Populismo digitale e democrazia americana: ultimo atto?

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Il presidente americano uscente Donald Trump. [EPA-EFE/ERIK S. LESSER]

Era già il sospetto di molti, ma ora appare evidente: l’assalto a Capitol Hill ma soprattutto le dichiarazioni rese la mattina del 6 gennaio 2021 hanno probabilmente fatto di Trump il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti. Per averne conferma è sufficiente richiamare le durissime frasi pronunciate da Trump in quell’occasione:

They’re weak Republicans, they’re pathetic Republicans […] If they don’t fight, we have to primary the hell out of the ones that don’t fight. […] We’re gonna let you know who they are” 

Si tratta di frasi incendiarie, che non hanno risparmiato il Partito Repubblicano e che hanno istigato i facinorosi, incitando a un vero e proprio colpo di stato, come è stato sostenuto in queste ultime ore. I commentatori si sono subito concentrati sulle possibili vie di uscita al corto circuito trumpiano. Sulla carta il sistema costituzionale statunitense ne offre tre: le dimissioni di Trump (improbabili); l’applicazione del XXV emendamento (complesso) e l’impeachment (la messa in stato di accusa). Trump conosce già le vie dell’impeachment, intentato dalla maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti il 24 settembre 2019 ma bloccato dal voto della maggioranza repubblicana al Senato il 5 febbraio 2020. 

Il XXV emendamento è parte di una procedura molto complessa, che consentirebbe a Trump di opporsi a un’eventuale iniziativa del Vicepresidente Pence in tal senso, e che lascia l’ultima parola al Congresso in caso di conflitto istituzionale. In questo scenario, molto dipenderebbe di conseguenza da Michael Pence, che fino ad ora è stato fra i più fedeli paladini del Presidente Trump e che si è reso complice nell’assecondare le mostruosità della presidenza trumpiana, anche se il mancato sostegno di queste ultime ore ha contribuito alla parziale rivalutazione del suo operato. 

L’ultimo messaggio di Trump in cui sembra aver riconosciuto la vittoria di Biden e i pochi giorni che mancano al giuramento del 20 gennaio sembrano rendere questi scenari improbabili, anche se nessuna opzione può essere davvero esclusa in questa turbolenta fase. Il sistema costituzionale americano appare comunque irrimediabilmente ferito. 

Nella speranza che questa pagina buia della democrazia si chiuda nelle prossime settimane, con la fine della presidenza Trump, permane la questione del populismo digitale

Il fenomeno Trump ha, infatti, radici profonde che affondano nel terreno della disinformazione amplificata dalle piattaforme digitali, social network in primis

Quando Trump vinse le elezioni del 2016, in tanti pensarono che l’architettura costituzionale degli Stati Uniti fosse troppo solida per potere essere intaccata dalla personalità eccentrica e dalle ambizioni del tycoon newyorkese. In altre parole, si pensò che le istituzioni americane – con la loro storia e cultura – potessero “normalizzare” il fenomeno Trump, una figura davvero ambigua e singolare nella storia dell’ordinamento americano: outsider della politica e membro dell’élite finanziaria allo stesso tempo. 

Da alcuni paragonato ad altri leader populisti come Berlusconi, Trump si è rivelato in realtà molto più insidioso nelle modalità di propaganda; un abile creatore di narrazioni e contro-narrazioni che ha fatto dell’uso dei social (in particolare di Twitter) lo strumento principale per creare un rapporto diretto e senza intermediazioni con il popolo, il suo popolo, quello dei no mask, dei cospirazionisti di QAnon (“they like me”) e dei suprematisti bianchi (“very fine people”). 

Chi non ricorda le parole di Trump (supportate da Mike Pence) con cui vennero letteralmente riscritti i fatti di Charlottesville? In quell’occasione, come nelle scorse ore, Trump ha offerto la sua verità ovvero ha costruito, a dispetto della posizione istituzionale occupata, una narrazione alternativa congeniale ai propri interessi e scopi e sconnessa dai fatti accertati. Con la medesima disinvoltura negli ultimi mesi ha continuamente fatto riferimento a un presunto complotto elettorale ordito dai “poteri forti”, riproponendo la sua “voter fraud strategy”. E ha continuato a farlo attraverso il suo account personale, prima di essere bloccato da Facebook e Twitter, persino nei momenti più caldi e più tesi dell’assalto a Capitol Hill, sostenendo che:

“These are the things and events that happen when a sacred landslide election victory is so unceremoniously & viciously stripped away from great patriots who have been badly & unfairly treated for so long”.

In maniera similare ha agito anche Ivanka Trump – secondo alcuni il volto nuovo del Partito Repubblicano alle elezioni del 2024 – che ha definito, in un tweet poi cancellato, gli agitatori come dei “patrioti”.

