Colombia, continuano le proteste contro il governo Duque. Ma dall’Europa ancora tutto tace

colombia [Michele Calamaio]

La Colombia di oggi attraversa un momento critico. Da quasi due settimane le sue strade si tingono di gas lacrimogeni, sangue e repressione. Il tutto, scatenato da una mossa sbagliata da parte del governo di Ivan Duque che, di fronte ad un paese in ginocchio con la terza ondata del Covid-19, cerca di implementare la terza riforma fiscale del suo mandato, scegliendo di raccogliere – attraverso la tassazione di prodotti di prima necessità, i servizi pubblici e persino i funerali – circa 7 milioni di dollari per “colmare gli effetti economici devastanti risultato della pandemia”, che ha lasciato il tasso di disoccupazione ai massimi storici, al 42%.

Una tragedia preannunciata che trova le sue origini negli anni di violenza, massacri e corruzione di un modello socio-economico diviso a metà tra i potenti, che hanno sempre più benefici, e la popolazione, che ricava sempre più svantaggi. Una tragedia che ha avuto i suoi primi sbocchi durante il 2020, quando studenti e lavoratori uscirono a manifestare chiedendo al governo risorse per affrontare la crisi provocata dal coronavirus. Proteste che hanno lasciato centinaia di feriti, diversi morti e che hanno fomentato gli animi delle persone, sopratutto davanti alla risposta del governo, la militarizzazione delle città. Queste manifestazioni sono il riflesso del gran malcontento di una popolazione  stanca delle continue ingiustizie e di governi assenti, una popolazione che ha capito di non aver più nulla da perdere.

Due settimane fa, all’inizio delle manifestazioni pacifiche contro il pacchetto delle riforme fiscale, sanitaria e pensionistica, il governo di destra ha optato per la medesima risposta: la militarizzazione delle città. Si è lasciato in fiamme, davanti agli occhi del mondo, un paese spaccato, dove i diritti umani non vengono rispettati, dove in due settimane hanno perso la vita, durante gli scontri violenti con la polizia, più di 50 persone, e sono stati contati circa 500 desaparecidos. Scenari fortemente condannati da organi internazionali come le Nazioni unite, che hanno definito vere e proprie “massacri” le rappresaglie da parte degli agenti antisommossa del ESMAD, Escuadrón Móvil anti-Disturbios, contro i manifestanti. Il ministro della difesa ha cercato di dare la colpa a presunti terroristi infiltrati tra i giovani nelle città ma a smentirlo sono i video diffusi sui social media, diventati virali in pochi minuti.

Nei giorni scorsi l’Unione europea ha condannato gli episodi violenti in Colombia. La stessa Unione Europea che il 28 aprile teneva, durante la seduta plenaria, un dibattito per il quinto anniversario della firma dell’accordo di pace tra il governo nazionale della Colombia e le Forze Armate rivoluzionarie. Accordo del quale ai colombiani resta solo il ricordo ed i cui progressi sono stati valutati “positivamente” dal Parlamento europeo, che sembra non voler vedere che nel 2019 c’è stato un ritorno alle armi da parte di diversi leader delle Forze Armate Rivoluzionare Colombiane (FARC). Durante il dibattito, l’Europa condanna “i massacri e le uccisioni di difensori dei diritti umani, gli ex combattenti delle FARC e i leader sociali e indigeni”, così come “la violenza nei loro confronti”. Viene ribadito anche che “la lotta contro la persistente violenza nei loro confronti è “una delle principali sfide in Colombia”, e che la “violenza non è un metodo legittimo di lotta politica”. Il 28 aprile, giorno in cui la bandiera gialla, blu e rossa è stata rovesciata in segno di protesta, il colore predominante della nazione colombiana è diventato il rosso sangue, versato in favore della libertà di patria.

L’Europa eternamente divisa: la destra in “soccorso” di Duque?

