Myanmar, la genesi del colpo di stato militare

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Mezzi militari bloccano l'accesso alla strada che porta al parlamento a Naypyidaw, capitale del Myanmar. 2 febbraio 2021. [EPA-EFE/MAUNG LONGLAN]

Lunedì 1° febbraio l’esercito del Myanmar ha effettuato un colpo di stato nei confronti del governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi. È stato dichiarato lo stato di emergenza per un anno e il capo militare Min Aung Hlaing ha preso il potere. Aung San Suu Kyi è stata arrestata, insieme al presidente Win Myint e altri ministri civili.

Il tempismo di questa azione è presto spiegato. È avvenuta poche ore prima che il parlamento appena eletto si insediasse. Il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia, aveva registrato una vittoria schiacciante alle elezioni di novembre, ottenendo l’80% dei seggi parlamentari, mentre il partito militare Usdp aveva fatto molto peggio delle attese.

Il generale Min Aung Hlaing, a capo dell’esercito e uno degli uomini più ricercati del pianeta per il suo ruolo centrale nel genocidio dei Rohingya, si è trovato vicino all’età della pensione e senza metodi per mantenere il suo potere né il profitto. Si è così lamentato delle irregolarità nel voto, ispirandosi a Donald Trump, ma il Consiglio nazionale per le elezioni ha confermato i risultati come corretti, anche se le condizioni di voto in un Paese povero come il Myanmar sono state molto complicate dalla crisi del Covid-19.

Se il parlamento si fosse insediato, l’equilibrio di potere si sarebbe spostato verso una maggiore democrazia, mentre negli ultimi cinque anni la Lega nazionale per la democrazia e i militari hanno guidato il Paese in coabitazione, basandosi su un fragile accordo di condivisione del potere.

L’esercito birmano detiene il potere dal 1962, con conseguenze disastrose per le persone e per l’economia. Per un quarto di secolo, il Paese è stato più isolato della Corea del Nord. La grande rivolta del 1988 è stata sedata nel sangue. Come leader dell’opposizione emergente, Aung San Suu Kyi è stata tenuta agli arresti domiciliari per più di 15 anni. Quando il potere militare è divenuto insostenibile dopo il devastante ciclone Nargis nel 2008, i generali hanno finalmente lasciato il potere, ma non senza scrivere una costituzione che desse loro significativi poteri di veto. L’esercito ha mantenuto il suo diritto costituzionale di nominare i 25% dei seggi in parlamento e occupare tutte le posizioni ministeriali legate alla sicurezza. Nel 2016, Aung San Suu Kyi ha vinto le elezioni parlamentari con una maggioranza del 70% in parlamento ed è stata nominata Consigliere di Stato, l’equivalente del primo ministro.

Negli ultimi cinque anni il Myanmar, chiamato Birmania nel periodo coloniale, ha vissuto un’importante trasformazione democratica e ha aperto l’economia. Aung San Suu Kyi era l’eroina della storia, prima della sua caduta. Nel 2017 l’esercito birmano, sotto il comando del generale Min Aung Hlaing, ha iniziato un’operazione di persecuzione e genocidio della minoranza etnica Rohingya, costringendo 800.000 persone a fuggire nel confinante Bangladesh.

L’operazione era una trappola per Aung San Suu Kyi, che l’ha evitata supportando apparentemente l’esercito. Ne 2019, la leader ha guidato personalmente una squadra di legali davanti alla Corte internazionale di giustizia per difendere il Myanmar dall’accusa di genocidio. Per far capire la situazione, l’esercito aveva mobilitato le truppe in tutto il Paese mentre la Consigliera di Stato si trovava all’Aia. Una parola sbagliata e il colpo di stato sarebbe avvenuto subito.

L’impatto della crisi dei Rohingya sull’immagine internazionale della vincitrice del Nobel per la Pace nel 1991 è stato imponente, come speravano i generali dell’esercito birmano. Tuttavia, all’interno del Paese la domanda era se le forze democratiche dovessero buttare all’aria il parziale potere che avevano ottenuto nel 2015. Aung San Suu Kyi intendeva giocare sulla distanza, sperando di cambiare l’equilibrio dei poteri e la costituzione nel 2020, dopo le elezioni. I risultati hanno dimostrato che il popolo era dalla sua parte. Così, i militari si sono ripresi quello che avevano concesso cinque anni prima: il diritto delle persone di scegliere il loro leader.

La comunità internazionale ha correttamente condannato il genocidio dei Rohingya. Tuttavia, non ha compreso la lotta per il potere che si nascondeva dietro quest’atto e che opponeva le forze democratiche e i dittatori militari. Quando le sanzioni economiche e il blocco degli investimenti esteri hanno fermato lo sviluppo economico, questa miopia ha indebolito seriamente le forze democratiche. I governi non democratici in Asia, come la Cina, hanno riempito il vuoto strategico. Le democrazie occidentali hanno perso potere. Il colpo di stato è il risultato.

I governi dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno le loro responsabilità. Atti simbolici di protesta senza aiuti concreti hanno messo in pericolo la reale trasformazione della società birmana, fondamentale per abbattere la base del potere dei militari. Per esempio, il ministro dello Sviluppo economico tedesco Gerd Müller ha arbitrariamente sospeso la cooperazione economica con il Myanmar nel 2020 dopo una visita a un campo profughi Rohingya in Bangladesh. Ha distrutto anni di delicata costruzione di organizzazioni della società civile necessarie per la pratica della democrazia.

La risposta a questo colpo di stato deve essere la durissima punizione dei dittatori militari attraverso sanzioni mirate ai singoli individui e coordinate dal mondo civilizzato, ma al contempo è necessario un ampio coinvolgimento con la popolazione birmana. Con Aung San Suu Kyi nuovamente in arresto, potrebbe essere più semplice assicurare alla giustizia i militari.

Stefan Collignon è Professore di Economia Politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e presidente dell’Associazione Francia-Myanmar.