Unità europee di risposta alle crisi: è il momento di fare il salto

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La presidente della Commissione UE Von der Leyen a bordo di un Eurofighter Typhoon presso l'apposito centro di addestramento a Laage (Germania). EPA/FELIPE TRUEBA

Negli ultimi mesi è circolata un’indiscrezione su una presunta proposta della Commissione per una “Initial Entry Force” europea di 5.000 unità. La volontà politica rappresenta sia un motore che un ostacolo in questo processo, scrivono Francesca Romana D’Antuono, Reinier van Lanschot ed Emile Fabre.

Francesca Romana D’Antuono e Reinier van Lanschot sono co-presidenti di Volt Europa. Emile Fabre è un consigliere politico.

Sullo sfondo della drammatica situazione della sicurezza in Afghanistan, c’erano ragioni per credere che fosse il momento giusto e che la Commissione europea avrebbe finalmente “preso il toro per le corna”.

Ma la presidente Ursula von der Leyen si è affrettata a mitigare le aspettative nel suo discorso sullo stato dell’Unione, offrendo invece una tabella di marcia più cauta verso un’Unione Europea della Difesa. Sicuramente, questo era l’approccio più pragmatico. Eppure, una proposta audace, avventurosa, per una forza di risposta alle crisi dell’Ue era attesa da tempo.

L’Afghanistan è emerso come un forte promemoria di come le risposte dei nostri governi alle crisi rimangano scoordinate e intrinsecamente guidate da programmi politici a livello nazionale.

Allo stesso tempo, è servito come un’ulteriore prova – se mai ne avessimo avuto bisogno – che le nostre azioni isolate tendono a mancare di mordente nel momento in cui gli Stati Uniti scelgono di abbandonare una zona di crisi, sottolineando ulteriormente la nostra eccessiva dipendenza da Washington per le questioni di difesa.

Tuttavia, negli ultimi anni è emerso un tentativo promettente nella forma della Cooperazione Strutturata Permanente (Pesco) che permette ai paesi che lo desiderano di creare progetti di difesa congiunti intorno a interessi condivisi. Ad ogni modo, mentre lo schema offre opportunità uniche per i nostri comandi di abituarsi progressivamente a mettere in comune le loro capacità, finora ha generato poco entusiasmo tra le capitali. I piani per un esercito dell’Ue si sono intensificati all’inizio di quest’anno, quando la Commissione ha lanciato il Fondo europeo di difesa per sostenere il programma di ricerca e sviluppo militare congiunto.

Allo stesso tempo, 14 stati membri – tra cui Germania e Francia – hanno mostrato segni incoraggianti proponendo una forza militare congiunta dell’Ue solo per tornare sui propri passi un paio di mesi dopo in Afghanistan.

Successivamente, una proposta di forze militari ad hoc è spuntata di nuovo in una riunione dei ministri della difesa dell’Unione europea all’inizio di settembre, prima di essere rapidamente bloccata da un piccolo gruppo di paesi perché non corrispondente alla loro visione della sicurezza europea – esclusivamente radicata nella cooperazione con gli Stati Uniti.

L’Ue non può attualmente schierare essa stessa delle forze armate: i contingenti rimangono sotto il controllo dei nostri governi nazionali, da cui la frammentazione delle nostre risposte in Afghanistan.

Si accende il dibattito sulla difesa europea

L’integrazione europea nel campo della difesa e della sicurezza è un tema centrale su cui storicamente l’Unione Europea non è riuscita a fare grandi progressi dai tempi della caduta della CED, la Comunità Europea della Difesa, ma negli ultimi anni …

Il deputato olandese di Volt Laurens Dassen ha ragione: l’Unione ha bisogno di un corpo armato permanente in grado di essere schierato rapidamente e autonomamente in crisi come quella che abbiamo affrontato a Kabul. L’Ue dovrebbe essere dotata di unità di professionisti altamente specializzati, in grado di rispondere a crisi improvvise, siano esse causate dall’uomo, accidentali o naturali.

Questo includerebbe, per esempio, squadre di decontaminazione rapida per la protezione Nbc (nucleare, biologica e chimica), squadre di soccorso per rispondere ai disastri climatici, o unità per garantire l’evacuazione sicura e rapida delle persone in ambienti fragili.

Non c’è nulla di irrealistico in questa proposta: L’Ue ha già il quadro di base a livello europeo. I gruppi tattici dell’Unione esistono dal 2007, ma dipendono dalla volontà politica e dalla regola dell’unanimità al Consiglio per essere pienamente attivati. Di conseguenza, non sono mai stati veramente schierati!

E nella capacità di pianificazione e condotta militare, l’Unione europea ha portato l’embrione di quartieri generali militari per decidere quando e come schierare quei gruppi tattici. In sostanza, queste capacità sono i pezzi sparsi di un mobile che deve ancora essere assemblato. I nostri governi dovrebbero ora iniziare il lungo processo di rimozione degli ostacoli che impediscono il controllo dei gruppi tattici a livello Ue.

All’inizio dell’anno prossimo, l’Unione europea dovrebbe presentare la Bussola Strategica, un altro promettente sforzo con l’ambizione di sviluppare la dimensione di sicurezza e difesa della Strategia Globale di Federica Mogherini attraverso un’analisi comune delle minacce e delle risposte più adeguate.

Questioni comuni, come quelle a cui abbiamo assistito recentemente a Kabul, dovrebbero innescare risposte comuni. Tuttavia, raggiungere il consenso tra le capitali europee rimane ancora complesso.

Un gruppo ristretto di stati membri deve fare un salto di fede e fare il primo passo insieme. Ciò che fino a poco tempo fa era impensabile, ora è stato messo in moto: la scorsa settimana, cinque paesi hanno finalmente espresso la loro volontà di creare una forza di reazione rapida congiunta per le future crisi militari.

Possiamo solo sperare che questa “coalizione dei volenterosi” trasformi tale annuncio in una futura pietra miliare dell’Ue. Questo gruppo potrebbe guidare il processo mostrando il valore aggiunto di un primo battaglione permanente dell’Unione dedicato alla risposta alle crisi, da inaugurare al vertice sulla difesa europea del prossimo anno.