Hong Kong: l’Unione europea se ne lava le mani?

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November 2019. Hong Kong's pro-democracy candidates rose to a landslide victory in the district council elections in a record voter turnout, sending a strong message to the government and its allies. Hong Kong is in its sixth month of mass protests, which were originally triggered by a now withdrawn extradition bill, and have since turned into a wider pro-democracy movement. [EPA-EFE/FAZRY ISMAIL]

In questi anni gli europei hanno spesso criticato il nazionalismo di Trump, sintetizzato dal suo “America first”, che metteva gli interessi di breve periodo davanti ai valori e alle alleanze. La Cina ha approvato una legge sulla sicurezza che di fatto mette fine alle libertà di Hong Kong, dando mano libera alla polizia nella repressione e inasprendo le pene contro l’opposizione democratica. Gli USA hanno attivato le procedure per togliere ad Hong Kong il riconoscimento dello status di regione speciale che ha reso la città la principale porta per gli investimenti stranieri in Cina, e per quelli cinesi verso il resto del mondo, rendendola un centro finanziario mondiale. Politicamente può far gioco nello scontro egemonico tra USA e Cina, ma economicamente ha certo un costo anche per gli USA.

E l’Unione Europea che fa? Un patetico comunicato in cui minaccia che “Quanto sta accadendo ad Hong Kong avrà certamente un effetto sulle relazioni tra Unione Europea e Cina”. Sì, ma quali? E quando? Silenzio assordante. Perché bisogna contemperare i valori agli interessi. E d’altronde la Germania ha appena indicato tra le priorità della sua presidenza semestrale del Consiglio dell’UE l’organizzazione di un summit UE-Cina per rafforzare i rapporti. E in Italia il presidente della commissione Affari esteri della Camera, Vito Petrocelli del M5S, addirittura sostiene che “Fermo restando l’obbligo assoluto e universale di rispettare i diritti umani e civili, a Hong Kong come a Minneapolis, e la ferma condanna di qualsiasi forma violenta di protesta, ogni Paese sovrano ha diritto e dovere di garantire l’ordine pubblico e la stabilità sociale ed economica sul suo territorio” come riporta AGI.

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Nemmeno ci si nasconde dietro gli interessi economici, qui si riduce la resistenza democratica di Hong Kong a un problema di ordine pubblico. E si mette sullo stesso piano un regime democratico, in cui i poliziotti che uccidono un fermato viene sospesi immediatamente, con un regime non democratico, in cui la violazione dei diritti fondamentali di intere minoranze etniche e religiose, nonché di molte libertà scontate per noi, è la regola. Sarebbe interessante capire se questa posizione sia condivisa dalla Farnesina e dal governo italiano.

Ci si potrebbe aspettare di più dall’Europa “potenza civile”, che inserisce clausole a tutela dei diritti umani e investe a sostegno della società civile nel quadro dei suoi vari accordi commerciali con Paesi o gruppi di Paesi molto più deboli di lei. Ma di fronte al colosso cinese è muta, paralizzata anche in questo caso dalla difficoltà di trovare un accordo tra tutti gli Stati membri: si torna infine sempre all’assurda regola dell’unanimità. Torna in mente il noto adagio secondo cui l’Unione Europea è un gigante economico ed un nano politico, cui Emma Bonino aveva aggiunto “ed un verme militare”. Ciò significa che l’Unione è forte e gli Stati membri deboli, perché nelle materie in cui la competenza è stata passata all’Unione, cioè l’economia ed in particolare il commercio, l’Europa è un gigante, ha una leadership mondiale. In quelle che sono rimaste nazionali, in cui l’integrazione langue, e gli Stati membri reclamano il loro potere di veto, siamo irrilevanti: nani o vermi.

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In un comunicato stampa del Consiglio, l’Unione denuncia la violazione, da parte della Cina, della dichiarazione congiunta anglo-cinese del 1984 ed invita il Paese governato da Xi Jinping a cambiare rotta, attenendosi nuovamente a quegli accordi.

“Quanto sta accadendo ad …

La Commissione europea si è mostrata ferma, coraggiosa e ambiziosa nella risposta alla pandemia. Deve esserlo altrettanto nel dar seguito all’annuncio iniziale di Ursula von der Leyen di una Commissione geopolitica. Borrell aveva iniziato il mandato dichiarando che gli europei devono decidere se essere un giocatore o il terreno di gioco nella competizione globale. La risposta europea a quanto sta accadendo a Hong Kong sarà una cartina di tornasole rispetto a tutto questo. Fare come gli USA e sospendere la preparazione del vertice UE-Cina potrebbero essere dei primi segnali.

La Next Generation Europe per essere all’altezza delle sfide ha bisogno non solo di un salto di qualità nell’unione economica – delineato nelle proposte della Commissione – ma anche nell’unione politica. Da alcuni anni la Germania risponde alla pressione di Macron di rafforzare l’unione economica con la richiesta di affiancarvi un piano per l’unione politica con la progressiva europeizzazione del seggio francese nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e della Force de frappe. La pandemia ha richiesto di accelerare sull’unione economia. Ma il mondo preme, e la finestra di opportunità per procedere verso l’unione politica è adesso.