Il regolamento del fondo europeo per la difesa

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[EPA-EFE/MARCIN BIELECKI POLAND OUT]

Un recente parere commissionato dal gruppo della Sinistra al Parlamento europeo ha messo in discussione la legittimità della proposta di regolamento che istituisce il Fondo europeo per la difesa. Abbiamo quindi voluto chiedere anche noi di Euractiv Italia un parere giuridico, trattandosi di un tema rilevante per il futuro della Ue. Quello che emerge è che il fondo, pur essendo strategico per il successo del progetto d’integrazione europea, pone obiettivamente delicati problemi di legittimità. Che dovrebbero spingere a riformare l’intera costruzione europea, fornendole le competenze per agire con pieni poteri in materie di interesse evidentemente comune, piuttosto che a tornare indietro.
Ringraziamo la Prof.ssa Giulia Rossolillo per il suo parere tecnico.

La Redazione

 

Il Fondo, avendo come obiettivo specifico quello di sostenere la politica di difesa dell’Unione, secondo il parere non potrebbe basarsi, come fa la Proposta della Commissione, sugli articoli relativi ai settori dell’industria, della ricerca e dello sviluppo tecnologico e dello spazio, bensì dovrebbe trovare un fondamento nelle disposizioni relative alla Politica estera e di sicurezza comune.

La questione è rilevante per molte ragioni.

Innanzitutto, le norme relative alla politica estera e di difesa (e in particolare l’art. 41, par. 2 TUE) stabiliscono espressamente che le spese derivanti da operazioni che hanno implicazioni nel settore militare e della difesa non debbono essere a carico del bilancio dell’Unione, bensì dovrebbero essere finanziate dagli Stati membri; e dunque il Fondo europeo per la difesa non potrebbe rientrare nel bilancio UE.

In secondo luogo, perché le disposizioni relative alla politica estera e di sicurezza comune sono fondate su meccanismi di carattere prettamente intergovernativo e si allontanano dunque molto dal metodo comunitario applicabile alle altre politiche di competenza dell’Unione. Questo significa che si tratta di un settore nel quale il Consiglio e il Consiglio europeo – gli organi che rappresentano gli Stati membri – hanno un ruolo nettamente preponderante rispetto alle istituzioni che rappresentano gli interessi dell’Unione (la Commissione) e i cittadini (il Parlamento europeo), che le decisioni sono prese quasi sempre all’unanimità e che la Corte di giustizia non è competente a vagliare la compatibilità degli atti emanati in detto settore con i Trattati istitutivi. Nell’ambito della politica estera e di sicurezza, in altre parole, gli Stati membri hanno mantenuto saldamente nelle loro mani il potere decisionale.

In terzo luogo perché, se si accertasse che il Fondo europeo per la difesa deve essere istituito sulla base delle disposizioni relative alla politica estera e di sicurezza, probabilmente le disposizioni relative a tale settore non consentirebbero di dar vita a un Fondo di questo genere, e ne deriverebbe uno strumento alquanto depotenziato.

Il fatto che la legittimità del Fondo sia messa in discussione non deve tuttavia stupire.  La mancanza di volontà degli Stati di dar vita a una reale politica estera e di sicurezza di carattere sovranazionale rende infatti molto difficile dar vita strumenti efficaci che portino a compiere passi avanti nella direzione della creazione di una reale competenza europea in tale settore. Fino a quando permarrà la volontà degli Stati di mantenere saldamente nelle loro mani la politica estera e di difesa, l’adozione di atti come il regolamento sul Fondo europeo per la difesa sulla base dei meccanismi propri del metodo comunitario rimarrà esposta al rischio di contestazioni di legittimità.