Gozi: “Dobbiamo pensare l’impensabile per riformare l’Europa”

Sandro Gozi, eurodeputato di En Marche, durante un vertice a Bruxelles nel 2014, quando era sottosegretario per le politiche europee del governo Renzi. [EPA/OLIVIER HOSLET]

“L’accordo Macron-Merkel segna un passo avanti per l’Unione europea, perché saranno sussidi destinati alle regioni e ai settori più colpiti dalla crisi. Spero poi che la Commissione vorrà fare una proposta più ambiziosa il 27 maggio”, dice a Euractiv Italia Sandro Gozi, parlamentare europeo italiano eletto in Francia con En Marche, già Sottosegretario per le politiche europee nei Governi Renzi e Gentiloni, presidente dell’Unione Europea dei Federalisti e membro del Gruppo Spinelli.

Il Parlamento europeo ha chiesto a larga maggioranza un Recovery Plan da 2 trilioni nel quadro del bilancio UE. Crede che i governi nazionali accetteranno la vostra proposta?

Il Parlamento ha messo insieme un’ampia maggioranza, dai conservatori ai socialisti, a favore di un intervento da 2000 miliardi, all’altezza della sfida della crisi del coronavirus. In Consiglio bisogna vedere se il gruppo di governi – Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca, e in parte alla Germania – che ancora lavora per ridurre portata, scopo, ambizioni del Piano uscirà dal mondo di ieri. La realtà di oggi richiede un piano economico straordinario, altrimenti creeremo divergenze talmente forti nel mercato unico che rischia di bloccarsi tutto. Molto dipenderà dal coraggio della Commissione von der Leyen – che ha evocato addirittura Altiero Spinelli nel suo discorso al Parlamento – che deve fare una proposta ambiziosa, non il minimo comun denominatore dei 27, assumendo l’orientamento politico del Parlamento che le ha dato la fiducia.

Di fronte alla Pandemia la Commissione ha sospeso il Patto di stabilità e autorizzato gli aiuti di Stato. Crede che le risposte nazionali aumentino le disuguaglianze e mettano a rischio l’eurozona? In che modo il Recovery Fund può alleviare questo problema? E che caratteristiche dovrebbe avere per essere efficace?

La sospensione del Patto di stabilità di crescita la flessibilità sugli aiuti di Stato erano assolutamente necessari perché i governi intervenissero per far fronte a una crisi straordinaria. Ma se rimane la sola risposta rischia di creare divergenze ancora più grandi: la Germania ha messo in campo aiuti che rappresentano la metà del volume complessivo di aiuti di tutta l’UE. Quindi va accompagnata dal Piano europeo di rilancio, che mi piacerebbe chiamare Piano De Gasperi, come proposto dal Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel. Nel senso di tornare al senso dell’urgenza degli anni ’50, quando De Gasperi diceva che solo più uniti saremo più forti e solo più forti saremo più liberi. Questo piano sarà un grande piano di libertà, con un messaggio politico di integrazione molto forte, che va al di là dell’economia. È necessario un piano della portata chiesta dal Parlamento e che abbia un criterio molto chiaro almeno nella prima metà temporale, nella prima fase, a favore delle regioni e dei Paesi più colpiti dal virus. E con un buon mix tra sussidi e prestiti. Il piano De Gasperi deve dar vita a una sorta di nuova politica comune post coronavirus e quindi una politica comune che, come la politica agricola e la politica di coesione, si basa anche su sussidi.

Come andrebbero finanziati Recovery Plan e Green Deal? Cosa pensa delle proposte di tasse europee avanzate finora, come la tassa sulle transazioni finanziarie speculative, sui profitti dell’economia digitale, sulle emissioni inquinanti e sul dazio per le merci in funzione delle emissioni inquinanti?

Tutto il bene possibile! Perché dobbiamo trovare nuove risorse per incentivare l’economia, ridurre le diseguaglianze sociali, lottare contro la disoccupazione e fare un po’ di giustizia sociale in Europa. E farlo chiedendo di pagare di più non ai governi nazionali, ma alla grande finanza globale, ai grandi giganti del digitale, a chi inquina, mi sembra una cosa buona e giusta, da fare subito. Che avrebbe il triplice vantaggio di rispondere alla crisi con risorse nuove, soldi freschi, senza chiedere un euro in più agli Stati membri, e sarebbe la base per un bilancio veramente federale, fondato su nuove risorse proprie dell’Unione.

Si parla tanto di Eurobonds. Finora abbiamo avuto emissioni di titoli della Commissione per finanziare il programma SURE, quelle della Banca Europea degli Investimenti per finanziare il Fondo Europeo degli Investimenti Strategici, e quelle del Meccanismo Europeo di Stabilità per aiutare Stati in difficoltà e ora contro la pandemia. Quali sono quelli da rafforzare e preferire?

I Recovery bonds su cui ho lavorato in prima persona nel Parlamento europeo, che dovrebbero essere emessi sulla base del bilancio dell’Unione, con risorse proprie allargate e che dovrebbero finanziare in buona parte il nuovo piano. Quando si parla di Eurobond oggi non si parla di mutualizzare il debito nazionale esistente: nessuno chiede al contribuente olandese o tedesco di pagare per il debito italiano o francese. Il punto è fare un nuovo debito comune europeo per finanziare un piano di rilancio e di trasformazione europea su cui investire oggi, perché i benefici che verranno da quel piano saranno talmente importanti che vale la pena di indebitarsi insieme. Questa è la logica dei Recovery bonds e bisogna usare come base il bilancio europeo, allargando i margini e soprattutto aumentando le risorse proprie. E deve gestirlo la Commissione europea, perché deve essere una emissione di debito comune europeo al servizio di un piano di rilancio, con un controllo democratico e pienamente trasparente.

