Navi italiane all’Egitto, l’Italia rischia la violazione del diritto internazionale

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Il Presidente Egiziano Abdel Fattah al-Sisi

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. [EPA-EFE/STR]

La scorsa settimana si è acceso un dibattito riguardo due navi militari italiane vendute all’Egitto di al-Sisi. Una collaborazione tra Roma ed il Cairo attraverso il trasferimento di armamenti sembra molto strana, vista la scarsa collaborazione dell’Egitto nelle vicende della tortura e morte di Giulio Regeni, dottorando italiano dell’Università di Cambridge, e della prolungata carcerazione e tortura di Patrick George Zaky, studente dell’Università di Bologna.

Mentre il Presidente del Consiglio Conte ha dato il via libera alla vendita, il Ministro Dario Franceschini, considerato il capo delegazione del PD nel Governo Conte II, ha chiesto al Presidente Conte di spiegare pubblicamente che la vendita delle navi e la cooperazione sulle indagini per la morte di Giulio Regeni non sono collegate. Di fatto, però, fornire due fregate all’Egitto sicuramente rafforza il governo di al Sisi, coinvolto in un recente significativo ammodernamento della flotta navale. Inoltre, considerando la stretta connessione tra le forze armate egiziane, di cui lo stesso al Sisi è stato Capo di Stato Maggiore, ed il governo egiziano, rafforzare la marina egiziana significa sostenere un governo coinvolto in numerose violazioni dei diritti umani nel paese.

Accanto all’inopportunità politica di fornire armamenti all’Egitto, sussiste il rischio che, con la vendita di queste navi, l’Italia abbia violato il diritto internazionale. Va detto che trasferire navi da guerra tra stati non è un’attività generalmente vietata dal diritto internazionale. Tuttavia, autorizzando questo trasferimento di armamenti, il Governo italiano potrebbe aver violato diverse norme di diritto internazionale, specialmente quelle sul mantenimento della pace ed i diritti umani.

Innanzitutto, la Carta dell’ONU, la “costituzione” del diritto internazionale contemporaneo, richiede che tutti gli stati membri dell’ONU non interferiscano con le operazioni dell’organizzazione per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale (si veda, ad esempio articolo 2.5 della Carta). Vista la vicinanza tra il governo egiziano ed il generale Khalifa Haftar, a capo di alcune milizie che combattono contro il governo di accordo nazionale libico supportato dall’ONU, fornire alla marina egiziana navi che possono essere utilizzate per supportare Haftar può comportare una violazione del diritto internazionale. Infatti, di recente, sembra che l’Egitto e gli Emirati Arabi abbiano creato unità di commando navali a sostengo di Haftar. Per l’Italia, trasferire unità navali in questo momento non significa solo violare l’articolo 2.5 della Carta, ma anche l’articolo che vieta l’uso e la minaccia dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, 2.4. Infatti, presumendo che il Governo italiano sia a conoscenza di tali strategie egiziane, l’Italia sarebbe complice nella violazione egiziana del divieto dell’uso della forza armata, commettendo un illecito internazionale.

Avendo autorizzato tale acquisto di navi militari, l’Italia potrebbe anche aver violato lo stesso “Trattato sul commercio delle armi convenzionali” del 2014. Questo trattato internazionale, vincolante per l’Italia da aprile 2014, prevede che un Paese esportatore di armamenti, come l’Italia in questo caso, debba accertarsi che i trasferimenti in cui è coinvolto non minino la pace e la sicurezza (articolo 7.1.a). Oltre al caso che coinvolge Haftar, l’Egitto sembra anche essere coinvolto in una corsa agli armamenti sul Mar Rosso, rivaleggiando contro l’Etiopia, la quale ha di recente inaugurato una base navale sul Mar Rosso che ha allarmato l’Egitto. Fornendo delle navi da guerra ad un paese che cerca di imporsi militarmente su un altro, l’Italia ha nuovamente supportato l’Egitto nella sua violazione della Carta dell’ONU nonché violato direttamente il “Trattato sul commercio delle armi convenzionali”.

Oltre alle violazioni relative alle norme sul mantenimento della pace, l’Italia potrebbe violare anche alcuni norme riguardanti i diritti umani degli egiziani. Il Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, di cui sia l’Egitto che l’Italia fanno parte, richiede ad ogni paese di investire il massimo delle proprie risorse per la completa realizzazione di questi diritti (articolo 2.1), i quali includono, tra l’altro, il diritto alla salute, al cibo ed all’educazione. Secondo il Center for Economic and Social Rights, negli ultimi otto anni, l’Egitto ha diminuito significativamente gli investimenti sulla sanità ed istruzione per i propri cittadini. Questa mancanza di investimenti è una violazione dei diritti umani, aggravata dal fatto che si può presumere che i soldi non investiti in istruzione e sanità sono stati dirottati verso l’acquisto di navi militari dall’Italia. L’Italia, quindi, si trova ancora una volta ad aver sostenuto una violazione del diritto internazionale dell’Egitto, diventandone complice.

Tutti queste possibili violazioni italiane non corrispondono solamente a norme di diritto internazionale. Infatti, norme simili sono presenti anche in regole europee, la Posizione Comune 944 del 2008, e norme del diritto italiano, la Legge 185 del 1990, la quale vieta trasferimenti di armamenti quando questi sono a discapito della pace e del benessere economico dei cittadini dei paesi acquirenti.

Trasferire armamenti tra paesi rimane un comportamento lecito tra le nazioni ma è regolato da norme molto stringenti che richiedono al paese esportatore di valutare esattamente l’impatto delle armi che si trasferiscono. In questo caso che coinvolge Egitto ed Italia, non c’è solo una cooperazione politica discutibile tra i due paesi, c’è anche l’ombra di violazioni del diritto internazionale in materia.

Riccardo Labianco è Dottorando alla School of Oriental and African Studies – University of London