Davanti a questo, però, l’emiciclo si divide e rimane ancora una volta a margine delle azioni concrete, decidendo di non agire. In occasione della celebrazione del quinto anniversario della firma del trattato di pace, la plenaria ha rimarcato i “progressi di questo sforzo” fatto sia dalle autorità europee che colombiane. Ma di quali sforzi si parla esattamente? La parte destra del Parlamento europeo sembra non accompagnare all’uscita di emergenza il presidente Duque, bensì lo ammira per aver “messo in atto le condizioni necessarie” per “giungere all’iniziativa di pace” firmata nel 2016 tra il governo Santos e la FARC. “Queste violenza è costata alla Colombia più di nove milioni di vittime”, ha affermato Leopoldo López Gil, europarlamentare del Partito popolare europeo eletto in Spagna con il Partido Popular. “Da un lato la pandemia e, dall’altro, l’onda migratoria arrivata dal Venezuela, hanno dimostrato il coraggio e la generosità di Duque”, ha ribadito l’ispano-venezuelano, sottolineando come “gli sforzi del governo colombiano” abbiano riportato, per un certo periodo, “la pace e la prosperità” che la nazione non riusciva più a ritrovare da troppo tempo. Gli “sforzi” a cui si aggrappa l’Europa sovranista, quindi, si riversano tutti nella descrizione di una Colombia “partner speciale negli accordi con l’Unione”, in grado si aver dato soluzioni a problematiche di lunga data per “migliorare la visione futura dei propri cittadini”. Non una condanna, né una critica nei confronti della guerra civile che sta distruggendo il tessuto socio-politico interno dello stato. D’altronde, cosa si poteva aspettare da un fronte, quello sovranista, che in Europa rappresenta la versione ideologica “light” della compagine latino-americana? La Colombia, infatti, si è confermata nella tornata elettorale parlamentare dello scorso 2018 come il Paese più a destra del Sud America, nonostante l’astensione, superata del 50%, sia stato il riflesso della delegittimazione della fragile democrazia andina, attanagliata dalla corruzione.

E allora, di nuovo, di quali sforzi parlava López Gil? Nell’ultimo anno più di 250 persone, tra cui leader ambientali, sociali ed esponenti delle piccole comunità, sono state assassinate. Questo silenzio mediatico, però, è stato accompagnato da un silenzio istituzionale, quello europeo, che ha evidenziato l’impotenza politica di una confederazione ancora in via di costruzione. “Molte persone sono state vittime di rapimenti, stupri e uccisioni”, ha fatto sapere l’europarlamentare del PPE, ma “l’assassinio di questi leader deve essere analizzato fino a fondo”, per evitare che dietro la maschera nazionalista delle manifestazioni si nasconda “la loro vera condizione criminale”, fatta di coinvolgimenti nel traffico di droga o delinquenza. “È una situazione molto difficile”, ribadisce il padre dell’omonimo figlio, fondatore del partito Primero Justicia e rifugiato politico in Colombia, ma bisogna “imparare a distinguere tra giusto e sbagliato”, in una situazione di incertezza politica interna che “non deve riversare tutte le proprie colpe sull’operato del presidente in carica”.

L’Europa eternamente divisa: la sinistra richiama la mancata applicazione dell’accordo di Pace

Il dibattito europarlamentare e bicolore si infiamma, con gli esponenti di sinistra che condannano gli episodi violenti e sostengono che il governo colombiano, finora, “non abbia fatto gli sforzi necessari all’implementazione di politiche a favore della risoluzione del conflitto armato”. Lo afferma Idoia Villanueva, europarlamentare spagnola del gruppo Podemos, che, mantenendo una linea critica sull’agire dell’Europa, lancia un appello alla Commissione europea richiedendo il controllo ravvicinato dell’effettiva attuazione di politiche di pace che risultano “essenziali” per il paese sudamericano. Alla luce degli eventi di queste ultime settimane, Villanueva riconosce che “l’incremento smisurato di massacri e spostamenti forzati” sono sinonimo della “mancata applicazione dell’Accordo di Pace”, finanziato anche dalle Istituzioni europee.

Ma come si collegano queste manifestazioni al trattato stesso? Bisogna ricordare che la Colombia è un paese che lavora alla ricostruzione di un tessuto sociale fortemente afflitto dalle conseguenze di un conflitto durato 50 anni tra lo stato ed i gruppi armati, come le Forze Armate Rivoluzionarie (FARC) o l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN).  Non si può, quindi, chiedere ad un Paese con un passato segnato dall’influenza della violenza di sradicare il conflitto a pochi anni della firma del trattato. C’è, indubbiamente, qualcosa che  non è andato nel verso giusto se, dopo quattro anni dalla firma dell’accordo, diversi dissidenti delle FARC, tra cui Ivan Marquez e Jesus Santrich, hanno deciso di tornare alle armi; se, nel 2020, sono stati uccisi più di 250 “leader sociali” tra sindacalisti, attivisti, ecologisti ed ex guerriglieri; e, ancora di più, se durante le proteste in corso in diverse città della Colombia il governo, invece di proteggere il diritto di manifestarsi dei cittadini, decide di rispondere con un’offensiva militare, differenziando tra violenza comune e abuso da parte delle forze dell’ordine.

