Quale futuro per la difesa europea dopo il COVID-19?

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV.COM Ltd.

Un soldato durante l'esercitazione Crystal Arrow 2020 nella base militare di Adazi, in Lettonia, a marzo 2020. [EPA-EFE/TOMS KALNINS]

La crisi può diventare un’opportunità per affrontare alcuni dei limiti che caratterizzano il cantiere della difesa europea, facendo scelte più nette in termini di priorità, razionalizzando gli investimenti e favorendo tutte le sinergie. L’analisi di Enrico Petrocelli.

Perché nel mondo investito da COVID-19, che sarà segnato nei prossimi mesi da una pesante recessione economica e da una drammatica crisi sociale, vale la pena di riflettere delle sorti della difesa europea ?

Innanzitutto, perché la pandemia da coronavirus ci consegnerà un mondo più instabile ed insicuro, con un decoupling tecnologico-economico e una competizione strategica ancora più accesa tra USA e Cina.

In un mondo ancora più polarizzato, per promuovere i suoi valori ed interessi, così come per difendere e rinnovare una governance globale fondata sul multilateralismo e sulla cooperazione internazionale, l’Europa avrà bisogno di coltivare la sua autonomia strategica: un’autonomia cooperativa, preferendo la cooperazione con i propri partner, a partire dagli alleati atlantici e dalle Nazioni Unite, ogni volta che sarà possibile; ma essendo pronti ad agire da soli ogni volta che sarà necessario.

L’Unione Europea sarà chiamata a fare scelte chiare ed interconnesse: da una parte riaffermare e rinnovare il legame transatlantico, attraverso una cooperazione ancora più stretta con la NATO; dall’altra portare a compimento il cantiere della difesa europea che è stato aperto negli ultimi 4 anni.

E per capirne l’urgenza, può esser utile ricordare come nel 2019 si sia raggiunto il più alto livello di spese militari a livello globale dell’ultimo decennio, per un importo pari a 1.917 miliardi di dollari. Tra i primi 5 paesi al mondo (USA, Cina, India, Russia, Arabia Saudita) per investimenti in difesa, rappresentativi del 62 % delle spese complessive nel settore, non ne figurano di europei, e allo stesso tempo si ritrovano tutti gli altri principali attori geopolitici su scala globale. 

Le spese militari del 2019 registrano il maggior incremento degli ultimi dieci anni

La spesa militare globale ha visto il suo più grande incremento degli ultimi dieci anni nel 2019, salendo a 1900 miliardi di dollari, secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto svedese di ricerca sulla pace (SIPRI) pubblicato lunedì 27 aprile, che segna il …

E se la pandemia da coronavirus produrrà un pesante impatto sul ciclo economico e sugli investimenti nel 2020, è bene non farsi illusioni su quale sarà la traiettoria di medio periodo che le principali potenze continueranno a seguire su sicurezza e difesa in un mondo che si preannuncia sempre più instabile e conflittuale.

Quanto all’Europa, nel momento in cui dovrà giustamente dare priorità politica e di bilancio alla sanità, alla ricerca medico-scientifica, al lavoro e, più in prospettiva, alla sostenibilità ambientale con l’European Green Deal e alla digitalizzazione con Digital Europe, la domanda a cui dovrà rispondere sarà: si potrà decidere di spendere meno in sicurezza e difesa, senza per questo rinunciare all’ambizione di costruire una difesa europea e di perseguire l’obiettivo dell’autonomia strategica ?

Non sarà facile, se non scegliendo di trasformare la crisi in un’opportunità per affrontare finalmente alcune delle contraddizioni e dei limiti che caratterizzano il cantiere della difesa europea, facendo alcune scelte più nette in termini di priorità, razionalizzando gli investimenti e favorendo tutte le possibili sinergie.

Ma a che punto siamo ?

Da quando nel dicembre 2017 si è deciso di attivare per la prima volta lo strumento di integrazione differenziata in materia di difesa previsto dal Trattato di Lisbona, dando avvio alla Cooperazione Permamente e Strutturata (PESCO) a cui hanno aderito 25 Stati membri UE (tutti tranne Danimarca e Malta), sono stati adottati e messi in cantiere 47 progetti, che spaziano dalla capacità europea di risposta rapida e coordinata nella gestione delle crisi (EUFOR CROC – Crisis Response Operation Core), alla creazione di un comando europeo per la medicina militare (European Medical Command); da strutture europee per la formazione professionale congiunta (EU Training Mission Competence Centre), ad un’accademia europea per il personale dei servizi di sicurezza (Joint EU Intelligence School); fino alla progettazione e allo sviluppo di capacità congiunte nei settori della difesa terrestre, aerea, navale, cyber e spaziale.

