Elezioni in Iran 2021: il ritorno al passato

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[EPA-EFE/ABEDIN TAHERKENAREH]

Le elezioni presidenziali iraniane hanno sancito il ritorno al potere della frangia ultraconservatrice del clero sciita. La vittoria di Ebrahim Raisi già sfidante di Hassan Rouhani quattro anni fa, va tuttavia considerata alla luce di due aspetti fortemente legati tra loro: il fortissimo astensionismo e la selezione dei candidati. L’affluenza al voto delle tredicesime elezioni iraniane non ha raggiunto neppure il 50%, il minimo mai registrato finora in tutta la storia della Repubblica Islamica. Questo dato è estremamente significativo soprattutto se comparato con le elezioni del 2017, quando il numero dei votanti superò il 73%, e testimonia palesemente la crescente sfiducia dei cittadini verso il sistema politico iraniano, soprattutto a fronte della fortissima crisi in cui si è trovato il paese a partire dal 2018. La reintroduzione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti a seguito dell’uscita dal JCPOA ha duramente colpito l’economia iraniana e ha determinato un aumento vertiginoso della disoccupazione, soprattutto giovanile, che la seconda presidenza Rouhani non è riuscita a fronteggiare in alcun modo. Il malcontento popolare è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Raisi, che più volte ha accusato il governo uscente di non essere in grado di risolvere la crisi economica a causa della corruzione.

Il vero vincitore delle tredicesime elezioni presidenziali è stato tuttavia l’astensionismo. Questo dato è particolarmente significativo se considerato alla luce del complesso sistema politico iraniano, dove gli unici strumenti reali di partecipazione popolare attiva sono proprio le elezioni parlamentari e presidenziali. L’astensionismo diventa quindi l’unico modo di manifestazione del dissenso non solo verso i partiti, ma anche verso le istituzioni, come confermato anche dalle elezioni parlamentari dello scorso anno, dove l’affluenza si era attestata intorno al 42%. Le proteste degli ultimi due anni, che hanno coinvolto in particolare le fasce più giovani della popolazione, hanno rappresentato l’inizio del processo che ha portato al progressivo boicottaggio delle elezioni. Dopo le violente repressioni del 2019, la volontà di riformare il sistema teocratico iraniano da parte della popolazione si è fatta sempre più forte, soprattutto a fronte del silenzio di Rouhani davanti alle violenze ordinate dall’ayatollah Khamenei nei confronti dei cittadini iraniani. Sebbene sia incontestabile che l’astensionismo abbia spianato la strada agli ultraconservatori sostenitori di Raisi, è altrettanto vero come questo sia stato il dato che ha influito maggiormente sulla vittoria del presidente neoeletto, il cui elettorato è comunque rappresentato dalla minoranza della popolazione. I giovani e le classi medio-basse, ovvero coloro che hanno subito maggiormente gli effetti della crisi e la repressione del governo, rappresentano anche la maggioranza della popolazione iraniana, la quale non crede più nel sistema rivoluzionario che ha fatto sopravvivere la Repubblica Islamica per quarant’anni. A poco sono valsi i tentativi di Khamenei di sottolineare il dovere religioso, e quindi politico, di recarsi alle urne. Oltre il 70% degli iraniani ha meno di quarant’anni e non ha vissuto l’epoca rivoluzionaria: l’appello al rispetto dei valori rivoluzionari è quindi inevitabilmente caduto nel vuoto. Da menzionare, infine, è anche un altro tentativo di protesta, questa volta però effettuato dentro le cabine elettorali: le schede annullate. Quasi quattro milioni di schede sono state dichiarate non valide, anche se il loro eventuale conteggio non avrebbe influito sul risultato elettorale considerato il distacco tra Raisi (circa 18 milioni di voti) e “l’eterno secondo” Mohsen Rezaee (circa tre milioni di voti).

Infine, l’aspetto più problematico è rappresentato proprio dalla scelta dei candidati ammissibili alla corsa per la presidenza. Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, l’organo preposto alla valutazione dei candidati, è composto da sei teologi nominati dalla Guida Suprema e sei giuristi nominati dal potere giudiziario, di cui Raisi è stato un importante esponente per più di un decennio. Indubbiamente questa contraddizione non è passata inosservata, come altrettanto non è stato in alcun modo celato l’aperto sostegno dell’ayatollah Khamenei nei confronti dell’ultraconservatore. La comune discendenza dal profeta Maometto, segnalata dal turbante nero, della Guida Suprema e del neoeletto presidente, tuttavia, non è l’unico elemento di continuità che si riscontra tra i due, in quanto Raisi è stato anche allievo di Khamenei. La vittoria di Raisi era quindi scontata, poiché eventuali altri candidati potenzialmente problematici per la sopravvivenza del regime non sono stati ammessi alla competizione elettorale. L’elezione di Raisi, quindi, lancia un’ombra sui prossimi quattro anni in Iran e lascia presagire non solo un ulteriore isolamento del paese a livello internazionale, ma anche un probabile inasprimento della repressione contro ogni tipo di dissenso.