Investimenti europei per la difesa. Opportunità e limiti della proposta della Commissione

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Soldati Nato e alleati durante un'esercitazione sul fiume Vistola in Polonia. [EPA-EFE/Wojtek Jargilo POLAND OUT]

Domenico Moro (autore di Verso la difesa europea, Il Mulino, 2018) analizza per EURACTIV Italia limiti e opportunità della proposta della Commissione sugli investimenti e gli acquisti congiunti per la difesa.

La Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e di sicurezza, il 18 maggio, hanno presentato la Comunicazione congiunta dal titolo “Defence Investment Gaps Analysis and Way Forward”.

La Comunicazione non fa solo seguito alla richiesta del Consiglio europeo riunitosi a Versailles nel marzo scorso, ma anche alle richieste contenute nella Bussola strategica e alle richieste che sono emerse nel corso della Conferenza sul futuro dell’Europa che sollecitano una più incisiva azione europea nel settore della difesa.

L’obiettivo del documento è quello di sollecitare l’acquisto congiunto, da parte degli Stati membri, dei sistemi d’arma, di stabilire più chiare priorità nella programmazione strategica della difesa e sostenere la base industriale europea. L’accento messo sugli acquisti in comune delle piattaforme militari è la conseguenza del fatto che con l’aggressione all’Ucraina, da parte della Russia, molti paesi europei hanno annunciato significativi aumenti nella spesa militare che, in molti casi, vanno anche oltre l’obiettivo di spesa del 2% del PIL, deciso a suo tempo in ambito NATO. In effetti, in base a quanto diversi paesi UE hanno già annunciato, si prevede che nei prossimi anni vi saranno investimenti aggiuntivi, rispetto a quelli previsti negli anni scorsi, pari ad ulteriori 200 miliardi di euro. Questo significa che la spesa militare dell’UE supererà i 400 miliardi, il doppio di quanto fino ad ora sostenuto.

Questa scelta non deve stupire e da questo punto di vista bisogna prendere atto che, per la prima volta in un documento ufficiale, si comincia a fare chiarezza sugli investimenti effettivi che vengono fatti, a livello mondiale, nel settore militare. In particolare, il documento dell’UE chiarisce due aspetti: l’incremento percentuale della spesa militare nel periodo 1999-2021 dei principali attori mondiali e la spesa reale, al netto delle differenze nel potere d’acquisto dei diversi paesi e dei tassi di cambio, che viene effettuata.

Nel periodo preso in esame, l’UE ha aumentato la spesa militare del 20%, gli USA del 66%, la Russia del 292% e la Cina del 592%. La spesa militare in assoluto, invece, calcolata non in base alle statistiche del SIPRI, che le valuta in dollari costanti, ma con il sistema della parità del potere d’acquisto, evidenzia che la Russia, nel 2021, ha speso 178 miliardi di dollari (il triplo di quanto evidenzia il SIPRI ed una cifra poco inferiore a quella dell’UE) e la Cina 332 miliardi (secondo il Dipartimento USA della difesa, la Cina avrebbe superato i 400 miliardi già cinque anni fa).

L’obiettivo della Commissione è pertanto quello di superare tre carenze (“gaps”): il deficit di spesa militare appena visto; le carenze del settore industriale della difesa, in quanto troppo frammentato a causa, a sua volta, della frammentazione della domanda; il deficit di capacità militari, imputabile alla riduzione delle scorte (per effetto della riduzione delle spese militari negli anni scorsi, ma anche a seguito delle forniture all’Ucraina), alla sostituzione di piattaforme militari dell’epoca sovietica e alla necessità di rafforzare il sistema di difesa aerea e missilistica.

