Difesa europea: la proposta spagnolo-olandese e il ruolo di Roma

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rutte-Sanchez [EPA-EFE/FRANCISCO SECO]

Per Altiero Spinelli gli Stati nazionali erano ostacolo e strumento del processo di unificazione europea. Quest’idea si è poi evoluta (“i governi democratici sono ostacolo e strumento”) fino ad includere anche le elezioni nazionali come elemento in grado di condizionare, nel male e nel bene, l’integrazione europea. Le elezioni in Germania nella seconda metà di quest’anno e le presidenziali francesi nella prima metà del 2022, quindi, non solo influenzano le vicende europee correnti, ma saranno decisive negli anni che ci separano dalle elezioni europee del 2024, soprattutto per quanto riguarda la politica estera e di sicurezza. 

Da questo punto di vista, l’eventuale rielezione di Macron potrebbe essere decisiva per compiere un passo avanti verso una maggiore autonomia europea proprio in tali settori. Ma la Francia è anche il paese che, quando è in gioco la sovranità militare, manifesta la linea più contraddittoria: da un lato difende il principio dell’autonomia europea, dall’altro dà risposte intergovernative, se non puramente nazionali. Per rendersene conto basta mettere in fila dichiarazioni e fatti degli anni immediatamente successivi alla Brexit. 

Nel luglio del 2017 Macron e Merkel annunciano di voler sviluppare insieme un velivolo militare di nuova generazione, il Future Combat Air System (FCAS). L’accordo viene formalizzato nell’aprile del 2018, a Meseberg. A maggio 2019, Louis Gautier, consigliere di Macron per la difesa europea, nel corso di un’audizione all’Assemblea nazionale, annuncia che la Francia, nel primo semestre del 2022, presenterà un progetto per un’“Unione di sicurezza e di difesa comune”, i cui contenuti non sono ancora stati precisati. Nel novembre dello stesso anno, Macron sostiene che la NATO “is becoming brain-dead”. Il 7 febbraio del 2020, in un discorso allaÉcole de Guerre”, Macron invita i paesi europei ad un dialogo “sul ruolo del deterrente nucleare francese nella nostra sicurezza collettiva”, un’offerta neanche troppo velata di estendere la copertura nucleare francese all’UE. 

La firma, il 19 marzo scorso, di una lettera congiunta della Francia e dei paesi del gruppo di Visegrad, per difendere la scelta energetica fondata sul nucleare, ha destato perplessità aggiuntive. Questo gruppo di paesi è il più ostile ad avanzamenti nel processo di unificazione europea e non ha ancora ratificato la Decisione sulle risorse proprie, condizione indispensabile per il varo del Next Generation EU (NGEU). Ad oggi, la transizione energetica del NGEU non prevede il nucleare, che la Germania sta abbandonando. L’energia nucleare ricorda la politica gollista dell’autarchia energetica, mentre lo sviluppo delle rinnovabili richiede, per il suo successo, l’apertura dell’UE, non solo alla Russia, ma soprattutto all’Africa.

Non stupisce, dunque, che il non-paper spagnolo-olandese, diffuso prima del Consiglio europeo del 25 marzo, proponendo il concetto, nuovo, di autonomia strategica “aperta”, sia stato letto come una presa di distanza dal concetto di autonomia strategica – peraltro mai precisato nei suoi esiti istituzionali – patrocinato dalla Francia. 

L’elezione di Biden ha complicato ulteriormente il quadro. Nelle ultime settimane, si sono moltiplicate le notizie relative alle difficoltà che incontra il progetto FCAS sul piano industriale ed a cui si sono aggiunte, dopo le elezioni americane, difficoltà politiche che rischiano di portarlo ad uno stallo, tanto che alcuni, in Francia, si chiedono se sia il caso di insistere su questa iniziativa. Inoltre, nel corso di una recente audizione al Senato francese, Eric Trappier, Presidente e Direttore generale della Dassault Aviation, ha espresso le medesime preoccupazioni. Negli stessi giorni, il Capo di stato maggiore francese, Francois Lecointre, ha tenuto una hearing riservata al Bundestag proprio sulle difficoltà che incontrano i progetti industriali franco-tedeschi nel settore militare. Apparentemente, sembrano più le elezioni americane, che non quelle europee, ad influenzare il processo di unificazione europea. È probabile, infatti, che la Germania, che vuole mantenere i rapporti con la Russia, soprattutto nel settore energetico, non intenda seguire la stessa linea di autonomia dagli USA che, con Trump alla presidenza, suscitava meno resistenze domestiche.

