Ue-Turchia: una partita sempre più complessa

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il Giorno della Vittoria in Turchia. [EPA-EFE/STR]

Lo scorso 28 agosto i ministri degli esteri dell’Unione europea, riuniti informalmente a Berlino per il semestrale appuntamento in formato Gymnich [così è chiamata la riunione informale dei Ministri degli Esteri Ue, ndr], hanno optato per un ultimatum nei confronti della Turchia alla luce dei recenti sviluppi nel Mediterraneo orientale.

Nel caso in cui le attività provocatorie turche non dovessero cessare, l’Ue è disposta a rafforzare le sanzioni ad personam già decise nel 2019 e ad imporne di nuove, al fine di intaccare più duramente l’infrastruttura economico-finanziaria che sostiene le attività turche nella regione, colpendo individui e beni, proibendo l’uso dei porti, delle tecnologie e delle risorse europee, nonché sanzionando tutte quelle attività settoriali in cui l’economia turca è dipendente da quella europea. Come evidenziato dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Ue Josep Borrell, la priorità europea rimane la riduzione delle tensioni in piena solidarietà ad Atene e Nicosia, favorendo il dialogo con la controparte turca ma lasciando la porta aperta ad ulteriori misure di rappresaglia alla luce della montante frustrazione avvertita da numerosi Stati Membri, primi tra tutti Grecia e Cipro.

La situazione nel tratto di mare tra le coste greche, turche e cipriote, che ospita notevoli riserve di gas naturale scoperte a partire dal 2009, è diventata sempre più tesa nel corso dell’estate, con Atene ed Ankara spesso sul punto di collidere a causa di rivendicazioni territoriali sull’estensione delle proprie piattaforme continentali: una contesa complicata ulteriormente tanto dalla mancata adesione turca alla Convenzione Nu sul Diritto del Mare (Unclos) quanto dalla difficile situazione di Cipro, divisa in due entità amministrative dal 1974, con la “repubblica” settentrionale riconosciuta ad oggi solo dalla Turchia, la quale ne rivendica il coinvolgimento nella gestione delle risorse energetiche cipriote. La Grecia ha inoltre manifestato l’intenzione di estendere le proprie acque territoriali ad ovest, una mossa considerata da Ankara alla stregua di un casus belli.

Di fronte a tali linee di tensione, l’Ue ha assunto una politica di contenimento nei confronti di Erdogan volta a prevenire l’insorgenza di un conflitto regionale, anche in tutela dei propri interessi economici. Tuttavia, se da un lato è indubbio che la prospettiva di energy diversification grazie alle risorse greco-cipriote appaia appetibile a Bruxelles in un’ottica di unione energetica, dall’altro, osservando il quadro più ampio delle relazioni bilaterali con la Turchia, che hanno subìto un grave deterioramento a partire dal fallito colpo di stato del 2016, portando ad una sospensione dei negoziati d’adesione, la questione energetica si mostra più ampia, legata ad altri nodi cruciali, quali il problema di Cipro, e dunque l’integrità territoriale dell’Unione, la sopravvivenza del controverso accordo sulle migrazioni, nonché l’ingerenza turca in Libia e Siria, ovvero argomenti che tendono a dividere gli Stati Membri.

Parallelamente a Bruxelles, anche le capitali nazionali hanno infatti iniziato a muoversi autonomamente. Il fronte più radicale, che conta Grecia, Cipro e Francia, predilige una linea più dura: come dimostrato dalla red line policy di Macron, basata sulla dimostrazione di forza militare al fine di deterrenza, la Francia ha aumentato la propria presenza militare nella regione da metà agosto, unendosi poi ad Italia, Grecia e Cipro in un esercizio militare congiunto al largo delle coste cipriote lo scorso 26 agosto. La Germania di Merkel si trova invece a guidare il fronte più moderato orientato verso mediazione e dialogo, specialmente in virtù del delicato ruolo che si trova a ricoprire attualmente, ovvero la Presidenza di turno dell’UE: il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha visitato Atene ed Ankara la scorsa settimana in cerca di un punto di mediazione, ma l’approccio moderato della Germania ha indispettito la Grecia, che lo considera scarsamente produttivo di fronte alla refrattaria assertività turca.

Quale sia l’obiettivo ultimo di Erdogan nella regione non è ancora pienamente chiaro: che stia cercando un confronto, l’attenzione europea o una finestra di opportunità per soddisfare le proprie mire espansionistiche e consolidare il proprio potere regionale, la strategia turca ha innegabilmente suscitato forti reazioni da parte europea. L’Ue ha la possibilità in questo contesto di agire da mediatore tra le parti per prevenire l’escalation e ristabilire lo status quo: tuttavia, questa potenzialità dipenderà in gran parte dal desiderio di sinergia degli Stati Membri. Bruxelles ha lanciato un chiaro ultimatum, lasciando ad Erdogan meno di un mese per scegliere il successivo corso d’azione fino alla prossima riunione speciale dei capi di stato e di governo dell’Ue, prevista per i prossimi 24-25 settembre, che potrebbe decidere un regime sanzionatorio più rigido.

Elena Baracani è professore associato di Scienza Politica presso l’Università di Bologna.