Un ventaglio di proposte molto ricco e ambizioso, ma che rischia di essere troppo dispersivo, tanto più in una stagione di risorse limitate. Nei prossimi mesi, la vera sfida sarà dunque quella di selezionare in questo ambito alcuni progetti prioritari (ad esempio a partire dall’EUFOR CROC, come suggerito dal consorzio EU IDEA) che servano a dare forma e contorno ad una prima forza multinazionale europea integrata.

Sarà allo stesso tempo cruciale assicurare un collegamento più esplicito tra i principali progetti PESCO e i finanziamenti del nascente Fondo europeo per la difesa (EDF), la cui dotazione sarà definita nell’ambito del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (MFF), cioè il bilancio europeo 2021-2027, a partire dai 13 miliardi di euro proposti dalla Commissione Europea, obiettivo che oggi appare ambizioso, seppur recentemente rilanciato con un appello da parte dei principali analisti europei del settore.

Come per la cooperazione militare tra Stati UE in ambito PESCO, così pure sul versante della cosiddetta base industriale e tecnologica di difesa europea (EDTIB) – al cui sviluppo sarà per l’appunto dedicato l’EDF – sarà importante razionalizzare gli investimenti, evitando duplicazioni e favorendo sinergie nella ricerca e nello sviluppo di capacità da mettere al servizio tanto dei singoli Stati membri, quanto dell’UE e della NATO.

Per questo, servirà allineare politicamente ancor più di quanto non avvenga già oggi gli esercizi di pianificazione e programmazione europeo dell’EU Capability Development Plan (CDP) e della Coordinated Annual Review on Defence (CARD), con quello atlantico del NATO Defence Planning Process.

Così come sarà essenziale precisare attraverso lo Strategic Compass, il documento di indirizzo politico-strategico in preparazione a livello europeo, quale debba essere il livello di ambizione della politica europea di sicurezza e difesa a distanza di oltre 20 anni dalla sua prima definizione fatta con l’Headline Goal di Helsinki, e in linea con gli obiettivi già indicati nel 2016 con la EU Global Strategy.

Allo stesso tempo, nella dimensione industriale della difesa europea si confronteranno interessi e progettualità talvolta in diretta competizione tra loro, che dovranno invece essere ricondotti dentro una cornice il più possibile unitaria.

E se da una parte alcune iniziative come quella franco-tedesco-spagnola per lo sviluppo di un caccia multiruolo di sesta generazione segnalano uno straordinario potenziale di competitività tecnologica e industriale (che però inevitabilmente si andrà a contrapporre a linee di produzione già esistenti come quella degli F-35 a trazione americana e partecipazione dell’italiana Leonardo), dall’altra andranno favorite delle sinergie e delle alleanze industriali più ampie ed inclusive di quanto visto finora, in un giusto equilibrio tra Stati membri e grandi imprese del settore, valorizzando tutte le migliori eccellenze, come quelle che ad esempio esprime l’Italia (dalla già citata Leonardo, fino a Fincantieri, che si è appena aggiudicata il contratto per la costruzione dell’unità capoclasse del programma per le nuove fregate lanciamissili della Marina militare USA).

Far crescere una base industriale europea nel settore della difesa significherà anche cogliere tutte le opportunità delle tecnologie duali, riaffermando come gli investimenti in ricerca e innovazione con impiego civile e militare possano rappresentare, tanto più in questa stagione, uno straordinario volano di sviluppo economico e competitività internazionale, in particolare in settori strategici come l’intelligenza artificiale, la tecnologia per le comunicazioni, le biotecnologie, la robotica.

La costruzione della difesa europea passerà dunque dalla ricerca di un equilibrio non facile tra interessi e priorità spesso divergenti, ma che non dovrà mai prescindere dalla chiarezza nell’obiettivo politico da conseguire: non certo militarizzare l’Europa per ingaggiare guerre in giro per il mondo, quanto al contrario conquistare quell’autonomia strategica che ne faccia sempre più un attore credibile su scala globale per promuovere sicurezza e pace, per la gestione e la risoluzione dei conflitti, per la stabilizzazione e la cooperazione internazionale.