La corsa al riarmo della Grecia e i limiti della difesa europea

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Elicotteri Chinook dell'esercito greco volano sull'Acropoli di Atene. [EPA-EFE/PANTELIS SAITAS]

Nei giorni scorsi i quotidiani europei hanno dedicato molta attenzione alla decisione del governo greco di acquistare 18 aerei Rafale (di cui 12 usati) dalla Francia in sostituzione dei Mirage 2000 e di acquistare quattro navi multiruolo, quattro elicotteri e altri sistemi d’arma. Essa fa seguito all’invio nell’Egeo di due velivoli Rafale e di una nave da parte del governo francese, come segnale di solidarietà con la Grecia.

Questa decisione si presta a due ordini di considerazioni. La prima di queste riguarda le condizioni che possono garantire ad una comunità politica la sicurezza dei propri cittadini. Esse sono una credibile capacità militare ed una credibile capacità politica. La Grecia, da sola, non possiede nessuna delle due. Per quanto riguarda la capacità militare, anche i recenti investimenti non sono in grado di rovesciare i rapporti di forza con la Turchia che, come è noto, ha il secondo esercito più forte della Nato dopo quello degli Stati Uniti. Inoltre, anche nel caso di un improbabile scontro armato tra Grecia e Turchia, non bisogna dimenticare l’esito della guerra contro la Libia iniziata da Francia e Gran Bretagna – considerati i due Stati europei dotati delle più efficienti forze armate -, ma che è stato portato a termine solo dopo l’intervento americano.

La Grecia non ha neppure la credibilità politica per poter trattare con la Turchia una soluzione pacifica del contenzioso in corso. Solo l’Ue in quanto tale ha la forza politica, ed economica, per arrivare ad una soluzione positiva. Ma è proprio con riferimento a quest’ultima che si devono far notare come le esitazioni con cui essa procede verso l’istituzione di un’autonoma forza di intervento europea minima, sostenuta da un bilancio adeguato, danno il segnale che non è ancora in grado di difendere i cittadini europei e spinge i Paesi membri a provvedere unilateralmente a sostenere spese militari che perpetuano il frazionamento dell’industria militare su scala europea, quando invece la stessa spesa fatta a livello europeo avrebbe un effetto deterrente più che proporzionale. A livello europeo, purtroppo, rispetto alle prime proposte della Commissione europea, lo stanziamento previsto per il Fondo europeo per la difesa, di recente costituzione, è stato di fatto ridotto della metà.

Il secondo ordine di considerazioni e che riguarda la credibilità politica, ci ricorda le ragioni per le quali quando un gruppo di Stati decide di associarsi, dando vita ad una federazione, la competenza più importante che deve essere attribuita al livello federale è quella che riguarda i trattati e le alleanze politico-militari con Stati terzi. Quando James Madison, nel corso dei lavori della Convenzione di Filadelfia, intervenne per criticare le proposte di William Patterson, fece presente che la possibilità lasciata agli Stati di stipulare trattati o alleanze, con Paesi terzi, di carattere politico-militare avrebbe fatto correre il rischio alla nascente federazione di essere trascinata in conflitti che essa non aveva né discusso, né approvato. La Grecia, recentemente, ha fatto qualcosa di simile quando all’inizio dello scorso mese di agosto ha firmato con l’Egitto un accordo analogo a quello firmato lo scorso anno tra Libia e Turchia e che stabilisce una zona economica esclusiva tra i due paesi. Naturalmente la Turchia ha reagito subito, negando qualunque valore giuridico di tale intesa.

Lo sfruttamento energetico del Mediterraneo dovrebbe, piuttosto, essere gestito in comune tra tutti i Paesi che si affacciano su un mare che dovrebbe essere considerato un bene comune. In ipotesi, essi dovrebbero avviare la costituzione di una società sulla falsariga di quanto Romano Prodi, a suo tempo, aveva suggerito per la gestione dei gasdotti che partono dalla Russia e arrivano nell’Ue, attraversando l’Ucraina. Prodi propose la costituzione di una società di gestione posseduta per un terzo ciascuno da Ue, Ucraina e Russia. La stessa idea potrebbe essere studiata con riferimento allo sfruttamento energetico del Mediterraneo, ma questo richiede che l’Ue si dia quanto prima una politica estera comune nei confronti dell’area. L’appuntamento previsto entro la fine dell’anno per una discussione su quello che viene correntemente chiamato “strategic compass”, potrebbe essere l’occasione per arrivare ad un’intesa.

Per concludere, è forse il caso di far presente che minor attenzione mediatica è stata data alla decisione turca di far rientrare la nave Oruc Reis specializzata nella ricerca di giacimenti di gas ed all’origine del contenzioso con la Grecia. Il Primo ministro greco, Mitsotakis, e l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Borrell, hanno valutato positivamente l’iniziativa, giudicandola un primo passo per l’allentamento della tensione greco-turca. Il Consiglio europeo previsto per fine mese ci dirà se si tratta o meno di uno scenario eccessivamente ottimistico.

Domenico Moro è membro del Consiglio direttivo del Centro Studi sul Federalismo e autore di Verso la difesa europea (ed. Il Mulino, 2018).