Se Londra tenta di recuperare la sovranità rafforzando l’arsenale nucleare

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Il primo ministro britannico Boris Johnson. [EPA-EFE/JESSICA TAYLOR/UK PARLIAMENT]

Secondo le rivelazioni del Guardian e del Sun la Gran Bretagna sta per annunciare un aumento delle sue scorte di armi nucleari.

“Riprendersi la sovranità”, “Take back control”: erano questi i mantra dei brexiters durante la campagna referendaria e nel corso delle lunghissime negoziazioni tra l’UE e il Regno Unito. In un mondo interdipendente come quello del 2021, la sovranità nazionale è come una parola nostalgica, un’idea simile alla sensazione che ci assale quando i ricordi positivi del passato riaffiorano, come i profumi che associamo ad un momento lontano e che non riusciamo più ad odorare. Allo stesso tempo viene però usata come parola d’ordine intorno a cui ricompattare un patriottismo sfiorito, un senso di comunità quasi dimenticato, ricordando le (presunte) glorie del passato.

È un’idea difficile da tradurre in qualcosa di concreto nella Gran Bretagna del XXI secolo ma che allo stesso tempo è assolutamente necessario tradurre  in qualche modo, per evitare che l’incantesimo svanisca e che l’aura quasi magica costruita intorno ad essa si dissolva. Il modo in cui sembra verrà tradotta dal governo britannico, alle prese con le tante difficoltà commerciali dovute alla Brexit, è un modo eclatante e passa per una dimostrazione di forza sulla scena internazionale: l’aumento dell’arsenale nucleare. Una strategia che ricorda l’ostentazione di gioielli preziosi da parte della nobiltà decaduta o in decadenza. Oppure l’ostentazione dei muscoli scolpiti da parte di ragazzi nel profondo molto insicuri.

In concreto, secondo le rivelazioni del Guardian e del Sun la Gran Bretagna starebbe per annunciare un aumento delle sue scorte di armi nucleari nel quadro di una revisione ad ampio raggio della propria strategia di sicurezza, difesa e politica estera. La fuga di notizie rispetto a quanto dovrebbe essere pubblicato martedì spiega che la Russia del presidente Vladimir Putin rappresenta una “minaccia attiva”, anche se è la Cina ad essere descritta come una “sfida più sistemica”. Londra si è sempre più scontrata con Mosca e Pechino negli ultimi anni, su questioni che vanno dallo spionaggio e gli attacchi informatici.
La decisione britannica non sembra tra l’altro un caso isolato. Secondo Avvenire, ad esempio, dal 2000 ad oggi, le esercitazioni militari russe includono tutte uno scenario con raid nucleari limitati. La Russia non ha pari al mondo per testate nucleari tattiche, a basso potenziale: ne possiede 1.800, potenti quanto un’Hiroshima, non disciplinate da nessun trattato di disarmo. Quelle della Nato sono distribuite in quattro Paesi europei: Belgio, Paesi Bassi, Germania, Italia.

Non siamo più ai tempi della Guerra Fredda e ai tempi del Manifesto contro la proliferazione nucleare promosso da Albert Einstein e Bertrand Russell e firmato anche dagli scienziati Max Born, W. Bridgman, Leopold Infeld, Frederic Joliot‐Curie, Herman J. Muller, Linus Pauling, Cecil F. Powell, Joseph Rotblat, Hideki Yukawa.
Oggi, il trattato sulla proibizione delle armi nucleari, il primo accordo legalmente vincolante che vieta lo sviluppo, i test, la produzione, l’immagazzinamento, il trasferimento, l’uso e la minaccia delle armi nucleari, è entrato in vigore da pochissimo, dopo la ratifica di 50 Paesi. Ma le principali potenze nucleari (Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia) non l’hanno firmato.

Il tentativo di “recuperare sovranità” da parte del Regno di Sua Maestà sembra al contempo un azzardo molto pericoloso ma anche un’arma di distrazione (dai problemi, dal malcontento generato dalle conseguenze della Brexit, dal crescente isolamento del paese). Non dobbiamo dimenticare, però, che in un momento di profonda crisi economica e sociale, di malcontento crescente e con la disoccupazione a livelli altissimi, il governo guidato da Margaret Thatcher recuperò consenso con la guerra delle Falkland. Era il 1982, certo, e non il 2021, e i parallelismi con eventi storici del passato sono sempre da evitare, ma per riprendere una metafora usata all’inizio, qualche volta, a forza di mostrare troppo i muscoli, si finisce per sferrare o ricevere un cazzotto.

In tutto questo, non possiamo non constatare il totale silenzio e la completa immobilità dell’Unione Europea. Nessuno auspica una corsa agli armamenti nucleari anche nell’Ue, ma colpisce la totale assenza di strategia europea rispetto ai movimenti delle altre potenze sullo scacchiere geopolitico. È come se quella che tra l’altro si era presentata come la “Commissione geopolitica” non abbia nessuna idea di come evitare che l’Europa diventi niente di più che un gigantesco e bellissimo Museo, o di come porsi rispetto ad un eventuale braccio di ferro tra le altre potenza, né attraverso una strategia di soft power né con una di hard power. La “bella addormentata” continua a dormire e non ha idea di come sarà il mondo nel quale rischia di riaprire gli occhi.