La politica estera che non c’è ancora

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L’Unione europea è circondata da tensioni internazionali e da rapporti sempre più difficili con i suoi vicini e con le maggiori potenze mondiali, ma ancora non riesce a dotarsi di una vera politica estera, di sicurezza e di difesa.

L’ultimo caso riguarda i rapporti con il Regno Unito, che minaccia di violare l’Accordo di recesso – già ratificato e legalmente vincolante. Le tensioni con la Russia sono legate all’avvelenamento di Navalny, alla situazione in Bielorussia, alla guerra civile in Ucraina, all’annessione della Crimea, all’intervento massiccio in Siria, ed a quello in Libia, alle violazioni dello spazio aereo dei Paesi baltici. Anche la crisi con la Turchia ha molte facce, dalla svolta illiberale interna di Erdogan, alle trivellazioni e le tensioni nel Mediterraneo orientale, alla questione di Cipro, alla gestione dei migranti, alla questione curda, all’intervento in Siria e in Libia. Ci sono poi le crisi in Siria, Libano, Libia, i difficili rapporti con l’Egitto – dove la morte di Giulio Regeni e la detenzione di Patrick Zaky, sono solo la punta dell’iceberg rispetto alle violazioni dei diritti umani – e più in generale il Medio Oriente e l’area del Golfo ed il Nord Africa in condizioni di instabilità cronica ed endemica. Con gli USA i rapporti sono ai minimi storici con annessi dazi doganali. Rispetto alla Cina cresce la consapevolezza che la strategia di penetrazione cinese in Europa e in Africa fa parte di un disegno egemonico fondato su valori alternativi a quelli liberali che caratterizzano l’Unione.

Tutto ciò non è un casuale, accidentale, o temporaneo. Si tratta di una situazione strutturale, legata al fatto che lo scontro egemonico a livello mondiale tra Cina e USA ha spostato il focus strategico americano verso il Pacifico. Il conseguente vuoto di potere ha aperto la via ad azioni destabilizzanti da parte di vari aspiranti egemoni regionali, creando tensioni e crisi a ripetizione. Inoltre, il fatto che la Russia non sia più una minaccia sul piano mondiale le permette una maggiore libertà, inclusa una politica estera aggressiva, che comunque non minaccia la supremazia di USA e Cina, ma che può avere effetti gravi per la sicurezza europea. Ovviamente tutto questo produce anche imponenti flussi migratori dalle aree di instabilità verso l’Europa, che ne mette a rischio la tenuta interna. La sicurezza europea non è più garantita dagli USA e gli europei devono trasformarsi da consumatori in produttori di sicurezza e stabilità.

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Sarebbe difficile pensare ad un contesto più complesso e instabile, ma anche più incentivante per gli Stati europei, rispetto al dotarsi di una politica estera, di sicurezza e di difesa europea. Eppure la pandemia ha spinto l’attenzione verso l’integrazione economica e fiscale, e forse sanitaria, e messo ancora una volta in ombra il tema dell’integrazione politica. La realtà però incombe, e l’Unione ora discute di nuove sanzioni verso la Russia, la Bielorussia, la Turchia, perché attualmente dispone principalmente di strumenti economici. Ma le sanzioni dovrebbero essere uno strumento di una politica estera, non la foglia di fico per l’assenza di una politica estera.

Negli ultimi anni solo la Germania sembra aver maturato la consapevolezza che anche sul piano della sicurezza “noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani”, come disse la Cancelliera Merkel già nel 2018, o che “L’unico modo di essere sovrani nel mondo globale è attraverso l’Ue“, come dichiarato recentemente dal Vice-Cancelliere Scholz. Ma è la Francia che può prendere la leadership in questo campo, che richiederà una progressiva europeizzazione del seggio francese all’ONU e nel tempo della force de frappe. E gli Stati membri dell’est e del sud sono quelli che avrebbero più da guadagnare da una maggiore integrazione politica, perché i più esposti alle tensioni ai confini dell’Europa. Nella Conferenza sul futuro dell’Europa e nella successiva riforma dei Trattati – auspicata dal Presidente Mattarella – bisognerà che spingano in questa direzione insieme al Parlamento e alla Commissione per convincere la Francia che dopo la Brexit è arrivato il momento dell’integrazione in politica estera, di sicurezza e di difesa.

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