Bielorussia, l’opposizione cambia metodo di protesta

Nello schermo il presidente bielorusso Lukashenko interviene ad una parata militare. EPA/TATYANA ZENKOVICH

Per aggirare la stretta delle autorità contro gli assembramenti nel centro della capitale, sono stati organizzati piccoli raduni in ogni distretto contro Lukashenko. Il dittatore bielorusso, sempre più in difficoltà, nei giorni scorsi ha detto che non sarà più presidente una volta emanata la nuova Costituzione. 

Un altro fine settimana di agitazione politica ha caratterizzato la Bielorussia. Certo non è una novità da quando le elezioni (il 9 agosto scorso) hanno riconfermato il presidente Lukashenko tra le accuse di brogli e intimidazioni, ma le manifestazioni hanno adottato una nuova tattica e in un diverso contesto politico, in quanto il dittatore per la prima volta ha dichiarato di essere pronto a un passo indietro.

Andiamo per ordine. La settimana scorsa, precisamente giovedì 26 novembre, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato a Minsk per incontrare Lukashenko. La Russia è molto preoccupata per quanto sta succedendo nella ex repubblica sovietica ed è l’unico reale appiglio per il capo di Stato bielorusso.

Lavrov, accusando ingerenze straniere che “fomentano attività conflittuali”, ha manifestato la preoccupazione di Mosca sull’attuale situazione: “Speriamo che possa tornare presto alla normalità”, ha detto, aggiungendo poi di sostenere la “modernizzazione del sistema politico” in Bielorussia e di volere un rafforzamento dei legami tra i due paesi.

Modernizzazione istituzionale che vedrebbe la creazione di una nuova Costituzione sulla quale si è espresso venerdì Lukashenko, che ha affermato di essere pronto a dimettersi una volta che sarà approvata. “Non faccio nessuna Costituzione per me stesso”, ha precisato. Richiamando la calma ha poi aggiunto: “Quando adotterò la nuova Costituzione, non permetterò mai a nessuno di falsificare o fabbricare elezioni”.

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Il testo costituzionale, spiega il dittatore, verrà creato “non perché sia necessaria una qualche forma di democrazia”, ma per non lasciare il Paese ad “un presidente sconosciuto”. Il leader bielorusso motiva così la necessità di una riforma costituzionale in quanto l’attuale sistema è basato su una rigida impostazione presidenziale.

Se Lukashenko voglia alleggerire il presidenzialismo o addirittura cambiarne radicalmente la forma non è dato saperlo, così come è sconosciuta l’intensità della democratizzazione che vuole apportare. Non sono note neanche le tempistiche delle annunciate dimissioni.

Le affermazioni dello scorso weekend non hanno comunque fermato la protesta popolare contro il governo, che si è addirittura evoluta sotto il profilo della tattica di intervento in strada.

I comitati di protesta hanno invitato i sostenitori a creare piccoli raduni in ogni distretto della capitale, per aggirare l’intensa manovra repressiva governativa ordita dalle forze di sicurezza, con l’arresto di centinaia di persone e l’impedimento ai manifestanti di riunirsi nel centro di Minsk, visto che, come accaduto anche nelle settimane precedenti, diverse stazioni della metropolitana nel centro della capitale sono state chiuse e la connessione mobile è stata limitata.

Ed è così che, domenica 29 novembre, secondo i media locali, sono stati registrati circa 20 raduni in tutta la città, annunciando per mezzo dei canali dell’opposizione come Telegram Nexta Live che “grandi colonne di persone si sono radunate in tutti i quartieri di Minsk, senza eccezione. La polizia di Lukashenko sta correndo disperatamente da un distretto all’altro”.

Non solo: i sostenitori di Svetlana Tikhanovskaya, una delle leader dell’opposizione esule in Lituania, stanno pressando le procure di diversi Paesi europei per indagare sulle accuse di tortura da parte delle autorità bielorusse.

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In una petizione presentata ai procuratori dello stato baltico si chiede di indagare su diversi funzionari governativi, tra cui il vice ministro degli Interni bielorusso Nikolai Karpenkov, ha detto Alexander Dobrovolski, consulente di Tikhanovskaya. Il codice penale lituano punisce le torture autorizzate dallo Stato fino a cinque anni di carcere e permette di perseguire soggetti stranieri per i crimini commessi al di fuori del Paese.

L’esponente dell’opposizione ha aggiunto che richieste simili saranno inviate ai pubblici ministeri in Polonia, Germania, Belgio e Paesi Bassi, dove ora risiedono altre presunte vittime di pestaggi della polizia bielorussa.

Ormai pare che Lukashenko, al potere dal 1994, sia in una situazione simile a quella di un elefante in un negozio di cristalli: da un lato la forte pressione dell’Unione europea che mal digerisce, avendola tra l’altro come confinante, una dittatura che opprime ferocemente il dissenso; dall’altro la Russia, che incomincia a dover gestire un bel po’ di patate bollenti sparse nelle sue zone di influenza e che non può perdere un alleato così stretto, praticamente nel cuore d’Europa, con il quale ha avviato da oltre venti anni un processo di unione mai decollato. A Mosca però bisogna riconoscere che quando dice di dare sostegno, non disattende la promessa. Certo, per l’ultimo dittatore d’Europa non saranno settimane facili.