Rivincita talebana

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Un combattente mentre sistema la bandiera talebana. [EPA-EFE/STRINGER]

Un’analisi degli ultimi tragici avvenimenti in Afghanistan attraversando i passaggi cruciali degli interventi statunitensi in Medioriente nell’ultimo decennio. 

Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi sono autori di diverse pubblicazioni sulle questioni mediorientali.

Caduta Kabul, i talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Chiuso il capitolo del governo filo-occidentale di Ashraf Ghani, scappato dal Paese. Sconfitta amara per Washington & alleati, impegnati da due decadi in una difficile guerra, combattuta con successo dal cielo ma non altrettanto sul suolo. Il frettoloso rimpatrio degli ultimi stranieri rimasti, il caos della fuga di migliaia di persone, il panico nei volti della gente attestano il fallimento completo della missione di esportare democrazia e libertà in quel remoto angolo del pianeta.

Il sogno di Osama bin Laden di cacciare gli “infedeli” a stelle e strisce dalle terre dell’islam aleggia come un fantasma, tanto nelle strade di Kandahar quanto negli sperduti villaggi. Nel 2011 dopo la sua morte al Qaeda venne rapidamente eclissata dall’insorgere della “stella” nera dell’Isis.

La strategia del terrorismo nell’ombra profetizzata da bin Laden pareva essere stata offuscata dalla nascita, e dalla propaganda, dello stato islamico del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. La storia dell’Isis si dimostrerà di corto respiro e in uno spazio geografico circoscritto a Siria ed Iraq, dove governano con violenza brutale e inumana.

Il vaso è già pieno a settembre 2014, quando l’amministrazione Obama chiama alla crociata, alla coalizione aderiscono 83 stati, l’obiettivo è cancellare il califfato dalla mappa del Medioriente. Dal 2016 è chiaro a tutti l’esito dello scontro. Il collasso dell’Isis è alle porte. Ad ottobre 2019 l’evento conclusivo, al-Baghdadi braccato dalle forze speciali statunitensi si toglie la vita, facendosi saltare in aria.

L’impero del fondamentalismo nel mondo perde un’area di riferimento, ed un prolifico ufficio di reclutamento. Nel preciso istante in cui veniva assaporato il successo contro un regime pericoloso e distorto “inavvertitamente” è tolto lo sguardo, e l’attenzione, da un altro palcoscenico, dove tutte le sigle del franchising del terrorismo jihadista hanno presenza fissa e una sicura tana: le montagne dell’Afghanistan.

La voglia di disimpegno Usa dalla regione è confermata nel 2020. A Doha le prime prove di riavvicinamento. Nel negoziato il segretario di stato Mike Pompeo e la controparte il mullah Baradar raggiungono un accordo bilaterale di pace. La promessa in cambio del ritiro delle truppe alleate è che i vecchi padroni una volta tornati non daranno mai più riparo ai proseliti di bin Laden. In pratica la trattativa ruota intorno ad un doppio tradimento, da una parte viene abbandonato il governo di Ghani, dall’altra è al Qaeda ad essere scaricata.

In fondo, come in un suk arabo dopo una estenuante trattativa entrambi sono stati venduti al miglior offerente. È ovvio che sulla bilancia pesa l’11 Settembre e le imminenti elezioni presidenziali americane che Trump perderà. Con Biden però la musica non cambia: si torna a casa. L’incognita ora è se veramente i talebani rispetteranno la parola data prima che le forze statunitensi sloggiassero, lasciando un vuoto che oggi troppi rimpiangono.

Articolo tratto dal blog “Il Medioriente“.