Nagorno Karabakh: l’Alto Adige del Caucaso

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Un ampio livello di autonomia del Nagorno Karabakh e delle comunità che lo vivono (armeni, azerbaigiani, curdi) all’interno della sovranità azerbaigiana, con le massime garanzie internazionali, potrebbe essere il punto di equilibrio, scrive Daniel Pommier Vincelli.

1992-1993. Ricordate quegli anni in Italia? O forse, per i più giovani, avete visto le omonime serie trasmesse da Sky? Il nostro Paese allora era sconvolto dagli scandali di Tangentopoli, dal crollo dei vecchi partiti, dalla svalutazione della Lira, dagli attentati della Mafia, dalle minacce di secessione della “Padania”. Compiamo ora un esercizio ucronico. Immaginiamo in un 1992 alternativo nel quale i tedeschi del Sud Tirolo/Alto Adige, eccitati dalle sirene del secessionismo, decidano di non voler più sottostare alla sovranità italiana e tornare con Vienna. Ovviamente Roma si oppone, anche perché la nostra Costituzione vieta ogni forma di secessionismo.

Dopo una fase scandita da proteste e violenze sporadiche, il conflitto tra tedeschi e italiani diventa armato. Scoppia una guerra civile e i tirolesi ricevono sostegno militare dal governo austriaco e anche, pur non ufficialmente, da Berlino. Alla fine conquistano tutto il Trentino Alto Adige e – dicono per ragioni di sicurezza – invadono il Veneto e strappano al controllo italiano le province di Belluno, Treviso, Vicenza e Verona. La popolazione italiana fugge in massa dalle province invase, riversandosi verso sud. L’Italia accoglie circa un milione di rifugiati interni. Nel 1994 viene raggiunto un cessate il fuoco. I tirolesi proclamano una “repubblica del Sud Tirolo” che non viene riconosciuta da nessuno Stato, inclusa Austria e Germania. La comunità internazionale riafferma l’integrità territoriale italiana e tenta inutilmente di mediare tra le parti. Inizia un conflitto “congelato” destinato a protrarsi per decenni.

Tale scenario da incubo, in questa timeline alternativa, ricorda ciò che è successo in Caucaso tra Armenia e Azerbaigian nella cosiddetta guerra del Nagorno Karabakh; un conflitto scoppiato proprio nel 1992, che ha raggiunto l’apice della sua escalation nel 1993 e si è concluso con un cessate il fuoco nel maggio 1994. Questi 26 anni sono stati segnati da negoziati inconcludenti e da periodiche riprese degli scontri, che del 27 settembre 2020 sono riesplosi con la massima intensità. Cosa c’entra il nostro scenario fantastorico con quanto è successo e succede in Caucaso? Quello che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ignora e che molti commentatori omettono è che il conflitto non riguarda soltanto il Nagorno Karabakh – un territorio con una storia tutt’altro che mono-etnica – ma molte altre regioni azerbaigiane. Quando tra il maggio 1992 e il novembre 1993 gli armeni vinsero sul campo occuparono per “ragioni di sicurezza” sette distretti azerbaigiani, che nulla avevano a che fare col Nagorno Karabakh e su cui non vi era alcuna pretesa territoriale.

Da questi territori (più ampi del Nagorno Karabakh) vennero espulsi circa 1 milione di rifugiati e l’Azerbaigian divenne il Paese col più alto numero di IDP – i rifugiati interni – rispetto alla propria popolazione al mondo. Se si vanno a leggere le quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvate sulla questione, esse contengono quattro principi semplici: l’Azerbaigian deve vedere rispettata la propria integrità territoriale, le forze armene devono ritirarsi da tutti i territori occupati, i profughi devono poter tornare nelle proprie case e le parti devono risolvere il conflitto nel quadro del gruppo di Minsk dell’OSCE (all’epoca CSCE) un forum di mediazione guidato da Stati Uniti, Francia e Russia.

Quando l’Unione Sovietica si è dissolta il passaggio ai nuovi Stati è stato guidato da un principio base: i confini delle ex repubbliche sovietiche avrebbero corrisposto a quelli dei nuovi Paesi internazionalmente riconosciuti. Quindici Stati da quindici ex repubbliche socialiste sovietiche. Quando questo principio è stato violato, dalla Crimea all’Ucraina orientale all’Abkhazia, vi sono stati conflitti armati, crisi, sanzioni, instabilità internazionale. Il diritto internazionale non può essere adottato asimmetricamente o secondo convenienza.

Le risoluzioni delle Nazioni Unite rappresentano l’applicazione dei principi del diritto internazionale e costituiscono un quadro giuridico e politico fondamentale per risolvere un conflitto che altrimenti viene avvelenato dal nazionalismo più aggressivo. Le risoluzioni vanno applicate nella loro pienezza: integrità territoriale, ritorno dei profughi, mediazione attraverso la comunità internazionale. I principi di Madrid o il cosiddetto piano Lavrov prevedono un approccio a fasi e si fondano sul prerequisito della liberazione dei territori occupati e del ritorno dei profughi.

Personalmente credo che un amplissimo livello di autonomia del Nagorno Karabakh e delle comunità che lo vivono (armeni, azerbaigiani, curdi) all’interno della sovranità azerbaigiana, con le massime garanzie internazionali, possa essere il punto di equilibrio da raggiungere per conciliare la necessità dell’integrità territoriale e quella dell’autodeterminazione dei suoi abitanti.

Ps: questo conflitto non ha niente a che fare con la religione. Chi lo afferma mente. Ma ci torneremo con altri approfondimenti.