Indipendenza dei giudici, nuovo ultimatum della Ue alla Polonia

Malgorzata Manowska è stata scelta dal presidente Andrzej Duda come presidente della Corte suprema. EPA-EFE/TOMASZ GZELL

La Polonia ha un mese di tempo per bloccare i lavori della camera disciplinare della Corte suprema polacca: questo è l’ennesimo ultimatum che arriva dalla Commissione europea, dopo che Varsavia ha ignorato i reclami precedenti.

Che il tema dello stato di diritto sia un tema su cui si gioca la credibilità dell’Ue è diventato chiaro almeno da quando Polonia e Ungheria hanno tenuto in stallo il via libero definitivo al programma Next Generation EU minacciando di porre il veto. E se fino a qualche mese fa l’opinione pubblica europea guardava con sospetto al governo di Viktor Orbán, proprio la questione legata ai fondi stanziati per rispondere alla pandemia ha posto sotto ai riflettori anche la questione polacca, che fino a quel momento era rimasta più ai margini.

La camera disciplinare della Corte suprema polacca è stata istituita nel 2017, ed è composta esclusivamente da giudici selezionati dal Consiglio nazionale della magistratura, di cui fanno parte 15 membri eletti dal Sejm, la camera bassa del parlamento polacco. Si tratta di una delle molte controverse riforme introdotte dal partito di destra polacco Diritto e Giustizia (PiS) dal 2015 ad oggi. Non è però solo una questione formale. L’esito pratico delle riforme del sistema giudiziario è che i giudici polacchi che ricorrono alla Corte di Giustizia dell’Unione, o alla Corte europea dei diritti umani, vengono sottoposti a provvedimenti disciplinari.
A gennaio la Commissione europea si era rivolta alla Corte di giustizia dell’Ue chiedendo di imporre misure ad interim al governo di Varsavia, con la sospensione del funzionamento della Camera disciplinare della Corte suprema per i giudici, proprio perché a rischio vi sono sia  l’indipendenza sia l’imparzialità della magistratura.

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“La Camera disciplinare della Corte Suprema continua a fare pressioni sui giudici polacchi e minaccia la loro indipendenza”, ha detto il commissario europeo alla giustizia Didier Reynders. Ecco perché è necessario prendere provvedimenti per garantire che tutti i tribunali dell’Unione europea possano esercitare il loro mandato in piena indipendenza, come richiesto dal diritto dell’Unione.
Il nuovo ultimatum dell’Ue rientra nel quadro di una “procedura d’infrazione” che è stata attivata ad aprile in risposta alle riforme della Polonia nei confronti della magistratura, ma si tratta del quarto tentativo da parte di Bruxelles da quando il governo nazionalista e ultra-conservatore ha iniziato a controllare progressivamente il lavoro dei giudici.
La risposta del governo però è sempre stata la stessa: il PiS sostiene che le riforme del sistema giudiziario siano necessarie per contrastare la corruzione di un sistema giudiziario ancora influenzato dal comunismo. Gli oppositori sia in patria sia all’estero, però, dicono che si tratta di una forte minaccia per lo stato di diritto.

La situazione è talmente grave che prima dello scoppio della pandemia, ad inizio gennaio dell’anno scorso, c’era stata a Varsavia quella che è stata ribattezzata “la marcia delle mille toghe”: un lungo corteo di magistrati polacchi, con la simbolicamente significativa partecipazione di alcuni colleghi provenienti da una ventina di Paesi dell’Unione europea.
Come hanno già spiegato Roberto Castaldi e Karolina Zbytniewska su questo giornale, sono diverse le organizzazioni di organi giudiziari europei che hanno sospeso la partecipazione degli organi polacchi, perché non più indipendenti. Oltre a ciò vi sono state anche decisioni più nette: alcuni Stati, come la Norvegia, hanno sospeso la collaborazione giudiziaria con la Polonia.
Il monito di Bruxelles probabilmente sarà disatteso e bisognerà capire che tipo di nuova strategia adottare per il rispetto dello stato di diritto, perchè su questo si gioca la credibilità dell’Unione tutta.

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