Occorre tenere conto di tre dati di fatto, non secondari, che riguardano lo FCAS. In primo luogo, il suo costo oscillerà tra i 50 e gli 80 miliardi di euro, superiori a quelli dell’F-35 americano: si tratta di un progetto al di fuori della portata di un singolo paese. Il secondo dato è che lo FCAS è destinato a sostituire il Tornado, unico velivolo di produzione europea (a parte i velivoli francesi, certificati per trasportare solo l’atomica francese) certificato per il trasporto dell’arma nucleare americana ed integrato nel Gruppo di pianificazione nucleare NATO – di cui la Francia non fa, e non vuole far, parte. Lo FCAS europeo dovrà essere progettato per trasportare l’arma nucleare francese e, quindi, integrato nel sistema di pianificazione nucleare della Francia. Optare per questa scelta che riguarderebbe, oltre alla Francia, anche la Spagna e, soprattutto, la Germania, dal punto vista politico modificherebbe sensibilmente gli equilibri militari del continente. Il terzo elemento è dato dal fatto che i velivoli di nuova generazione, come nel caso dell’F-35 americano, si caratterizzano per una voce di investimento decisiva: il software di bordo. Quest’ultimo non serve solo a gestire i consueti sistemi d’arma, ma anche la gestione di droni ed altri velivoli senza pilota che lo accompagnano in missione; il monitoraggio del grado di usura del velivolo e dei suoi componenti in tempo reale e la loro sostituzione con una gestione integrata con il sistema dei fornitori di componenti. Va da sé che se il software è solo francese, questo significa la dipendenza da un singolo governo nazionale.

Da parte tedesca, invece, sembra che per quanto riguarda la difesa europea, ci siano sviluppi. Quando si tratta di unificazione europea, le elezioni tedesche, generalmente, non sono un problema, e il candidato cancelliere della SPD, Olaf Scholz, nel corso di un’intervista alla FAZ del 27 marzo, ha infatti rilanciato il tema di una forza armata europea sotto controllo europeo. Scholz ha dichiarato apertamente che “per me un esercito comune fa parte dell’idea di sovranità europea”, anche se ammette che non è “un problema a breve termine”. Il candidato cancelliere ha inoltre dichiarato che l’UE avrebbe dei vantaggi “se ci si allontanasse dall’unanimità nei Consigli dell’Unione europea e si andasse verso decisioni a maggioranza su questioni di politica estera, così come su questioni finanziarie e fiscali”. Nella politica di difesa, questo non sarebbe possibile con i trattati attuali, ha aggiunto Scholz, ma anche qui, “una decisione a maggioranza qualificata sarebbe una decisione democratica”. 

La Francia va aiutata, soprattutto in vista delle prossime presidenziali, ma anche il progetto europeo nel settore della difesa va sostenuto. La via intergovernativa, fin qui seguita dalla Francia, così come dalla Spagna e dalla Germania, può dare vantaggi nel breve periodo, ma il suo funzionamento è condizionato dagli equilibri di potere nazionali che, come la storia insegna, l’hanno sempre condotta ad un punto morto. La via sovranazionale, invece, è più difficile nel breve periodo, ma più solida, foriera di passi avanti più ambiziosi nel lungo periodo e, soprattutto, meno condizionata dagli equilibri di potere nazionali e transatlantici. La moneta europea, da questo punto di vista, è un buon esempio, per due ragioni. Da un lato, sarebbe stato impensabile emettere debito europeo e parlare di “safe assets” e di ruolo internazionale di una moneta europea, senza l’euro. D’altro lato, l’euro ha potuto essere introdotto solo perché l’Italia ne ha fatto parte fin dall’inizio. Se non fosse stato così, difficilmente la Francia avrebbe accettato la subordinazione, di fatto, alla Germania nel settore monetario. Così, oggi, la Germania difficilmente accetterebbe la subordinazione alla Francia nel settore militare: il ruolo dell’Italia può quindi essere decisivo, come lo è stato per l’euro, soprattutto nell’ipotesi suggerita dalla proposta della SPD tedesca del 28° esercito, che consenta di dar vita ad una struttura militare minima europea, senza richiedere la piena cessione della sovranità militare nazionale.

 

Il presente articolo esce, con titoli diversi, anche sul sito del Centro Studi sul Federalismo e su Eurobull.it