Il Caucaso meridionale a sei mesi dalla fine del conflitto: le sfide per l’Europa

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Lavori per la costruzione del nuovo aeroporto, distretto di Fizuli (sotto occupazione armena fino al 2020), Azerbaigian 2021

A sei mesi dalla stipula della Dichiarazione tripartita tra Russia, Armenia e Azerbaigian che ha posto fine alla “guerra dei 44 giorni” tra Armenia e Azerbaigian, la parola d’ordine è ricostruzione.

Il contenuto dell’accordo sottoscritto dai leader di Azerbaigian, Armenia e Russia è noto: dopo quasi 30 anni di occupazione i territori dell’Azerbaigian occupati dalle forze armate dell’Armenia sono stati liberati. Gli azerbaigiani tornano nei propri territori, inclusa Şuşa, considerata la capitale culturale dell’Azerbaigian, e gli armeni rimangono a Xankəndi, mentre una forza di interposizione russa di 1900 militari svolge funzioni di peacekeeping. Viene inoltre prevista dalla Dichiarazione l’apertura di tutte le comunicazioni nella regione, inclusa la realizzazione di un collegamento infrastrutturale tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakchivan, che si trova tra Armenia, Iran e Turchia. L’accordo ha una validità quinquennale e rinnovabile.

Le sfide della ricostruzione sono molte, e hanno un forte potenziale per la politica e l’economia europee. Anzitutto vi è nei territori colpiti dal conflitto un enorme problema di campi minati, eredità dell’occupazione dell’Armenia. Ha fatto molto scalpore, recentemente, la morte di tre civili azerbaigiani, di cui due giornalisti, vittime dell’esplosione di una mina nel distretto azerbaigiano di Kalbajar, e il ferimento di altri quattro. Il numero totale di morti e feriti azerbaigiani, causati da ordigni esplosivi dopo la conclusione della guerra, è di 144 persone, di cui la maggior parte civili. Le mine, lasciate dalle forze di occupazione armene, sono il maggior pericolo per una ripresa della vita civile nei territori che erano occupati.

Gli osservatori calcolano che potrebbe volerci un decennio per una bonifica totale. Vi sono poi i danni delle distruzioni materiali: totale assenza di strade, infrastrutture energetiche ed idriche, assenza di qualsiasi attività economica. E’ evidente che il ritorno di circa 750.000 rifugiati interni azerbaigiani e dei loro discendenti, pari a circa 1 milione di persone, fuggiti in seguito alla guerra del 1992-94, è condizionata dalla qualità e dall’intensità degli sforzi di ricostruzione.

Dopo la morte degli ultimi civili azerbaigiani a causa delle mine, il 12 giugno è stato raggiunto un nuovo accordo tra le parti che ha visto la consegna, da parte dell’Azerbaigian, di 15 armeni detenuti, in cambio di mappe contenenti la localizzazione di 97.000 mine anti carro e antiuomo nel distretto di Aghdam. Il fatto che le autorità dell’Armenia abbiano ammesso che, quella consegnata all’Azerbaigian, è solo una piccola parte delle mappe dei campi minati, dimostra che sarà necessario ancora un grande sforzo per la soluzione completa del problema delle mine.

Il governo azerbaigiano ha stanziato circa 1 miliardo di dollari per i lavori iniziali, ma per la normalizzazione dell’area, vista la sua totale distruzione, saranno necessari circa 60 miliardi di USD ed è ora evidente che un ruolo forte lo può giocare l’Europa, con le sue strutture di cooperazione, le sue imprese, la sua iniziativa politica. Non è un segreto che l’Europa si sia mossa in ordine sparso durante la guerra dei 44 giorni, soprattutto a causa della posizione francese apertamente filo-armena nonostante il diritto internazionale fosse dalla parte di Baku. Ed è altrettanto evidente che in prima fila nel processo di ricostruzione vi siano le imprese di quelle nazioni che hanno mostrato maggiore obiettività sulla situazione: Turchia, Regno Unito e Italia tra tutte.

Certamente da un punto di vista egoistico dovremmo essere lieti del massiccio coinvolgimento delle imprese italiane nei primi progetti di ricostruzione nei territori liberati. Il nostro Paese è il maggior alleato dell’Azerbaigian in Europa e la partnership strategica tra i due Paesi è stata cementata dalla realizzazione del gasdotto TAP e dalla scelta dell’Italia come hub strategico del gas del Caspio. Tuttavia sarebbe importante, per la politica estera e di sicurezza comune, rilanciare l’Unione Europea come fattore di stabilizzazione dell’area.

In questa fase l’Europa potrebbe giocare una mossa del cavallo. Assunta con determinazione una posizione che superi le divisioni e nel pieno rispetto del diritto internazionale, l’UE potrebbe essere la promotrice di azioni che chiudano per sempre le lacerazioni ereditate dal crollo dell’Urss. Poi in collaborazione con Baku e Yerevan (tra pochi giorni vi saranno le elezioni politiche in Armenia) l’UE potrebbe essere leader della ricostruzione portando il suo immenso patrimonio di scienza, tecnologia, cooperazione e coesione sociale. In un’area che sarà sempre più strategica per il futuro dell’Europa.