Nagorno Karabakh: tempo di pace?

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Il ministro degli Esteri dell'Azerbaigian Jeyhun Bayramov, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il ministro degli Esteri armeno Zohrab Mnatsakanyan durante i colloqui trilaterali sulla situazione del Nagorno-Karabakh a Mosca, il 9 ottobre 2020. [EPA-EFE/RUSSIAN FOREIGN AFFAIRS MINISTRY]

Sabato  Armenia e Azerbaijan si sono accordati, con la mediazione della Russia, per un cessate il fuoco. Alla generazione di guerra dovrà seguire una generazione di pace e dialogo perché si arrivi serenamente alla decisione finale, scrive Daniel Pommier Vincelli.

La guerra del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaigian è a un punto di svolta. Nella notte tra venerdì e sabato scorsi (9/10 ottobre) attraverso la mediazione della Federazione russa, le due parti hanno sottoscritto:

1) un accordo per un “cessate al fuoco umanitario” con scambio di prigionieri e delle salme delle persone uccise negli scontri, attraverso l’opera della Croce rossa internazionale

2) l’impegno a sostenere colloqui significativi per una risoluzione strutturale del conflitto

Quali sono le condizioni e il percorso per arrivare finalmente alla pace? 

L’Azerbaigian è adesso in una posizione di vantaggio. Da punto di vista militare Baku sta vincendo. Ha ripreso il controllo di alcuni dei territori, esterni al Nagorno Karabakh, che erano occupati dall’Armenia dal 1993. Dal punto di vista politico, al di là delle accuse propagandistiche, ha il vantaggio di operare esclusivamente sul proprio territorio nazionale sia in Nagorno Karabakh, sia nei distretti adiacenti. Questa situazione conduce ad alcune considerazioni propedeutiche alla pace.

Definire la guerra del Nagorno Karabakh come tale è una verità parziale. In realtà essa coinvolge un territorio molto più vasto e (un tempo) abitato del Nagorno Karabakh; sette distretti etnicamente, politicamente e indiscutibilmente azeri, che sono stati conquistati dall’Armenia nel 1992-1994 e da cui sono stati totalmente espulsi gli abitanti. Tali territori, che l’Armenia dice di occupare per ragioni di sicurezza, sono stati persino oggetto di tentativi di colonizzazione in una condizione simile ai territori occupati della Palestina con gli insediamenti ebraici costruiti negli ultimi anni, in dispregio del diritto internazionale che vieta occupazioni e colonizzazioni.

È evidente a chiunque che una pace duratura per un conflitto che perdura da un quarto di secolo non può essere raggiunta nell’immediato. E l’immediato sono i territori non-Nagorno Karabakh. La si può pensare in maniera diversa ma nessuno può negare che i sette distretti siano stati cinicamente utilizzati come “scudi territoriali” dall’Armenia, allo stesso modo in cui Saddam Hussein utilizzava nel 1991 gli “scudi umani” per proteggersi dai bombardamenti dalla coalizione delle Nazioni Unite. Si tratta di un deterrente psicologico e militare vantaggioso per l’Armenia ma assolutamente inaccettabile dal punto di vista etico. Qualsiasi osservatore non può comprendere questa guerra se non guarda alle sofferenze della popolazione azerbaigiana dei sette distretti (nonché di quella del Nagorno Karabakh, anche essa espulsa), comprendendo la frustrazione azerbaigiana di fronte a una comunità internazionale che ha mantenuto questo terribile status quo. Non a caso le risoluzioni delle Nazioni Unite si fondano proprio sul prioritario ritiro da questi territori.

Come si possono realizzare le risoluzioni delle Nazioni Unite? A mio parere la strada maestra resta quella dei principi di Madrid, approvati dai co-presidenti dell’Ocse nel 2007. In realtà si dovrebbero chiamare “principi dell’Aquila” perché nel capoluogo abruzzese vennero emendati e diffusi durante il G8 del 2009.

