Nagorno Karabakh: la storia e la religione non c’entrano nulla

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Moschea in Nagorno Karabakha (Şuşa, metà del XIX secolo) distrutta durante la guerra del 1992-1993.

Chiunque studi la storia dell’Europa orientale e dello spazio eurasiatico post-sovietico si confronta con un concetto di base. Lo Stato nazionale moderno è una struttura politica e istituzionale che mal si adatta al tessuto storico, etnico e culturale di questi territori. Pur con le dovute differenze tra le diverse aree di questo immenso spazio, che è stato egemonizzato per buona parte del XX secolo dall’esperienza sovietica, è possibile notare una sostanziale differenza con lo sviluppo della statualità nella parte occidentale dell’Europa. Mentre in Europa occidentale l’emergere dello Stato è stato segnato da una dimensione sostanzialmente monoetnica del territorio (o con una etnia chiaramente prevalente) nella parte orientale del continente e nello spazio eurasiatico le composizioni etniche sono spesso frammiste, con una compresenza territoriale di etnie diverse. Quando, tra la seconda metà del XIX secolo e la fine della prima guerra mondiale, si è affermata politicamente l’idea che un gruppo etnico compatto avesse diritto a una propria statualità “weberiana” (cioè esercitante il “monopolio della violenza legittima” su un determinato territorio) tale assunto si è scontrato con la realtà sul campo. Diventava difficile se non impossibile, “disegnare” confini territoriali di uno Stato, etnicamente omogenei, tali da ricomprendere al loro interno una sola etnia. Vi sono stati anzi progetti concorrenti di diversi Stati sorti dai processi di dissoluzione dei grandi imperi multinazionali che rivendicavano lo stesso territorio, proprio in virtù della presenza del proprio gruppo etnico. 

Nel caso del Nagorno Karabakh [la regione azerbaigiana sotto occupazione da parte dell’Armenia, recentemente risalita alle cronache internazionali dopo la ripresa delle ostilità il 27 settembre 2020] la compresenza etnica, identitaria e religiosa, è stato il fattore dominante fino alla fine del XX secolo. La regione ha una natura pluri-identitaria, essendo stata abitata storicamente sia da gruppi etnici armeni sia azeri. Metto l’evidenza sul termine etnia perché Armenia e Azerbaigian nascono, come Stati moderni, nel maggio del 1918, scompaiono assorbiti dall’Urss nel 1920 e tornano come nazioni indipendenti nel 1991. Da un punto di vista temporale entrambi hanno la stessa legittimità e la pretesa di affiliazione etnica, basata su precedenti storici, non ha senso poiché il passato della regione non ha a nulla a che fare con il processo di statualizzazione in età contemporanea. Alcuni esempi per comprendere la storia complessa della regione: nel XVIII secolo poteva capitare che cristiani e musulmani dell’area si alleassero tra di loro per fare la guerra ad altri cristiani e musulmani. Le linee di affiliazione e di conflitto si componevano su questioni materiali, non etniche o religiose. La regione, che apparteneva al khanato del Karabakh, venne incorporata nell’Impero zarista nel 1805 con il trattato di Kürəkçay firmato dal khan azero del Karabakh e dal comandante generale dell’esercito russo Cicianov, e tale trattato non faceva riferimento alla minoranza armena. Se proprio vogliamo essere pignoli la regione non fu strappata dall’Armenia da Stalin all’inizio degli anni Venti, come spesso si afferma con superficialità. Nel 1919 l’unica potenza occidentale nell’area – la Gran Bretagna – riconobbe provvisoriamente la sovranità azerbaigiana sul Nagorno Karabakh in attesa di un pronunciamento definitivo della conferenza di pace di Parigi. Semmai quella sovietica fu una conferma di una situazione già esistente. 

Altrettanto velleitaria è l’argomentazione che il conflitto abbia una natura religiosa e che rappresenti una “resistenza cristiana” contro l’aggressività turca o addirittura contro lo jihadismo. L’Azerbaigian, al pari di qualsiasi altro Paese, non è privo di difetti, ma è uno Stato laico, secolare, con una forte distinzione tra religione e sfera civile e con una pacifica coesistenza di musulmani, cristiani ed ebrei. Inoltre è un Paese a maggioranza sciita che politicamente è all’opposto del vicino correligionario, la teocrazia iraniana, che non a caso è legata alla “cristiana” Armenia. Immaginare che questo conflitto abbia una natura religiosa o le sue ragioni attingano a una legittimità storica è, a mio parere, completamente fuorviante. Il terreno di risoluzione deve essere il diritto internazionale, perché è l’unico che si può applicare a un contesto dove storia e religione contraddicono facili schematismi. Il richiamarsi a uno “scontro di civiltà” come ha fatto il primo ministro armeno riporta in auge una teoria affascinante degli anni Novanta quanto oramai superata. L’immagine del prete armeno col fucile in mano, pronto a difendere la cristianità da una minaccia islamica che non esiste, è molto triste: mi ha ricordato i cappellani della Repubblica Sociale Italiana che con una mano tenevano il crocifisso e con l’altra facevano il saluto romano. Si lasci perdere storia e religione e si cerchi una soluzione concreta alla guerra.