Le ragioni di politica industriale che sottostanno a queste indicazioni, sono state ben esplicitate dal Commissario per il mercato interno, Thierry Breton, quando ha affermato che è “urgente investire insieme, meglio e in Europa” [sottolineatura nostra], perché negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina, molti paesi europei si sono affrettati a comprare soprattutto sistemi d’arma americani. Altre fonti hanno aggiunto che Breton ha fatto anche riferimento al fatto che l’UE deve prepararsi a “far fronte a conflitti ad alta intensità”.
La Commissione si propone di sopperire a queste carenze con alcune misure da avviare nel breve termine con l’istituzione di una Defence Joint Procurement Task Force che dovrà operare con gli Stati membri al fine di incentivare acquisti congiunti con la messa a disposizione di ulteriori 500 milioni di euro nei prossimi due anni. Verrà, inoltre, proposto un regolamento per lo European Defence Investment Programme (EDIP) che dovrebbe creare le condizioni per l’istituzione di un consorzio europeo per gli acquisti comuni. Infine, si dovrebbe procedere verso l’istituzione di una nuova funzione all’interno dell’UE dedicata alla programmazione e acquisti nel settore della difesa.

La Comunicazione congiunta auspica (“recommends”) che il Consiglio europeo sostenga l’analisi proposta, nonché la necessità di far fronte alle carenze individuate in modo congiunto. È proprio quest’ultimo passaggio che evidenzia i limiti dell’approccio alla politica di difesa europea, in quanto non vengono proposti quei passaggi istituzionali che soli possono dare il segnale di una svolta a livello europeo.

Non si tratta solo del fatto che non vi è alcun accenno alla misura operativa più significativa contenuta nella Bussola strategica riguardo all’istituzione della forza europea di dispiegamento rapido di 5.000 effettivi, ma anche di altre misure. Per quanto riguarda la forza di dispiegamento rapido, occorre ricordare che i paesi aderenti alla NATO (tra cui quelli che fanno parte anche dell’UE) hanno impiegato sei mesi ad istituire e lanciare la prima missione di addestramento della Very High Readiness Joint Task Force di 5.000 effettivi. Siccome non vi sono ragioni tecniche perché la UE provveda ad istituire una forza analoga, non si capisce perché non venga implementata fin da ora, senza aspettare i tre anni indicati nella Bussola.
In secondo luogo, non sono del tutto evidenti le ragioni per le quali occorre inventare nuovi strumenti per gli acquisti in comune, quando esiste già l’OCCAR (Organisation Conjointe de Coopération en matière d’Armement) e che ha già dato buona prova del suo funzionamento. Da più parti e da più anni, peraltro, si chiede che l’OCCAR venga fusa con l’Agenzia Europea per la Difesa. Sarebbe il modo di dotare l’UE di strumenti operativi nelle commesse pubbliche militari, senza necessariamente cambiare i trattati esistenti.

Questi ultimi due passaggi non sono indipendenti l’uno dall’altro. L’istituzione di una forza europea di dispiegamento rapido è l’unica modalità attraverso la quale si possono individuare le priorità di investimento da un punto di vista europeo. Se l’UE non si dà autonome forze armate europee, le priorità di investimento saranno sempre il compromesso tra esigenze nazionali e non è detto che corrispondano automaticamente alle priorità europee. Così come il dotare l’UE di un’autonoma capacità di acquisto di sistemi d’arma è il solo mezzo per orientare la struttura dell’offerta europea, le necessarie ristrutturazioni e fusioni a livello industriale e le priorità nella R&S.

Si tratta di aspetti ben chiari alle autorità politiche, europee e nazionali. Quello che manca è l’iniziativa di un paese, verosimilmente la Francia. Perché Macron prenda un’iniziativa nel settore della difesa, si dovrà probabilmente attendere la conclusione delle legislative in Francia. L’intervento che Macron ha fatto recentemente al Parlamento europeo, quando si è detto favorevole alla convocazione di una Convenzione incaricata della revisione dei trattati, purché sia chiaro fin da subito gli obiettivi che si intendono raggiungere, altrimenti sarebbe meglio procedere con un gruppo di paesi, sembra lasciarlo presagire. Se, nel frattempo, l’Italia europeista di Draghi annunciasse la sua adesione a Eurocorps, i piani della Commissione europea e l’auspicabile iniziativa francese, comincerebbero ad assumere contorni più concreti.

Domenico Moro è membro del Consiglio Direttivo e Coordinatore dell’Area Sicurezza e Difesa del Centro Studi sul Federalismo.