Il conflitto Armenia-Azerbaijan e le responsabilità dell’Ue

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Una manifestazione di ultra-nazionalisti azerbaigiani e turchi contro l'Armenia davanti all'Università di Istanbul. [EPA-EFE/SEDAT SUNA]

Trent’anni di conflitto, e si continua a morire. La settimana scorsa, fra il 12 e il 16 luglio, è tornata alta la tensione fra Azerbaijan e Armenia per un confronto militare e politico, quello per la regione del Nagorno-Karabakh, che dalla fine dell’Unione Sovietica ad oggi non ha smesso di insanguinare il Caucaso del Sud.

Gli scontri degli ultimi giorni, a differenza della larga parte delle escalation che periodicamente si producono fra i due paesi, non hanno però investito il direttamente Karabakh, bensì la zona di frontiera tra la provincia armena di Tavush e il distretto di Tovuz in Azerbaijan. Colpi di artiglieria, con utilizzo di droni e carrarmati, sono stati registrati in un confronto che, in misura più ridotta, si è protratto anche dopo il 16 luglio.

Si parla di 16 morti da entrambe le parti, per un’escalation che non ha avuto effetti solo da un punto di vista militare. Parallelo agli scontri di frontiera, vi è stato un confronto a livello di cyberwar, fra campagne di disinformazione e attacchi a siti governativi, come è accaduto anche in passato. Contemporanee agli scontri, in una tensione crescente che ha molteplici risvolti, vi sono state anche manifestazioni di piazza a Baku, dove una folla inferocita ha scandito lo slogan “morte all’Armenia” di fronte al parlamento; ma anche, da registrare, sono le dimissioni imposte dal presidente Ilham Aliyev al suo storico ministro degli esteri, Elmad Mammadyarov, che aveva ricoperto questa carica fin dal 2004. Episodi che ricordano quanto le implicazioni politiche interne e internazionali siano fondamentali, non meno di quelli militari, per comprendere le logiche alla base di questo conflitto.

Un segno di discontinuità dopo 17 anni di mandato che, in un paese ricco di risorse ma povero di democrazia, racconta le difficoltà in cui versa Baku nel contesto della pandemia, a causa soprattutto delle ingenti perdite dovute alla caduta del prezzo del petrolio. In una dinamica che abbiamo visto spesso riproporsi in questo conflitto, l’Azerbaijan ancora una volta utilizza la tensione ai suoi confini per rafforzare il suo potere all’interno, facendo leva sul nazionalismo e sullo spauracchio di un “nemico”, l’Armenia, che, come sostiene l’analista Thomas De Waal, in realtà ha ben poco a cui puntare, salvo il mantenimento dello status quo nello stato de facto del Nagorno-Karabakh. Una repubblica autoproclamata, non riconosciuta da alcuno stato a livello internazionale, nata con l’occupazione militare armena di questo territorio nel 1994.

Certo è che questa volta, a differenza degli scontri ben più consistenti dell’aprile 2016, Aliyev, la cui famiglia è al potere in Azerbaijan dal lontano 1969, non può vantare alcuna conquista territoriale o risultato raggiunto da un punto di vista militare. Molto, nel frattempo, è cambiato nella scena politica armena, che con la rivoluzione di velluto del 2018, non violenta e pacifica, ha visto un avvicendamento ai vertici politici e militari che, almeno in parte, ha risolto le inefficienze e la corruzione che avevano segnato la transizione post-sovietica.

Certo, in un paese, l’Armenia, dove il Covid-19 ha colpito persino il leader di quella rivoluzione pacifica, l’attuale primo ministro Nikol Pashinyan e la sua famiglia, mettendo in seria difficoltà un’economia già fragile e isolata, anche a causa del conflitto, non mancano le difficoltà e i nodi irrisolti. 641 morti e quasi 35.000 casi di Coronavirus sono tanti, troppi, per un paese di appena 3 milioni di abitanti. Ma anche da un punto di vista militare l’Armenia di oggi, con il ricambio politico che ha portato molti giovani in parlamento e nelle leve di potere, sembra assai più preparata a reagire rispetto all’immobilismo dell’epoca di Sargsyan.

Tornando agli scontri della scorsa settimana, in cui entrambe le parti, al solito, si accusano a vicenda di aver innescato il confronto aperto, oltre ai morti si registrano decine di ferite di entrambe le parti, alcuni in gravi condizioni. In questo conflitto dove la disinformazione abbonda e le informazioni attendibili risultano centellinate, non è semplice ricostruire quanto avviene con precisione. Da parte azerbaigiana, forti ufficiali riferiscono la morte di 11 militari, fra cui due alti ufficiali, e di un civile, mentre da parte armena si parla di quattro caduti, tutti militari.

