Corte di Giustizia Ue: “La legge ungherese contro le Ong è discriminatoria”

Il simbolo della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, con sede in Lussemburgo. [EPA-EFE/JULIEN WARNAND]

La Corte di Giustizia ha accolto il ricorso di inadempimento presentato dalla Commissione Europea contro l’Ungheria, colpevole di aver imposto obblighi di registrazione, di dichiarazione e di pubblicità alle ong che ricevono finanziamenti da enti o organizzazioni estere. Tra queste associazioni sono comprese, tra l’altro, anche quelle che, ad esempio, usufruiscono di fondi europei come quelli Erasmus+.

Nel 2017 l’Ungheria aveva adottato una “legge sulla trasparenza” che obbliga le associazioni che ricevono contributi “esteri” superiori a 500.000 fiorini ungheresi (circa 1.400 euro) a specificare la somma esatta dei finanziamenti ricevuti e a rendere noto, sulla loro homepage e in tutte le loro pubblicazioni, di essere un’«organizzazione che riceve sostegno dall’estero».

La Corte ha allora che l’Ungheria “aveva introdotto restrizioni discriminatorie e ingiustificate nei confronti sia delle organizzazioni in questione sia delle persone che concedono loro un simile sostegno.” Secondo la Corte infatti questa norma ha violato il principio della libertà di circolazione dei capitali, tutelata dall’articolo 63 TFUE, nonché diversi articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Oltre alle violazioni normative accertate dalla Corte, questa sottolinea che l’obbligo di dichiararsi “organizzazione che riceve sostegno dall’estero”, è una misura che può “creare un clima di diffidenza nei confronti di tali associazioni e fondazioni.”

Inoltre, secondo la Corte “l’Ungheria non ha dimostrato per quale ragione l’obiettivo di aumento della trasparenza del finanziamento associativo da essa invocato giustificherebbe le misure concretamente istituite dalla legge sulla trasparenza.”

Secondo la sentenza, le limitazioni non sono neanche accettabili per garantire la tutela dell’ordine pubblico. Tali ragioni possono giustificare infatti una norma solo in caso di minacce reali ed accertate. A parere della Corte invece, “l’Ungheria non ha avanzato alcun argomento atto a dimostrare, in modo concreto, una simile minaccia. La legge sulla trasparenza è fondata piuttosto su una presunzione di principio e indifferenziata secondo la quale qualsiasi finanziamento estero delle organizzazioni civili sarebbe intrinsecamente sospetto.”

È stata inoltre considerata violata la libertà di associazione, tutelata dall’art. 12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Gli obblighi di registrazione rendono infatti “significativamente più difficili” l’azione e il funzionamento delle organizzazioni interessate.

Per la Corte, poi, la legge sulla trasparenza viola anche il diritto al rispetto della vita privata e familiare e il diritto alla protezione dei dati di carattere personale, sanciti dagli articoli 7 e 8 della Carta.

La Corte conclude allora che “le disposizioni della legge sulla trasparenza non potevano essere giustificate da nessuna delle finalità di interesse generale invocate dall’Ungheria.”

 

La sentenza completa è scaricabile tramite questo link.