Morgante: “La permanenza nell’Ue implica il rispetto dello stato di diritto”

Gaetana Morgante 5

EURACTIV Italia ha intervistato la prof.ssa Gaetana Morgante, ordinaria di diritto penale e Direttrice dell’Istituto Dirpolis (Diritto, Politica e Sviluppo) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, unica esperta italiana inserita nel gruppo di esperti della Commissione europea incaricati di preparare il Report 2021 sul rispetto dello stato di diritto.

Complimenti per la sua nomina in questo gruppo di esperti della Commissione europea. Ci spieghi di cosa si tratta e di cosa vi occuperete?

Nel mio caso si tratta di fare una disamina su alcuni temi afferenti principalmente al sistema giudiziario e al sistema di contrasto alla corruzione nel nostro Paese. Il lavoro sarà poi inserito all’interno del Rule of Law Report 2021 che sarà rilasciato tra settembre e ottobre 2021 e che, come anche negli anni passati, avrà dei capitoli dedicati a ciascun Paese. Il mio compito sarà di fare innanzitutto una ricognizione non soltanto dal punto di vista delle previsioni normative, ma anche della efficacia delle regole che reggono il sistema giudiziario e del sistema di contrasto alla corruzione. Inoltre, è previsto nell’incarico anche un contributo sul tema sempre estremamente discusso e delicato del pluralismo dei media. C’è poi la possibilità per ciascun esperto di segnalare anche degli ulteriori temi che possono essere di interesse per il Report e pensavo di inserire, agganciandolo a quello del sistema di contrasto alla corruzione, il tema più ampio della semplificazione amministrativa e del necessario bilanciamento che è importante prevedere tra le procedure e l’efficienza dei controlli, per evitare che la eventuale eccessiva pesantezza delle procedure vada poi a discapito della realizzazione delle opere o della prestazione dei servizi di cui cittadini hanno bisogno. Nel periodo che stiamo vivendo è peraltro un tema di grande importanza perché abbiamo bisogno da parte delle istituzioni di risposte molto rapide. Ma la rapidità delle risposte implica anche un conseguente e proporzionale alleggerimento dei controlli e quindi è importante trovare una sorta di bilanciamento da questo punto di vista.

Rispetto a questo tema dei controlli e dell’implementazione o enforcement delle regole ha appena visto finanziato anche un progetto europeo alla Scuola Sant’Anna. Di cosa si tratta?

Ho appena saputo di aver vinto un Grant da parte della CEPOL, la European Union Agency for Law Enforcement Training, cioè l’Agenzia che fa capo alla Commissione europea, responsabile della formazione riguardo all’applicazione e all’implementazione della legge. Nell’ambito appunto di questo progetto dovrò organizzare entro l’estate 2021 un’attività di formazione sui temi della prevenzione e delle investigazioni in materia di corruzione. Si tratta di un’attività di formazione che deve coinvolgere esperti provenienti da tutti i paesi d’Europa. Non solamente esperti in materie giuridiche proprio perché la proposta che ho formulato era legata alla idea per cui un efficace sistema di contrasto al malaffare, non solo in ambito pubblico ma anche in ambito privato, deve essere interdisciplinare e basarsi sulla cooperazione tra profili e saperi differenti. Quindi naturalmente i professionisti legali, come magistrati, avvocati e legali di impresa, ma anche i professionisti che operano nel mondo delle istituzioni con una formazione di carattere politologico ed economico, ed anche operatori delle organizzazioni della società civile. Proprio perché tra i diversi capitoli della attività di formazione vi sarà anche quello della prevenzione, e del rafforzamento – attraverso campagne mirate – della cultura della legalità, che è poi l’antidoto più importante e più duraturo contro queste forme di criminalità.

C’è un grande dibattito nell’UE sul tema del rispetto dello stato di diritto, in particolare con riferimento a paesi come Ungheria e Polonia, ma recentemente anche alla Slovenia. Qual è la sua prospettiva rispetto a quello che l’unione dovrebbe o potrebbe fare per difendere lo stato di diritto?

A mio parere c’è una doppia linea di azione che si può mettere in campo. Una è quella dei controlli, che vede già la presenza delle istituzioni dell’Unione. È necessario, lo dico anche un po’ da penalista, che ciascun Paese abbia la percezione e la consapevolezza di non essere autoreferenziale anche su temi che hanno apparentemente una rilevanza solo nazionale, ma di avere un dovere di accountability nei confronti delle istituzioni europee rispetto alla osservanza dei principi fondamentali dello stato di diritto. Da questo punto di vista è molto importante svolgere una capillare attività di monitoraggio delle attività che sono più sensibili: dal sistema giudiziario alla libertà di informazione, dal funzionamento delle istituzioni pubbliche al rapporto con i cittadini. E che non si basi solamente, come nel caso della corruzione che è un esempio emblematico, sulla percezione del fenomeno, ma che abbini anche attività di monitoraggio oggettivi. Dal punto di vista poi dell’enforcement credo che il ruolo delle istituzioni europee possa essere ulteriormente potenziato. Anche attraverso la promozione di forme di cooperazione o anche di allerta data ai Paesi che presentano delle maggiori criticità. In un’ottica di maggiore influenza delle istituzioni europee sui sistemi paese penso sia di grande importanza proprio l’intervento attraverso tutti i possibili canali – da quelli politici a quelli diplomatici a quelli dei tavoli internazionali – per intervenire tempestivamente sulle situazioni più critiche e dare un deciso segnale di cambiamento. Ribadendo che la permanenza nell’UE non deve essere mai data per scontata, ma implica il rispetto di alcuni standard minimi al di sotto dei quali non può essere tollerato andare.

Solo che l’unione non ha strumenti per espellere uno Stato membro, anche se uno stato membro può autonomamente attivare l’art. 50 e chiedere di uscire. Cosa pensa del nuovo meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto? Può essere uno strumento più efficace rispetto a quelli esistenti finora?

Credo che possa essere uno strumento efficace sia dal punto di vista dell’impatto, perché la eventuale riduzione o il blocco di trasferimenti da parte dell’Unione ai Paesi che non rispettino gli standard fondamentali dello stato di diritto può essere una misura che mostra, anche qui parlo da penalista, l’afflittività necessaria, che poi porta con sé anche la prevenzione generale. Purtroppo, perché una misura possa essere davvero deterrente rispetto ai comportamenti che si vogliono limitare è necessario che questa sia afflittiva. Una misura che abbia un impatto diretto sui trasferimenti di risorse può cogliere nel segno. Ma anche dal punto di vista ideale direi che è un meccanismo coerente con i valori europei perché proprio nell’ottica che dicevo prima, la permanenza nell’UE non deve mai essere data per scontata, ma deve essere il risultato del rispetto di alcuni standard minimi sulle libertà e sui diritti fondamentali a livello individuale e di sistema paese.