Il protagonismo kazako e la ‘disfunzione globale’

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Il Presidente del Kazakistan, Qasym-Jomart Qemelevič Toqaev, succeduto nel marzo dello scorso anno al più celebre Nursultan Nazarbayev (che aveva retto il paese a partire dall’indipendenza dalla Russia nel 1990) ha partecipato ativamente all’assemblea per i 75 anni dell’Onu, la settimana scorsa; con un intervento breve ma ricco d’interesse. Sotto almeno due profili.

Il primo è che si è mostrato fortemente preoccupato per “il collasso della cooperazione internazionale in risposta alla crisi, il protezionismo commerciale e il nazionalismo politico, che avvicinano il mondo a quello stato che qualcuno ha definito di disfunzione globale”. Ed ha proposto il rafforzamento della capacità dell’Organizzazione mondiale della sanità di controllo sulla “prevenzione nazionale e le capacità di riposta” alle pandemie, suggerendo “di sviluppare una rete di centri regionali [ossia continentali, nella logica delle Nazioni Unite, ndr] per il controllo delle malattie e la sicurezza biologica”. Due elementi considerati, giustamente, beni pubblici globali; che in quanto tali dovrebbero poter contare su un sistema istituzionale (a livello Onu, ma decentrato a livello continentale in termini operativi) in grado di fornirli efficacemente.

Il secondo elemento di interesse è che ha ricostruito gli ultimi trent’anni come “il fallimento storico nella costruzione di un sistema internazionale davvero giusto e fondato sulle persone”. La “fine della storia” (immaginata da Francis Fukuyama) ha determinato un’egemonia culturale che ha trascurato la dimensione sovranazionale della politica; ed ha indebolito la tenuta sociale delle scelte economiche (nazionali).  Un discorso apparentemente sorprendente per una piccola (in ambito mondiale) Repubblica centro-asiatica.

In realtà, non è la prima volta che il Kazakistan sottolinea il proprio ruolo di agevolatore e sostenitore di scelte globali e multilaterali, nell’ottica di una riforma del sistema di governance mondiale. Aveva già provato a svolgerlo in occasione della crisi finanziaria del 2008, quando nel 2009 il Presidente Nazarbayev aveva suggerito la creazione di una moneta mondiale. Una proposta che intendeva essere di sostegno alle dichiarazioni del Presidente della Banca nazionale cinese Zhou Xiaochuan, che nel marzo 2009 aveva pronunciato un breve discorso sulla necessità di affrancare il sistema monetario internazionale dall’uso esclusivo del dollaro e favorire una riforma basata sui Diritti Speciali di Prelievo. Discorsi ripresi dallo stesso Putin nel corso dell’anno.

In attesa della moneta mondiale, per celebrare i successi suoi e del paese, Nazarbayev nel 2016 aveva fatto emettere una banconota da 10.000 tenge (la valuta locale) con la sua effige. Una valuta che ha tuttavia perso da allora gran parte del proprio valore, a causa della perdita di valore della sua maggior risorsa sui mercati internazionali, il petrolio, e delle sanzioni occidentali alla Russia (principale partner commerciale del paese). Mettendo a nudo le fragilità di un’economia ricca di risorse del sottosuolo (con uno dei Pil pro-capite maggiori al mondo) ma proprio per questo costantemente a rischio di cadere nella cosiddetta “maledizione delle risorse” (un fenomeno ben noto in storia economica, con riferimento in particolare all’Olanda degli anni Sessanta ed a molti paesi asiatici, latino-americani ed africani oggi): il fatto cioè che l’abbondanza di risorse spiazzi la produzione interna, con afflussi di capitali ed aumenti dei prezzi che indeboliscono la ricchezza reale del paese.

In ogni caso, la vocazione globale e multilaterale del Kazakistan è di grande interesse strategico, perché potrebbe quantomeno fornire un contributo alla stabilizzazione delle ex-Repubbliche sovietiche e dello scacchiere mediorientale (dalla Turchia all’Iran). La sua posizione lo rende un candidato naturale a costituire quella cerniera, politicamente costruttiva e non divisiva, fra i vari protagonisti geopolitici in Asia, per la creazione di un nuovo e più stabile equilibrio. In questa logica, ci pare debba essere letta anche la notizia che il paese ha vietato l’operatività di tre compagnie aeree perché hanno violato l’embargo Onu sulle armi contro la Libia: una buona mossa per mostrarsi al servizio della causa globale.