In questo Donald Trump non è soltanto espressione di un’estrema destra dai tratti fascisti, come ha sempre sostenuto Mudde, ma è anche e soprattutto un populista. Semplificando si possono identificare almeno quattro importanti fattori della retorica populista, spesso utilizzati per erodere i pilastri della democrazia costituzionale: 1) la concezione riduttiva (se non “riduzionistica”) del complesso concetto di democrazia, intesa dai populisti come mera regola della maggioranza; 2) la tendenza a rappresentare la volontà popolare come fonte assoluta della verità politica e giuridica e come concetto non mediabile; 3) la contrapposizione fra la “maggioranza” e gli “altri” (le minoranze), spesso descritti in termini di élite corrotte; 4) l’uso della democrazia come carta vincente (con un gioco di parole si potrebbe dire “trump card”) che prevale sugli altri principi costituzionali.

Nella narrazione trumpiana si ritrovano tutti questi elementi: Trump non ha mai smesso di essere in campagna elettorale, ha costantemente agitato il suo “popolo”, non ha mai cercato di essere il Presidente di tutti gli americani, ma, al contrario, ha incentivato e prosperato nella polarizzazione. Uno degli esempi più eclatanti di tale modalità di propaganda è stato lo sfruttamento dell’apparente novità del voto postale alle ultime elezioni presidenziali. L’aggettivo “apparente” è stato utilizzato in quanto, in realtà, il voto postale era stato sperimentato già in passato nelle elezioni americane, anzi, in alcuni Stati (Oregon, Colorado) è anche la modalità preponderante di voto. Certo, il ricorso al voto postale è aumentato a causa del contesto pandemico- e non poteva che essere così. Eppure, la lentezza dei conteggi ha permesso a Trump di dilatare la campagna elettorale, contestandone i risultati anche a spoglio completato e conteggi (ri)verificati. 

Tutto ciò è stato possibile grazie ai social network.

Infatti, ad esempio, mentre i media tradizionali (con la parziale eccezione di Fox) hanno sottoposto a fact-checking e interrotto la trasmissione del discorso di Trump del 6 novembre 2020, nel quale la narrazione trumpiana delle elezioni presidenziali “truccate” raggiunse l’apice nella distorsione della realtà, lo stesso non hanno fatto (e potuto fare) i social network, cassa di risonanza perfetta per i populisti e le loro verità.

In questo senso, Nadia Urbinati ha efficacemente parlato di objectocracy – un termine difficilmente traducibile in italiano – per riferirsi a quella situazione in cui i leader populisti vengono definiti come fonte di una verità oggettiva e non contestabile. 

Per governare Trump si è proposto costantemente come la “Voce della Verità”, una verità da lui descritta come scomoda e per questo contestata dai media tradizionali, non a caso accusati da Trump stesso di diffondere fake news

Tutto ciò è stato possibile solo grazie alla presenza di questi nuovi potentissimi strumenti di  comunicazione politica, privi di qualsiasi forma di regolazione nonché dal loro cinico sfruttamento da parte dei quadri del Partito Repubblicano, che ha deciso (quasi) fino all’ultimo di assecondare l’onda populista trumpiana.

La costruzione delle realtà alternative di tipo populista, in cui i fatti perdono rilievo, ha mostrato forse il suo risvolto più eclatante nell’assalto al Congresso statunitense. La minaccia populista alla democrazia liberale è, infatti, strettamente correlata alla distorsione di tutti quei fondamenti che avevano sostanziato il discorso pubblico come cardine delle democrazie liberali:

“Yet the essential role of a free press and free speech for successful democratic governance is threatened by the populists’ deployment of misinformation, disinformation, and false conspiracy”.

La questione è complessa e trova, sicuramente, origini profonde nella crisi di fiducia fra cittadini ed esperti che caratterizza il mondo digitale: la famosa “death of expertise”. 

Se, tuttavia, come più volte rilevato, i social network hanno funzionato da cassa di risonanza del populismo, anche il ruolo di “censori” svolto dagli Over The Top del settore non può che generare grossi interrogativi circa il loro ruolo nelle democrazie liberali occidentali.

L’inerzia dei sistemi democratici nel regolare il ruolo dei social network nelle democrazie liberali non può (più) essere ignorato perché nel silenzio del diritto questi attori finiscono per agire da soggetti para-costituzionali.

La constatazione del fatto che questi strumenti di comunicazione siano al contempo veicoli e censori della narrazione populista dovrebbe imporre l’emergere di una discussione seria su come disciplinare il ruolo che questi attori privati giocano nella società democratica al fine di responsabilizzarli senza incrementare la c.d. privatizzazione della censura e il potere che questi assumono nell’orientare il dibattito democratico.

Giuseppe Martinico è professore ordinario di diritto pubblico comparato alla Scuola Superiore Sant’Anna. Matteo Monti è assegnista di ricerca  in diirtto pubblico comparato all’Università di Pisa.