Oggi l’azione della BCE sta rendendo possibile l’aumento dell’indebitamento italiano senza un eccessivo aumento dello spread. Cosa direbbe a chi in Italia propone l’uscita dall’euro?

Che sono affetti da istinti suicidi. Perché rinunceremmo all’azione straordinaria che la Banca Centrale Europea sta svolgendo a favore della zona euro e innanzitutto dell’Italia, dato che gli acquisti che la BCE sta facendo da fine febbraio sono in gran parte di titoli di debito pubblico italiano: un ombrello molto solido e ampio che ci ha aperto la BCE. Se avessimo seguito quello che Matteo Salvini, Giorgia Meloni e alcuni del M5S dicevano, cioè di uscire dall’euro, oggi saremo esposti ad attacchi speculativi e probabilmente saremmo già in default. Quindi credo che mai come oggi sia molto chiaro che stare in Europa ci conviene.

Il Parlamento europeo reclama il diritto di iniziativa legislativa, ma nell’unica materia in cui ce l’ha, la riforma dei Trattati, non l’ha mai usata e continua a chiedere alla Commissione o ai governi nazionali di prendere l’iniziativa. Perché?

Per un’autolimitazione ed un eccesso di prudenza che io trovo eccessivi e ingiustificati. Penso che la Conferenza sul futuro dell’Europa debba cominciare il prima possibile,  spero già in settembre. Se andrà nella direzione giusta non ci sarà bisogno di prendere alcuna iniziativa; altrimenti il Parlamento dovrà proporre una riforma.

La Conferenza sul futuro dell’Europa era un’idea precedente la pandemia. Ha ancora senso ora che si alza ovunque – da cittadini, intellettuali, associazioni, sindacati, operatori economici – la richiesta di una risposta unitaria alla crisi? Non servirebbe avviare subito la riforma dei Trattati, anche per non perdere la spinta e il momento attuale?

Ho sempre visto la Conferenza come parte di un processo, l’inizio di un dibattito pubblico che doveva portare alle revisioni dei trattati. Ma c’è anche chi voleva usarla per sostituirla ed evitarla. Le cose sono molto cambiate con la crisi, e forse è utile avere un luogo di dibattito strutturato in cui prendere atto delle debolezze dell’Europa, delle richieste che sono state fatte, delle necessità che sono emerse, ad esempio il rafforzamento del ruolo dell’Unione in materia sanitaria. Non c’è solo il coronavirus, ma anche quel momento di rottura istituzionale e politica, non solo giuridica, determinato dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca, che pone al governo e al Parlamento tedesco un tema politico fondamentale. La Corte con un atto di arroganza secondo me inaccettabile ha praticamente detto che non è la Corte di giustizia dell’UE a dover interpretare il diritto europeo – e così ha messo in questione la supremazia del diritto europeo – e che una Corte nazionale può dire alla BCE cosa fare. Però il contesto più ampio in cui i giudici di Karlsruhe decidono su queste questioni ribadisce che ciò vale fintanto che l’Unione non dia quelle garanzie di democrazia analoghe ai sistemi nazionali. La stessa Angela Merkel – che durante l’approvazione del Trattato di Lisbona aveva detto che quello sarebbe stato l’ultimo trattato per i prossimi 50 anni- ora al Bundestag sostiene che forse parte della risposta alla sentenza dovrà essere data rivedendo i Trattati. Perciò bisogna ripensare anche le modalità della Conferenza. Non può durare due anni, ma che deve portare rapidamente alla fase delle riforme, inclusa la revisione dei trattati, per l’inizio 2022. Come Gruppo Spinelli e come UEF spingeremo perché il Parlamento europeo adotti una risoluzione politica molto forte su questi temi.

Storicamente per procedere nell’integrazione serve un compromesso tra Francia, Germania e Italia, che oggi sembra complicato. Quale potrebbe essere un compromesso evolutivo?

L’Europa si è sempre basata su un treppiede: Francia, Germania e Italia. Per ragioni politiche, economiche e culturali qualsiasi idea di rilancio dell’Europa che non le veda protagoniste parte male. Oggi non c’è più una vera coppia franco-tedesca, e l’Italia è in posizione di oggettiva debolezza e difficoltà. L’Italia è il principale beneficiario dell’azione della BCE e lo sarà del Recovery Fund. Questa vulnerabilità economica ovviamente ci indebolisce. Pongo molte speranze nell’azione europea di Macron, che ha fatto una svolta molto importante in aprile. Per la prima volta da tanto tempo un presidente francese non ha accettato un compromesso minimalista offerto dalla Germania, ma ha aggregato un gruppo di paesi con Italia, Spagna, Portogallo, lavorando per includere Irlanda, Lussemburgo, Belgio, evitando un blocco del sud contro il nord, che non è nell’interesse di nessuno. Così si è arrivati all’accordo di principio sul Recovery Fund e sui Recovery bonds, portando la Germania stessa su posizioni impensabili fino a qualche tempo fa. C’è poi un tema di democrazia e di stato di diritto, perché è molto pericoloso quanto accade all’interno dell’UE, come in Ungheria e Polonia. Un rilancio dell’Unione deve basarsi su una tutela più forte dello stato di diritto e dei valori fondamentali, su un piano di rilancio economico e sociale e di trasformazione ecologica finanziato con risorse proprie e debito comune europeo. Un compromesso avanzato sarebbe l’accordarsi su un piano di rilancio e di trasformazione, finanziato da un debito comune europeo, basato su nuove risorse proprie dell’Europa, embrione di quella capacità di bilancio, cioè di capacità fiscale europea, che secondo noi federalisti è necessaria. Sarebbe un bel passo avanti verso l’Europa che vogliamo. Per farlo francesi, tedeschi e italiani devono pensare l’impensabile.