Bonus bebè agli stranieri: la Consulta si rivolge alla Corte Ue

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La Corte costituzionale ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di chiarire se la normativa italiana che subordina l’erogazione dell’assegno di natalità, il cosiddetto bonus bebè, e maternità al possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo è in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

“Il divieto di discriminazioni arbitrarie e la tutela della maternità e dell’infanzia, salvaguardati dalla Costituzione italiana, devono essere interpretati anche alla luce delle indicazioni vincolanti offerte dal diritto dell’Unione europea. Le tutele riconosciute dalla Costituzione e dal diritto Ue, infatti, sono tra loro complementari, proprio perché legate da un nesso di mutua implicazione e di feconda integrazione”. Si legge nell’ordinanza depositata giovedì 30 luglio con cui la Corte costituzionale, seguendo la procedura del rinvio pregiudiziale, ha rivolto alla Corte di Lussemburgo un quesito sul riconoscimento degli assegni di natalità e di maternità agli stranieri extracomunitari.

A sollevare dubbi di costituzionalità era stata la Cassazione. Secondo la quale, subordinando l’erogazione degli assegni a un periodo di cinque anni di permanenza nel territorio dello Stato nonché al possesso di un reddito adeguato e di un alloggio, verrebbero violati gli articoli 3 e 31 della Costituzione, ma anche il principio di parità di trattamento tra cittadini europei e cittadini di Paesi terzi, quanto alle prestazioni familiari e di maternità, enunciato dalla direttiva n. 2011/98 Ue, in armonia con il riconoscimento del diritto alle prestazioni di sicurezza sociale sancito dall’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali Ue.

La Consulta ha chiesto alla Corte di Lussemburgo di chiarire se la normativa italiana sia compatibile con l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che prevede il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale, e con l’articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98/UE, sulla parità di trattamento tra cittadini di Paesi terzi e cittadini degli Stati membri. Per quel che riguarda l’assegno di natalità la Corte costituzionale ne ha identificato, accanto alla finalità premiale, una concorrente funzione di sostegno alle famiglie in condizioni economiche precarie. Potrebbe quindi essere qualificato come “prestazione familiare” secondo il diritto dell’Unione, con la conseguente applicazione del principio di parità di trattamento.