“La violenza non è la soluzione”. Condannare ma avere le mani legate, invece, lo è?

La reazione di Ivan Duque alle proteste, il mancato dialogo con i leader dei manifestanti e, soprattutto, la violenza con la quale la polizia nazionale e l’ESMAD hanno agito sotto l’ordine del governo sono diventate centro di critiche da parte dei leader mondiali, tra cui anche le Istituzioni europee, che si sono schierate a favore dei manifestanti. “La gente in Colombia ha il diritto di protestare pacificamente”, è stato il motto. “Questo diritto, insieme alla libertà di riunione pacifica, di associazione e di espressione è essenziale per qualsiasi democrazia, deve essere rispettato e protetto, non soppresso con la forza”.

Senza dubbi, un richiamo diretto al presidente Duque e alle forze dell’ordine, al quale si aggiungono le parole del vicepresidente del Parlamento europeo, Fabio Massimo Castaldo, che condanna ogni atto contro il rispetto dei diritti umani. L’eurodeputato dei 5S fa anche un appello al servizio europeo per l’azione esterna e alla Commissione europea, al fine di “applicare le clausole di condizionalità all’interno degli accordi bilaterali”, in casi come questo, in cui vengono infrante le libertà ed i diritti di cittadini. Insomma, un’Europa che ascolta attentamente, si mostra umana e dice ciò che le persone vorrebbero sentire. Un’Europa che, però, ancora una volta, resta ferma alle parole. Di fronte ad una tale incertezza istituzionale, verrebbe spontaneo chiedersi se la forza geopolitica dell’Ue e la sua grande partnership con la Colombia impediscano in qualche modo delle azioni contundenti. Ha avuto alcun risultato la manifestazione dinanzi al Parlamento europeo che chiedeva a voce alta proprio un’azione contundente? Oppure sarebbe utopico pensare che il Vecchio Continente possa avere un impatto sulle politiche nazionali in America Latina?

“El pueblo no se mata”. Anche la Colombia europea scende in piazza

E mentre in Colombia scoccano oramai le due settimane dallo scoppio delle prime manifestazioni che hanno dato fuoco alla miccia degli scontri in atto tra popolazione e governo, a Bruxelles è la “Colombia europea” a scendere in piazza per supportare i compatrioti oltreoceano. Lo scorso 7 maggio, infatti, circa 500 persone si sono ritrovate in Place de Luxembourg, davanti al Parlamento europeo, per protestare contro l’escalation di violenza del governo di Bogotá. Un minuto di silenzio è stato dedicato alle vittime che hanno perso la vita durante le proteste represse nel sangue, mentre ci hanno pensato i cartelloni a strillare il dolore per i morti, gli scomparsi ed i feriti della nuova “guerra civile” contemporanea che la Colombia sta vivendo. Su uno di questi, sventolati dai partecipanti delle associazioni organizzatrici tra cui “Stop the killing”, “Comunicado de la acción” e “Congreso de los pueblos Latinoaméricanos unidos”, si legge: “basta al terrorismo e alla violenza contro la popolazione civile colombiana”.

Mentre i maggiori media e organizzazioni internazionali hanno condannato la militarizzazione delle proteste e gli abusi, il presidente Duque ha attivato una linea telefonica per raccogliere informazioni sui manifestanti, offrendo fino a 10 milioni di pesos di ricompensa a chiunque sia di assistenza alle indagini contro quelli che vengono etichettati come “vandali”. Non contento, alla mobilitazione pacifica e di massa, il presidente ha continuato a rispondere con la massima repressione: uso delle armi da guerra contro i manifestanti, attacchi con gli elicotteri da combattimento alla popolazione civile e rapimenti di tutti i prigionieri politici in contrasto alle politiche del governo centrale. È contro tutto questo che i partecipanti della protesta bruxellese hanno manifestato, esigendo delle azioni concrete da parte delle organizzazioni internazionali contro la militarizzazione del Paese. Ma è anche contro l’Europa che la rabbia della manifestazione si è abbattuta, chiedendo ad alta voce alla Commissione, al Consiglio dei Ministri e ai Paesi membri di smettere di sostenere l’azione repressiva e omicida di Duque, di condannare chiaramente l’assassinio dei leader sociali e dei firmatari dell’accordo di pace, e di attivare la clausola democratica dell’”Accordo di Libero Commercio” UE-Colombia, sospendendo parzialmente o totalmente la sua applicazione fino a quando non finirà l’impunità degli assassini.

