Reynders: “La pandemia non sia una scusa per introdurre restrizioni sproporzionate”

Il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders [EPA-EFE/JOHN THYS / POOL]

Il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders, è intervenuto in collegamento virtuale alla sessione plenaria del parlamento croato di mercoledì 17 febbraio, presentando i risultati della sua relazione annuale sullo Stato di diritto negli stati membri dell’Ue. La Croazia è la tredicesima tappa del “tour dello stato di diritto” intrapreso dal commissario belga, il cui obiettivo è invitare a un dialogo costruttivo tutte le parti interessate dell’Unione, ma anche portare il complesso sistema giudiziario dell’Ue più vicino ai cittadini.

All’epoca della sua ultima visita a Zagabria, nel gennaio 2020, eravamo ancora beatamente inconsapevoli della pandemia globale che stava arrivando. Lei aveva espresso la sua preoccupazione per la situazione dello Stato di diritto in alcuni Stati membri, e annunciato delle relazioni annuali su questo tema. In quale fase si trova ora l’iniziativa? In che modo è stata interessata dall’epidemia di Covid-19?

Abbiamo collaborato con successo con tutti gli Stati membri e con le diverse parti interessate lungo tutto il 2020, e il risultato di questo processo è stato pubblicato il 13 settembre, nella prima relazione annuale sullo Stato di diritto. Ne approfitto per lanciare un invito a tutti gli altri stakeholder interessati a partecipare, dal momento che il prossimo rapporto sarà pubblicato a giugno di quest’anno.

Abbiamo analizzato la situazione dello Stato di diritto sulla base di quattro criteri chiave: magistratura, lotta alla corruzione, pluralità dei media e equilibrio nell’ordine costituzionale. Abbiamo inoltre avviato una discussione con diversi partner a livello comunitario, e ne abbiamo discusso con i nostri colleghi dei dipartimenti della giustizia dell’Ue. Il processo andrà ora al Consiglio e al Parlamento europeo. Penso inoltre che sia molto importante organizzare il dialogo sullo Stato di diritto anche a livello nazionale, motivo per cui visito virtualmente i parlamenti degli Stati membri. L’obiettivo principale è organizzare un confronto non solo con i partiti al governo e i governi, ma anche con l’opposizione e la società civile dei diversi stati. Vorrei avere un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate.

Dal punto di vista di noi cittadini, sembra che il dibattito sullo Stato di diritto si stia lentamente trasformando in una guerra culturale tra gli Stati membri. Questo la preoccupa?

Certo. È uno dei motivi principali per cui ho scelto di diventare Commissario. Ho passato anni a cercare di convincere i miei colleghi del Consiglio a organizzare un processo costruttivo come questo. Non dovremmo aver paura di un confronto franco e costruttivo sullo Stato di diritto. Abbiamo passato anni a discutere di vari tipi di riforme, finanziate attraverso i fondi e il bilancio europei, mentre la discussione sui nostri valori comuni è finita per essere la più difficile e controversa.

Sono preoccupato per la possibile evoluzione della situazione, ma rimango fiducioso soprattutto per quanto riguarda il contatto con i cittadini europei. Dovremmo spiegare loro che, quando parliamo di un giudice croato o di un giudice polacco, parliamo di giudici europei. Quando diciamo che vogliamo migliorare lo Stato di diritto nell’Ue, stiamo contemporaneamente cercando di migliorare le basi del mercato comune. Dobbiamo garantire agli investitori che, pur investendo in altri Stati membri, siano protetti dallo stesso sistema giudiziario. Inoltre, vogliamo dimostrare agli europei che condividiamo gli stessi valori. Sì, abbiamo culture e storie diverse – il che è comprensibile – ma condividiamo lo stesso valore di vivere in società governate da leggi.

Si è parlato molto, durante i negoziati sul bilancio pluriennale 2021-27, di collegare il rispetto dello Stato di diritto allo stanziamento dei fondi Ue. Second lei il compromesso raggiunto è sufficiente? Vediamo che la situazione in Ungheria e Polonia sta peggiorando praticamente ogni giorno.

Il nuovo meccanismo è entrato in vigore il 1° gennaio: analizzeremo il modo in cui verrà implementato e prenderemo in considerazione eventuali problemi che potrebbero sorgere lungo il percorso. Stiamo lavorando ad alcune linee guida per spiegare come sarà possibile utilizzare questo meccanismo, poiché vogliamo assicurarci che i beneficiari finali siano protetti. Ad esempio, gli agricoltori che ricevono fondi dell’Ue non dovrebbero essere puniti per un atto compiuto dal loro governo. Contemporaneamente, continueremo a cercare un dialogo con l’Ungheria e la Polonia perché crediamo che avere una buona comunicazione e una linea di comunicazione aperta sia la via maestra per un miglioramento graduale.

Abbiamo poi anche l’ufficio del pubblico ministero europeo (Eppo), che è un potenziale mezzo per controllare l’uso dei fondi del bilancio dell’Ue, ma la partecipazione a quest’organo è facoltativa. Quest’anno, tuttavia, abbiamo più soldi a nostra disposizione e riusciamo a usarli in modo molto più rapido e flessibile, motivo per cui dobbiamo compiere uno sforzo supplementare per assicurarci che vengano spesi correttamente.

Come si può migliorare la cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri?

Mettendo all’opera nuovi strumenti. Abbiamo appena avviato un confronto a tre con il Parlamento europeo e il Consiglio sulle prove elettroniche (e-evidences). Perché? Perché quando parliamo della cooperazione della magistratura tra stati membri, dovremmo prima parlare di implementazione degli strumenti digitali, e ciò richiede investimenti aggiuntivi. In numerosi casi criminali, forse anche nell’80% di essi, i pubblici ministeri hanno bisogno di accedere a e-mail, Sms e altri strumenti di comunicazione degli autori. Il nostro lavoro è semplificare questo processo.

I cittadini europei sono stanchi dei lockdown, e negli ultimi tempi tendono a rivendicare molto le loro libertà civili. Diversi paesi, tra cui la Croazia, hanno introdotto misure anti-Covid senza proclamare lo stato di emergenza, mentre gli altri, come l’Ungheria, lo hanno proclamato senza dargli una scadenza definita. Ciò la preoccupa dal punto di vista della coesione giuridica europea?

Stiamo monitorando attentamente la situazione fin dall’inizio della pandemia. Ho chiesto alla Commissione di supervisionare tutte le misure intraprese in questi mesi. La limitazione della libera circolazione di persone, beni e servizi è quel che al momento ci preoccupa di più, perché può portare anche a ulteriori ritardi nella consegna dei vaccini. Riteniamo che sia fondamentale coinvolgere le opposizioni e la società civile quando si introducono nuove misure, e riteniamo che le misure possano, se occorre, essere impugnate in tribunale. Inoltre, le misure devono essere limitate nel tempo e la loro durata deve essere comunicata in modo trasparente ai cittadini. Tutti i provvedimenti devono essere necessari, proporzionati e senza discriminazioni.

Assieme alla collega Ylva Johansson [commissaria agli Affari interni, NdT], abbiamo appena inviato una lettera aperta ai governi degli stati membri, chiedendo loro di mantenere aperti i confini all’interno dell’Ue. Vogliamo uscire dalla pandemia con lo stesso sistema democratico che avevamo all’inizio, e se possibile, anche migliore. Quello che non vogliamo vedere è che la pandemia venga usata per introdurre restrizioni sproporzionate rispetto alla minaccia.