località segreta.

Intanto i manifestanti hanno liberato l’ex presidente Almazbek Atambayev, arrestato con l’accusa di corruzione lo scorso anno e tenuto sotto custodia in un edificio del Comitato per la sicurezza nazionale.

Ma la situazione per le strade della capitale si è fatta rovente, con violenze tra oppositori, polizia e cittadini ‘vigilanti’ che cercano di proteggere i quartieri solitamente coinvolti nelle proteste che si sono alternate in questi instabili anni di inizio millennio.

Jeenbekov accusa che le proteste sono esclusivamente finalizzate alla sua deposizione e, denunciando il golpe, ha intimato ai manifestanti di fare rientrare i tumulti ed esortato le Forze dell’ordine a reprimerli, ma al contempo si è detto disponibile a fare un passo indietro per “risolvere la questione” parlando di “attribuire responsabilità a leader forti”, un’indicazione che rimane però criptica. Secondo gli esperti, si legge sulla testata 24.kg, è lui che può ora contribuire alla rapida stabilizzazione della situazione in Kirghizistan.

Martedì scorso, il parlamento del Kirghizistan ha accettato di nominare primo ministro il politico dell’opposizione Sadyr Zhaparov, liberato dalla prigione dai manifestanti poche ore prima, ma una folla inferocita ha fatto irruzione nell’hotel dove si è riunito, costringendolo a fuggire dalla porta di servizio, riportano i media kirghisi.

I vigilantes si sono azzuffati con i manifestanti che hanno cercato di entrare con la forza negli edifici governativi o hanno attaccato negozi e ristoranti, dice il rapporto di 24.kg. Mercoledì mattina, il sito di notizie Akipress ha citato la polizia di Bishkek dicendo che la situazione in città era tranquilla.

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Facendo un’apparizione in tarda serata in televisione, il candidato primo ministro Zhaparov ha detto che proporrà una riforma costituzionale prima di tenere le elezioni presidenziali e parlamentari tra due o tre mesi. Tuttavia ha anche detto di non avere ancora l’appoggio del consiglio di coordinamento formato da diversi grandi gruppi dell’opposizione, suggerendo che ci sono tensioni tra gli alleati, dunque non è chiaro quando il parlamento potrà riunirsi per approvare la sua nomina.

Un’altra grana per Putin

Gli Stati dell’Asia centrale hanno acquisito negli ultimi anni un ruolo sempre più strategico, legato a questioni geopolitiche e militari, nonché per i grandi possedimenti di materie prime. Molti di questi sono animati dalla rapida crescita economica che ha caratterizzato le grandi nazioni asiatiche, ma sul lato della democrazia rimangono molto indietro: se non si tratta di regimi totalitari e feroci sono democrature in stile russo.

Bisogna riconoscere però, nel caso del Kirghizistan, che alcuni risultati su maggiori libertà democratiche sono stati ottenuti, sebbene in un quadro di forte instabilità, almeno dalla deposizione nel 2005 (rivolta dei tulipani) del presidente Askar Akayev, costretto a fuggire dal Paese per riparare a Mosca.

E proprio a Mosca si stanno vivendo ore di fibrillazione, in quanto l’ex repubblica sovietica ha portato avanti nell’ultimo decennio un forte processo di riavvicinamento alla Russia.

La base di Kant è stata messa in stato di allerta elevata, mentre il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov si è affannato ad esortare che “tutti devono rispettare la Costituzione”. Il braccio destro di Putin ha poi annunciato che in prevenzione rispetto a “qualsiasi provocazione” relativa all’aggravata situazione “è stato introdotto il regime anti-terrorismo”. Una grana non da poco per la Russia costretta a gestire gravi crisi in almeno quattro nazioni aderenti alla Comunità degli Stati indipendenti (Csi), due delle quali, Azerbaigian e Armenia, in conflitto tra loro per il Nagorno Karabakh e con la Bielorussia in balia delle proteste, proprio nella capitale Minsk ospitante la sede dell’organizzazione internazionale che vede nella Russia la principale titolare.

Anche l’Onu si è mosso, per mezzo della portavoce del segretario generale Guterres, Stephane Dujarric, affermando che “deplora la perdita di vite umane e invita tutte le persone coinvolte alla massima moderazione e ad astenersi dalla violenza” incoraggiando tutte le parti al dialogo e a concordare su una soluzione della crisi “all’interno della cornice costituzionale” del Paese. L’Onu, concludono dal Palazzo di vetro, “è pronta a fornire l’assistenza necessaria”.

Rapporti e precedenti con l’Ue

A parte l’interessamento dell’Osce da almeno tre anni circa le consultazioni elettorali in Kirghizistan, nel 2015 il Parlamento europeo ha espresso preoccupazione in merito ai progetti di legge sulla «propaganda» Lgbti e nel gennaio 2019 ha formulato raccomandazioni in relazione alla negoziazione di un nuovo accordo bilaterale e nel luglio dello stesso anno è stato siglato un Accordo rafforzato di partenariato e cooperazione (Arpc). Si tratta di accordi all’interno della nuova strategia Ue per l’Asia centrale.