Tali principi includono:

  • ritiro delle forze armate dell’Armenia dai sette distretti occupati esterni al Nagorno Karabakh e ritorno alla legittima sovranità azerbaigiana;
  • ritorno dei profughi in tutti i territori occupati sia in Nagorno Karabakh che nei sette distretti;
  • un collegamento territoriale tra l’Armenia e il Nagorno Karabakh;
  • una condizione di interim per il Nagorno Karabakh con garanzia internazionale di sicurezza ed autogoverno;
  • la decisione finale sullo status del Nagorno Karabakh da raggiungere alla fine del periodo transitorio attraverso una libera decisione popolare.

Il problema con questi punti è che se da un lato l’Azerbaigian vi ha sostanzialmente aderito, dall’altro l’Armenia li ha rigettati unilateralmente forzando di fatto l’Azerbaigian al conflitto, come ha osservato in un recente articolo l’autorevole rivista Foreign Policy, non certo un’espressione del governo azerbaigiano.

Rimane certamente il problema dello status finale del Nagorno Karabakh. Come si conciliano le esigenze (apparentemente inconciliabili) dell’Azerbaigian di tutelare la propria integrità territoriale e della comunità armena del Nagorno Karabakh di autodeterminarsi? Si è parlato di modelli e soluzioni, come ad esempio quella altoatesina. Credo che la direzione in cui lavorare vada più a nord. Forse un modello groenlandese potrebbe applicarsi alla soluzione del conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Dal 1979 la Groenlandia, abitata dal popolo Inuit ma territorio danese dal XVII secolo, ha raggiunto una autonomia sostanziale dalla Danimarca. Ha un proprio Parlamento, primo ministro, poteri ampi sull’utilizzo delle risorse, una propria bandiera e autonomia linguistica, persino un limitato ma non insignificante spazio in politica estera (scelse ad esempio di non aderire all’Ue). È al tempo stesso parte integrante della Danimarca, ne riconosce il sovrano, le leggi e l’integrità territoriale. È un esempio virtuoso di come integrità territoriale e autodeterminazione locale si possano conciliare, con profitto di tutti. In ogni caso la decisione finale potrebbe arrivare alla fine del periodo di interim, che dovrebbe essere lungo perché le comunità armena ed azerbaigiana del Nagorno Karabakh riguadagnino una fiducia reciproca. Alla generazione di guerra dovrà seguire una generazione di pace e dialogo perché si arrivi serenamente alla decisione finale.

Si può cominciare spazzando il terreno da alcune fake news che hanno avvelenato i pozzi della comunicazione in queste settimane. Vorrei concludere citandone due.

Questa guerra è una prosecuzione del genocidio degli armeni del 1915: sciocchezza madornale. I massacri degli armeni avvennero ben lontani dal Caucaso, furono legati esclusivamente alla Prima guerra mondiale e all’Impero ottomano (che va detto fu anche l’unico governo al mondo a istituire un processo per quanto accaduto agli armeni, mandando a morte uno dei perpetratori nel 1919 e condannandone altri, che fuggirono dal giudizio). In ogni caso non c’entrano nulla col Caucaso, con l’Azerbaigian e con l’attuale conflitto.

Questa guerra è un conflitto religioso tra la cristianità e l’islamismo radicale: sciocchezza cosmica. Abbiamo già provato a spiegarlo in un precedente articolo. La religione non svolge storicamente un peso determinante nel Caucaso. Neanche da un punto di vista comunicativo vi è alcun richiamo da parte azerbaigiana al fattore religioso. Se la parte armena lo fa è soltanto una malcelata captatio benevolentiae in un mondo purtroppo ancora islamofobo e con impostazioni orientaliste.

Ce ne sarebbero altre, a partire dalla balla del “neo-ottomanismo” della Turchia di Erdogan, dalla presunta presenza di jihadisti in campo schierati a favore dell’Azerbaigian e dalla fantomatica lotta armena contro il terrorismo, ma già ripulire il campo comunicativo da queste due grandi mistificazioni aiuterebbe il cammino verso la pace.