Scoprire lo spirito della Comunità europea della difesa, 70 anni dopo

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La firma del trattato sulla Comunità europea della difesa, 27 maggio 1952. Da sinistra: Konrad Adenauer, Paul van Zeeland, Robert Schuman, Alcide de Gasperi, Joseph Bech, Dirk Stikker. [WikiCommons]

La storia è costellata da una serie di coincidenze stranamente emblematiche. È certamente una di queste che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ci abbia smosso dal nostro lungo letargo geopolitico a 70 anni dalla firma del Trattato che istituisce la Comunità europea di difesa (Ced), il 27 maggio 1952, scrive Federico Ottavio Reho.

Federico Ottavio Reho è Senior Research Officer presso il Wilfried Martens Fund di Bruxelles.

Lungi dall’essere pacifisti, i padri fondatori dell’integrazione europea avevano capito che, a lungo termine, un’unione politico-militare – e non solo giuridico-economica – era cruciale per salvaguardare la libertà appena conquistata dall’Europa.

Per molti versi, la guerra in Ucraina chiude il lungo ciclo storico del disimpegno strategico europeo, iniziato con il fallimento della Comunità europea della difesa nel 1954 e poi superato (ma solo sulla carta) dallo sviluppo di una politica europea di sicurezza e difesa a partire dagli anni Novanta.

In effetti, la situazione globale del 2022 è più simile al pericolosissimo mondo del 1950 – quando la guerra di Corea acuì le tensioni esistenti tra il blocco occidentale e quello comunista e consolidò le strutture che avrebbero animato la Guerra Fredda – che a quello del 1954, quando, dopo la morte di Stalin, cominciarono a maturare le condizioni per una più pacifica convivenza tra le superpotenze.

Non c’è quindi da stupirsi se l’esperienza della Ced appare particolarmente pertinente in questo momento e può offrirci almeno tre preziosi insegnamenti.

La prima riguarda la struttura dell’alleanza atlantica. Pur essendo tutti convinti atlantisti che consideravano gli Stati Uniti un alleato fondamentale nella lotta globale contro il comunismo, i sostenitori della Ced miravano a bilanciare l’egemonia schiacciante degli Stati Uniti nell’Alleanza con una forte controparte politica e militare europea.

Anche se avrebbe dovuto mantenere stretti legami con la Nato e sarebbe stata operativamente subordinata ad essa, nel lungo periodo la Ced avrebbe potuto dare corpo a quell’idea di autonomia strategica che per l’Unione europea rimane ancora poco più che un miraggio.

Oggi, ricordare la Ced dovrebbe quindi aiutarci a immaginare una rinnovata Alleanza Atlantica organizzata come un partenariato più equilibrato tra due poli di potere autonomi e adeguatamente strutturati – quello americano e quello europeo – rispetto a quello irrimediabilmente asimmetrico di cui ci siamo accontentati finora.

La seconda lezione riguarda la “questione tedesca”. La Ced originaria è nata dalla necessità di imbrigliare il riarmo tedesco, richiesto a gran voce da Washington all’inizio della guerra di Corea, in un solido quadro di integrazione sovranazionale.

Gli europei occidentali pensavano che il riarmo tedesco nell’ambito della sola Nato – un’alleanza tra Paesi sovrani – non avrebbe offerto garanzie sufficienti contro la ricostituzione di uno Stato nazionale tedesco onnipotente nel cuore dell’Europa.

Anche oggi, la guerra in Ucraina ha portato a progetti di riarmo tedesco mai visti dalla Seconda guerra mondiale. Tuttavia, a differenza dei primi anni Cinquanta, questi piani sono stati definiti unilateralmente da una Germania riunificata che, nell’ultimo decennio, ha riacquistato uno status di preponderanza economica e politica nell’Ue.

Lo spirito della Ced richiederebbe ora di incanalare questo nuovo riarmo tedesco in un’adeguata struttura sovranazionale a beneficio dell’Unione europea nel suo complesso, invece di accontentarsi del solo quadro della Nato.

La terza e ultima lezione riguarda la forma costituzionale dell’unità europea.

In base all’articolo 38 del Trattato che istituisce la Comunità europea di difesa, la sua assemblea parlamentare sarebbe stata trasformata in un’assemblea costituente per elaborare un progetto di costituzione federale o confederale per i sei membri fondatori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, un salto di qualità federalista nell’integrazione europea che oggi siamo ancora lontani dall’aver raggiunto.

In modo un po’ controintuitivo, la federalizzazione dell’integrazione europea in questa fase iniziale avrebbe probabilmente portato a una comunità politica più equilibrata, meno centralizzata e più rispettosa delle prerogative nazionali rispetto all’attuale Ue.

Avrebbe significato trasferire un numero limitato di importanti competenze strategiche, tra cui presumibilmente la difesa e la politica estera, a istituzioni sovranazionali pienamente legittimate a esercitarle, mentre tutte le altre competenze sarebbero rimaste appannaggio esclusivo dei singoli Stati nazionali.

L’approccio funzionalista all’integrazione, favorito dopo il fallimento della Ced, si è invece basato sulla graduale condivisione della sovranità in un numero sempre più ampio di aree, a partire da quelle relative all’integrazione economica, ritenute politicamente meno sensibili e controverse.

Così, nel corso dei decenni, siamo arrivati alle caratteristiche disfunzionali dell’Ue di oggi, una sorta di confederazione alla rovescia, con pochissimo peso nei settori tradizionali di competenza federale (ad esempio, la difesa), ma che si intromette in aree che le federazioni hanno lasciato volentieri agli Stati membri (ad esempio, la regolamentazione economica/sociale dettagliata e, sempre più spesso, la regolamentazione dei valori e degli stili di vita).

Per tutti questi motivi, nel 2022 sarebbe davvero necessario rivalutare l’esperienza e riscoprire lo spirito della Ced, che sembra così lontana eppure così vicina.