Israele e Palestina: la caccia all’altro è aperta senza distinzione

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Una casa distrutta a Gaza dopo un attacco aereo israeliano. [. EPA-EFE/HAITHAM IMAD]

Qualcuno un giorno dovrà spiegare perchè nella lotta al Covid-19 abbiamo trovato in così breve tempo un vaccino, in realtà più di uno, e invece dopo anni di sforzi inutili, e ripetuti errori, non riusciamo a dare una soluzione all’interminabile conflitto israelo-palestinese. Che oramai non dovrebbe cogliere impreparato più nessuno. E come consuetudine ha aperto un nuovo capitolo della sua tragica saga di sangue tra Gaza ed Israele. Con le armi che ancora una volta hanno finito per prendersi la scena in modo distruttivo: morti, feriti, palazzi sventrati.

Nelle notti del Medioriente, rotte dal rumore delle sirene, il cielo ha ripreso a colorarsi, illuminato dalle traiettorie di razzi e missili. In un contesto da settimane in strisciante ebollizione. L’epicentro da cui gli eventi si sono propagati, come spesso accade nella storia, è la sismica Gerusalemme. L’origine delle violenze si è avuto pochi giorni fa a ridosso delle mura della città Vecchia di Gerusalemme, e precisamente alla porta di Damasco. Dove la rabbia dei palestinesi gerosolimitani è esplosa per l’imposizione da parte dell’autorità israeliana di misure restrittive durante il Ramadan, poi revocate. La guerriglia urbana che ne è seguita ha investito anche gli altri quartieri della parte Est della città Santa, a maggioranza arabo-palestinese, e tutt’oggi contesa.

Divisa dall’odio, da una guerra sotterranea agitata da episodi quotidiani, che talvolta potrebbero apparire marginali, periferici e privi di logica, e invece assumono carattere dirompente, incontenibile. Ingiustificabile come ad esempio il video dell’aggressione di un ragazzo palestinese ad un religioso ebreo sulla metropolitana, che è impazzato nelle visualizzazioni su TikTok. Benzina social sul fuoco.

Per chi non crede nella pace e nella tolleranza è uno dei tanti segnali che la tregua della difficile convivenza è saltata, e la caccia all’altro è aperta senza distinzione. Lasciando spazio a comportamenti bestiali, sia da parte degli israeliani dell’estrema destra che da giovani palestinesi. Nel mezzo a tentare che gli opposti non si incontrino la polizia con idranti, lacrimogeni e proiettili di gomma. Il livello della tensione raggiunge il punto di non ritorno quando ad essere investita dagli scontri è la Spianata delle Moschee, già in passato al centro di accese violenze. La passeggiata di Ariel Sharon su quella terra sacra all’islam innescò la Seconda Intifada. C’è mancato poco che anche la Terza Intifada partisse da lì nell’estate del 2017, per la “banale” collocazione dei metal detector ai suoi ingressi, dispositivi di sicurezza che poi Israele rimosse.

La lunga e dolorosa battaglia per Gerusalemme è infida e spietata. Può riguardare l’alterazione dello status quo. Ma anche dispute per la trasformazione sociale delle sue aree, la gentrificazione ideologica, e non economica, dei quartieri arabi. Proprio quanto si sta defilando alle pendici del Monte Scopus, nella zona residenziale di Sheik Jarrah dove alcune famiglie palestinesi hanno ricevuto lo sfratto, perché le loro case sono edificate su terreno che legalmente non gli appartiene. Anche se in quelle case si erano lecitamente stabilite anni prima. Una causa immobiliare che attende il verdetto del tribunale, posticipato intelligentemente dal procuratore generale per non dare adito ad altri disordini.

Il caso delle case palestinesi di Sheikh Jarrah ha avuto un forte eco in Israele, raccogliendo la solidarietà della minoranza arabo-israeliana, schierata nella protesta dalla parte dei fratelli palestinesi. Aggiungendo instabilità ad un quadro politico visibilmente in stato di agitazione. Dominato nemmeno a dirlo da Benjamin Netanyahu. Il longevo premier che si deve difendere contemporaneamente da Hamas, magistrati e dalla formazione di un potenziale governo alternativo alla sua ormai, ingombrante, figura.

La sfida di Gaza ha avuto l’effetto di congelare le trattative alla Knesset per far nascere il primo esecutivo post-Netanyahu. Dopo due anni di stallo e l’uso ripetuto, quattro volte, del voto democratico si è finalmente prospettata una maggioranza del tutto impensabile: per la presenza della componente araba islamica al fianco della destra israeliana nazional religiosa di Bennett, del movimento centrista di Lapid, dei fuoriusciti del Likud guidati da Gideon Sa’ar, del partito russofono di Lieberman, di quello dell’ex capo di stato maggiore e leader di Kahol Lavan Benny Gantz e della sinistra sionista del Meretz e Avoda. Un assemblement ad ampio spettro, disomogeneo ed innaturale. Messo a dura prova di resistenza ancor prima di iniziare il suo impervio cammino. Scenario quindi ribaltato e, indubbiamente, favorevole al sempre verde falco della destra Netanyahu. Che dopo il successo nella campagna di vaccinazione torna ad indossare la divisa e l’elmetto di Mr Sicurezza.