Gruppo di Visegrad, le divisioni interne indeboliscono l’alleanza dell’Europa centrale

I ministri degli esteri del gruppo di Visegrad. Da sinistra: Zbigniew Rau (Polonia), Péter Szijjártó (Ungheria), Jan Lipavsky (Repubblica Ceca) e Ingrid Brockova (Slovacchia). [EPA-EFE/ZSOLT SZIGETVARY HUNGARY OUT]

All’interno del gruppo di Visegrad, formato da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, continuano a emergere divergenze su temi chiave, dopo che per anni i quattro Paesi dell’Europa centrale si sono sostenuti a vicenda in Europa.

Il gruppo di Visegrad riunisce in sé quattro Paesi dell’Europa centrale che per anni hanno condiviso posizioni simili sui temi di politica europea: l’alleanza tra loro è stata fondata nel 1991 proprio per mantenere un terreno comune nella loro strada verso l’adesione a Unione europea e Nato.

Da allora, tuttavia, sono state prese direzioni differenti e oggi queste divergenze sono visibili nel percorso politico dei quattro Paesi: da un lato Polonia e Ungheria, che sono da tempo ai ferri corti con l’Ue per la questione dello stato di diritto, dall’altro Slovacchia e Repubblica Ceca, che non vogliono farsi coinvolgere in questo scontro.

Hanno ancora punti in comune, come la diffidenza verso il pacchetto climatico europeo, dovuta alla loro grande dipendenza dal carbone nella produzione energetica. Eppure, le divisioni stanno diventando sempre più ampie.

La ragione principale è il cambio di rotta perseguito da Bratislava e Praga. Il governo slovacco insediatosi un anno fa e quello ceco al potere da dicembre 2021 hanno segnato un distacco dalle posizioni populiste degli esecutivi precedenti, portando a un avvicinamento a ovest.

Questo ha però comportato un naturale distacco dalle posizioni della Polonia di Mateusz Morawiecki e dell’Ungheria di Viktor Orbán. “La Slovacchia e ora anche la Repubblica Ceca non sono allineate a Polonia e Ungheria sullo stato di diritto. Entrambe hanno forte interesse a rafforzare l’Ue, non a minarla”, ha detto un funzionario slovacco a Politico.

Polonia, dalla Corte UE una multa da 500 mila euro al giorno per la mancata chiusura della miniera di Turów

500.000 euro al giorno: è questa la multa che la Polonia dovrà pagare per non aver rispettato una sentenza della Corte di giustizia europea che aveva imposto al paese di fermare l’estrazione di lignite dalla miniera di Turów, sul confine …

La miniera di Turow

Uno dei punti di conflitto che continua a generare controversie all’interno del gruppo di Visegrad è la miniera di carbone di Turow, situata in territorio polacco ma al confine con la Repubblica Ceca. Proprio Praga ha chiesto la chiusura dell’impianto perché causava inquinamento ambientale nel suo territorio.

Lo scorso maggio la Corte di giustizia dell’Ue aveva ordinato alla Polonia di sospendere l’estrazione di lignite dalla miniera dopo una denuncia della Repubblica Ceca. A settembre, poi, aveva ordinato a Varsavia il pagamento di una sanzione di 500 mila euro al giorno per non aver rispettato la precedente sentenza.

La miniera, tuttavia, rimane in funzione ed è tornata alla ribalta nelle cronache dopo i commenti dell’ambasciatore polacco in Repubblica Ceca, Miroslaw Jasinski, che in un’intervista a Deutsche Welle ha dichiarato che l’origine della disputa è dovuta a “mancanza di empatia, sensibilità e volontà di dialogo, principalmente dalla parte polacca”.

Queste dichiarazioni hanno provocato la reazione immediata di Varsavia, che ha immediatamente avviato le procedure per il richiamo dell’ambasciatore. “Commenti così irresponsabili sulla miniera di Turow non sono accettabili”, ha dichiarato il portavoce del governo polacco Piotr Müller su Twitter.