“Denunciamo che in Colombia Iván Duque si sia impadronito delle scuole, facendo atterrare aerei militare senza l’autorizzazione delle comunità”. Queste le parole di Omar Bolaños, uno degli organizzatori della manifestazione, il quale ha anche ribadito quanto l’esercito stia compiendo “false azioni terroristiche per perseguire i leader attivisti”. “L’appello che facciamo”, continua Bolaños, è che i media facciano vedere al mondo la vera faccia del nostro presidente”, auspicandosi che l’Europa metta in atto azioni concrete che mettano un freno “ai massacri e alle uccisioni” che la popolazione sta quotidianamente subendo. Tra le voci dei manifestanti, c’è chi implora “l’Unione europea di bloccare la violazione dei diritti umani in Colombia”, ma anche chi, stanco dei soprusi visti in televisione, minaccia il presidente Duque: “il popolo colombiano si è svegliato e non sopporterà più che il governo massacri le nuove generazioni”. La Colombia europea sembra aver riconosciuto della democrazia di Duque un vero e proprio “regime totalitario” e non aspetterà più per mettere in atto quel famoso “cambiamento radicale” che il paese andino attende da troppo tempo.

La fine di Duque, l’inizio della Colombia

Le proteste continuano in Colombia contro il governo, prosegue la repressione violenta delle forze dell’ordine, soprattutto nella città di Cali, e continuano le azioni di condanna da parte di altri esponenti politici sudamericani, così come dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite. “La preoccupazione è grande”, sostengono le più grandi testate del Paese andino, ma la necessità di trovare una manovra alla grande crisi economica che ha investito la Colombia dall’inizio della pandemia lo è ancora di più. Gli economisti sostengono che, nonostante l’errore del presidente di tirare in ballo una riforma finanziaria che discriminava e prometteva ancora più impoverimento piuttosto che il miglioramento della situazione economica della classe sociale, una ristrutturazione del sistema monetario è necessaria: si è infatti riscontrato che, dopo un anno, povertà e disoccupazione sono saliti del 14%, mentre il PIL ha registrato un caduta verticale del 6,9%; dati che sembrano si stiano innalzando ulteriormente dopo la terza ondata del virus, se non dopo lo scoppio delle manifestazioni nazionali.

A ciò si aggiunge lo shifting popolare a cui sta andando incontro il presidente più giovane della repubblica colombiana: salito al potere a soli 42 anni, è il leader meno anziano della storia recente del paese ma anche quello più alienato dai ragazzi, con un 74% nella fascia tra i 18 e i 25 anni che ha maturato un’opinione negativa di lui, in seguito alla sanguinosa repressione delle proteste contro il governo. I giovani contro il giovane: sembra essere questo il tassello finale della guerra civile in atto in Colombia, dove, pur di fa fronte all’oppressione del governo, il popolo non vuole più rinunciare al cammino di emancipazione iniziato lo scorso 28 aprile. Questi avvenimenti fanno capire chiaramente che la popolarità del presidente Duque è ai minimi storici, e che a peggiorare lo scenario è il fattore tempistico: la gestione dell’emergenza sanitaria, con un lockdown lungo e altrettanto inefficiente, insieme alla chiusura del commercio e di buona parte delle attività produttive, il calo registrato negli investimenti internazionali, e l’assenza di misure di assistenza per milioni di cittadini in difficoltà, hanno dato il colpo di grazia a un’economia che già si trovava ai bordi di una recessione e in cui le contraddizioni socio-politiche non offrivano più ampi margini di manovra al governo in carica. La Colombia si appresta ad affrontare una delle crisi economiche più gravi degli ultimi 20 anni, in un ambiente del tutto disastrato, ma convinta da una certezza: no a Duque, si ad una nuova Colombia.