La Corte di Strasburgo chiede la liberazione immediata di Navalny. Il governo russo: “Impossibile”

Alexei Navalny in un'udienza nel tribunale di Mosca [EPA-EFE/BABUSHKINSKY DISTRICT COURT PRES]

La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha ordinato mercoledì 17 febbraio alla Russia di scarcerare “immediatamente” Alexei Navalny, il blogger, politico e oppositore di Vladimir Putin incarcerato a gennaio, al suo ritorno nel paese dopo i mesi trascorsi in un ospedale tedesco dove ha ricevuto le cure per l’avvelenamento con un agente nervino subìto nell’agosto 2020.

Secondo la Corte di Strasburgo – che non è un organo dell’Unione Europea e a cui aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa, tra cui anche la Russia – in carcere la vita di Navalny è “a rischio”, e per questo le autorità russe devono liberarlo quanto prima. La Russia ha sostenuto davanti ai giudici che Navalny – condannato a tre anni con un verdetto molto contestato dalla comunità internazionale – sarebbe trattenuto in una struttura adeguatamente sorvegliata, e che la sua cella è sorvegliata con un sistema  video. L’oppositore, che ha presentato una denuncia alla Cedu il 20 gennaio, aveva spiegato invece che “le disposizioni elencate dal governo [russo] non fornirebbero sufficienti garanzie per la sua vita e salute”, ha scritto la Corte.

L’avvocata di Navalny, Olga Mikhailova, che ha dato la notizia in Russia, ha detto all’agenzia Interfax che la decisione della Corte è “senza precedenti”. Lo stesso, anche se per ragioni opposte, vale per il governo russo, con il ministro della Giustizia, Konstantin Chuychenko, che ha parlato di una “chiara e palese interferenza nel potere giudiziario di uno stato sovrano”.

Per Chuychenko, la richiesta della Cedu “è infondata e illegale, perché non contiene un solo fatto, una sola norma giuridica che permetta alla corte di emettere tale sentenza”, e inoltre è  “intrinsecamente impraticabile perché, secondo la legge russa, non ci sono motivi legali per il rilascio” di Navalny.  “I giudici – ha concluso – hanno preso una decisione chiaramente politica, che non può che complicare il ripristino di relazioni costruttive con le istituzioni del Consiglio d’Europa”.

Anche secondo il capo della commissione Esteri della Duma (il Parlamento russo), Leonid Slutsky, il verdetto della Cedu “poggia i piedi nella sfera politica, non in quella legale. Gli oppositori della Russia stanno usando sempre più la Corte di Strasburgo come strumento di pressione e di politicizzazione”.

Come ha spiegato Mikhailova, vista la sua adesione al Consiglio d’Europa, la Russia dovrebbe ottemperare subito alla sentenza della Cedu, come stabilisce l’articolo 39 dello statuto della Corte. Tuttavia, Mosca potrebbe appigliarsi alla recente riforma della Costituzione voluta da Vladimir Putin, secondo cui la Corte suprema del paese può opporsi alle norme di diritto internazionali se giudicate non compatibili con le leggi russe. Se così fosse, le nuove vedrebbero la prima applicazione pratica proprio nel caso del principale oppositore del presidente.

In questo braccio di ferro tra Russia e UE, dopo il fallimentare viaggio a Mosca dell’Alto rappresentate per la politica estera Josep Borrell, l’attenzione si sposta ora sulla riunione del capi di Stato e di governo dell’UE prevista a marzo. Sarà in quell’occasione che i vertici dell’Unione decideranno se varare nuove – e più incisive – sanzioni nei confronti del Cremlino, che ha ribadito di sperare che in Europa prevalga la volontà di perseguire il dialogo, ma anche di essere pronto a “qualsiasi scenario”.

Nel frattempo, sempre giovedì, in un incontro con i capi politici della Duma Vladimir Putin ha detto che in vista delle elezioni politiche di settembre “la scelta del popolo deve essere protetta da qualsiasi tentativo d’interferenza dall’estero: non possiamo permetterci e non permetteremo alcun colpo alla sovranità della Russia o al diritto del popolo di essere padrone della propria terra”.