Gli scontri sono iniziati domenica a Berd, cittadina nella regione di Tavush, al confine nord-orientale fra i due paesi. Fonti armeni parlano di un attacco a infrastrutture civili con utilizzo di droni e artiglieria, fra cui mortai. Il ministero della difesa armeno ha annunciato l’abbattimento di un drone. L’utilizzo di droni killer, da parte azerbaigiana, è una costante già dall’escalation, di ben altra portata, del 2016, quando un drone fece strage di un pullman di volontari nei pressi del villaggio di Talish, in Karabakh.

Un ulteriore elemento inquietante, in questo quadro, sono state le minacce da parte azerbaigiana di colpire con dei missili la centrale nucleare di Metsamor in Armenia. Un atto che, se compiuto, avrebbe conseguenze umanitarie e ambientali che vanno ben oltre i confini del Caucaso. La minaccia, che arriva direttamente da un comunicato ufficiale del portavoce del ministero della difesa dell’Azerbaijan, Vagif Dargahli, ha destato notevole preoccupazione a livello internazionale, per un conflitto che, dopo il cessate il fuoco del 1994, ha visto ben pochi passi avanti concreti per arrivare a una soluzione di pace.

Grande assente, in questo confronto che si consuma ai confini del nostro continente, sono le istituzioni europee, sempre più lontane da una guerra che ha implicazioni fondamentali, anche da un punto di vista delle risorse, per i paesi dell’Unione. Eppure, l’Europa avrebbe oggi una grande occasione a portata di mano: quella di rilanciare la sua diplomazia a livello internazionale, dopo il fallimento dell’accordo con l’Iran, misurando le sue forze in un contesto più limitato e meno complesso.

Nonostante i notevoli passi avanti compiuti sulla via della democratizzazione da parte dell’Armenia, poco o nulla è cambiato nell’atteggiamento delle nostre istituzioni nei confronti di questo conflitto. Pesa ancora, in misura assai maggiore, il ricatto portato avanti dalla dinastia Aliyev, a suon di prebende e tangenti e, insieme, di minacce verso i media e gli attivisti, anche occidentali, che denuncino la corruzione, le violenze e i soprusi compiuti da questa autocrazia. Pesa, inoltre, sull’immobilismo europeo, l’influenza turca, attore fondamentale nella regione, la cui posizione, anche in ragione del negazionismo di stato sul genocidio armeno, si attesta in modo acritico e a volte minaccioso dalla parte di Baku.

Il Gruppo di Minsk, nato nel 1992 con il fine di trovare una soluzione pacifica e duratura al conflitto del Karabakh si è rivelato purtroppo un fallimento. A trent’anni dall’inizio di questo conflitto sarebbe fondamentale, al fine di rilanciare l’iniziativa di pace, includere le autorità de facto del Karabakh, che hanno dimostrato notevoli capacità di sviluppo democratico, al tavolo negoziale. Sarebbe vitale, inoltre, un incremento del monitoraggio delle operazioni militari sia nel Karabakh che nella zona frontaliera fra Azerbaijan e Armenia, al fine di prevenire e, in caso, di valutare con precisione le responsabilità degli attacchi che, con notevole frequenza in questi ultimi anni, hanno insanguinato la regione.

L’esempio del Kosovo dimostra come lo stallo prodotto fra il principio dell’autodeterminazione, a favore di Armenia e Karabakh, e quello dell’integrità territoriale, supportato dall’Azerbaijan, possa essere superato in nome di un ubi maior che tenga conto di una prospettiva che salvaguardi, come bene supremo, la sicurezza e lo sviluppo delle società civili implicate nel conflitto. E una rivoluzione nell’approccio a questo conflitto potrebbe partire proprio dal riconoscimento – previo il ritorno di profughi e sfollati nelle loro città e villaggi, e di garanzie democratiche e di sicurezza – di un Nagorno-Karabakh indipendente sia da Baku che da Yerevan. Non per favorire l’una o l’altra rivendicazione territoriale, bensì per decostruire – partendo da una soluzione dal basso, che parta delle società civili e delle loro necessità e diritti – la retorica dei contrapposti nazionalismi che, in questo come in altri contesti storici o attuali, hanno compiuto danni enormi, tragedie e guerre infinite.

Una svolta che sarebbe auspicabile anche per testare le capacità effettive della diplomazia europea in una tipologia di conflitto che ha affinità con altre annose questioni territoriali irrisolte, dall’Ucraina alla Georgia, fino alla Transnistria. Se il Karabakh dovesse tornare a esplodere, il rischio concreto sarebbe quello di un conflitto che investirebbe immediatamente l’intera regione, dalla Russia, all’Iran alla Turchia, ponendo in serio pericolo la sicurezza e la stabilità stessa dell’Unione Europea e dei suoi confini.