Il dilemma americano sul presidente golpista

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Il videomessaggio del presidente americano Donald Trump dopo l'assalto di Capitol Hill. [EPA-EFE/SHAWN THEW]

Dopo l’assalto a Capitol Hill il dilemma della democrazia americana è cosa fare del presidente golpista. Perché in ultima istanza è chiaro che la responsabilità politica di Donald Trump rispetto all’assalto è innegabile. È stato lui a chiamarli a raccolta e ad arringarli: il suo discorso, in cui ha continuato a sostenere che le elezioni fossero state truccate, che la vittoria gli fosse stata rubata – nonostante tutti i ricorsi legali presentati abbiano dimostrato il contrario – li ha infiammati. Il suo invito ad andare a Capitol Hill a farsi sentire, e a non trattare in modo gentile i nemici, rende il Presidente Trump complice dell’assalto. Da cui non ha nemmeno preso le distanze, invitando infine gli assalitori a tornare a casa pacificamente – ma ormai era troppo tardi – me sostanzialmente dichiarando che avevano ragione e che erano “speciali” per lui.

In sostanza, sostenendo che le elezioni siano state rubate nonostante tutte le prove contrarie e il fatto che tutti i ricorsi giuridici siano stati espediti e abbiano dato un esito contrario alle sue tesi, Trump ha violato la legittimità costituzionale della democrazia americana. Seguendo l’etica dell’intenzione oggi Donald Trump andrebbe messo in stato d’accusa per alto tradimento. Ma questo rischierebbe di dividere ulteriormente gli Stati Uniti, dove una frangia estremista è evidentemente pronta a usare la forza, come dimostra l’assalto di ieri. L’etica della responsabilità impone quindi di calcolare bene cosa fare per evitare il peggio in un Paese dilaniato.

Il dilemma riguarda in primo luogo il partito repubblicano, che ha bisogno di prendere le distanze da Trump per cercare di ricostruire la legittimità istituzionale e di ripristinare l’immagine del partito volto a tutelare l’ordine costituito. Ma ovviamente anche i democratici, che possono avere la tentazione di eliminare il nemico Trump, ma che rischierebbero così di lacerare ulteriormente un Paese in una situazione potenzialmente vicina ad una guerra civile. Può sembrare un’esagerazione, ma la realtà è che non abbiamo mai visto una situazione come quella di ieri, in cui persone armate entravano nel Congresso degli Stati Uniti d’America. Al contempo anche far finta di nulla e mantenere Trump alla Casa Bianca per altre tre settimane non sembra un’opzione capace di consolidare le istituzioni americane.

È una situazione estremamente difficile in cui decisioni fondamentali andranno prese in poche ore. Molte di queste ricadranno sul Vicepresidente Pence e sui collaboratori di Trump perché sta a loro la possibilità di richiamare il venticinquesimo emendamento che permette la rimozione del presidente di fronte ad una chiara incapacità di svolgere le proprie funzioni, passando quindi il potere in questi ultimi venti giorni di presidenza al vicepresidente Pence. Una soluzione giuridicamente prevista, in cui la responsabilità e l’iniziativa sarebbero nelle mani dei Repubblicani, in grado di creare un clima nuovo per l’avvio di una presidenza Biden chiamata soprattutto a ricucire e lenire le ferite inferte al tessuto sociale americano.

Sono queste le difficili opzioni sul campo che rischiano di spaccare l’America di fronte a un presidente che per quattro anni non ha fatto altro che soffiare sul fuoco della divisione ed i cui frutti si sono visti ieri con l’assalto al Campidoglio. Una giornata drammatica per la democrazia americana, ma anche per la sua reputazione nel mondo: non a caso la Cina ha subito messo sullo stesso piano gli assalitori americani di Capitol Hill e gli attivisti democratici di Hong Kong. Una giornata che ci ricorda da un lato la fragilità della democrazia liberale in tutto il mondo e dall’altro che quando si liberano le pulsioni nazionaliste e populiste, l’esito ultimo non può che essere la violenza. Un monito che dovrebbe risuonare forte anche in chi oggi gioca con l’idea di una crisi di governo in un’Italia colpita dalla pandemia e in cui sono ancora forti tali pulsioni da parte di forze politiche vicine al trumpismo, così come alla democrazia illiberale – che non è democrazia – di Ungheria e Polonia.