Caucaso meridionale. Un’antica strage in un nuovo contesto geopolitico

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Manifestazioni durante l'anniversario del massacro di Khojaly. [EPA/STR TURKEY OUT]

Il 26 febbraio 2021 ricorre il ventinovesimo anniversario della strage di Khojaly. In questa cittadina del Nagorno Karabakh, la regione internazionalmente riconosciuta parte dell’Azerbaigian e occupata – fino al 9 novembre 2020 – dalle forze dell’Armenia si consumò una delle più orrende stragi del primo conflitto che vide contrapposti i due Stati post-sovietici, tra il 1992 e il 1994.

In quell’occasione centinaia di civili azerbaigiani inermi – 613 secondo l’inchiesta ufficiale azerbaigiana – vennero uccisi dopo essere stati costretti a lasciare le proprie abitazioni nottetempo dalle forze militari armene; forze che agirono in collaborazione con alcuni reparti militari dell’ex armata rossa, di stanza nel Caucaso meridionale. Le modalità del massacro ricordavano molto quelle della pulizia etnica che avveniva, negli stessi anni, nei territori della ex-Jugoslavia: conquistare militarmente un territorio con una presenza maggioritaria dell’etnia avversaria, espellerne la popolazione civile, massacrarne una parte rilevante e diffondere il terrore nella regione favorendo un esodo forzato degli avversari etnici, in modo da “ripulire” il territorio dal nemico. E fu esattamente ciò che avvenne in Nagorno Karabakh.

L’Armenia, anche aiutata militarmente, occupò non solo il Nagorno Karabakh – territorio rivendicato, ma sette altri distretti esterni e confinanti, da cui venne espulsa tutta la popolazione azerbaigiana (circa 750.000 persone) dando vita a uno dei più grandi fenomeni di displacement interno della contemporaneità. Il massacro di Khojaly – a oggi impunito– è da allora una delle date di memoria storica più importanti nello spazio pubblico azerbaigiano. Esso è il simbolo non solo del dolore per le vittime, ma di una ferita aperta per un intero Paese nonché delle prospettive di una giustizia riparativa, nell’ampio quadro della Corte Europea per i diritti umani.

Se per ventotto anni la ricorrenza del 26 febbraio ha rappresentato sostanzialmente la memoria di un lutto e di una tragedia nazionale – la perdita del territorio, la massa di rifugiati, le distruzioni del conflitto – quest’anno viene ricordata con maggiore partecipazione e in un contesto completamente diverso. Tra il 27 settembre e il 9 novembre 2020 si è combattuta la seconda guerra del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Questa volta l’esito è stato completamente rovesciato. Nei ventisei anni trascorsi dal 1994 l’Azerbaigian è diventato sempre più forte politicamente e militarmente grazie a un uso strategico delle sue risorse energetiche, e l’Armenia sempre più povera, isolata, instabile e dipendente dal sostegno della Russia. Sostegno che, a differenza di quanto avvenuto nei primi anni Novanta, non si è stavolta concretizzato in un aiuto militare concreto. Al contrario l’Azerbaigian non solo ha contato su un sostegno politico della Turchia di Erdogan ma anche di gran parte dei Paesi occidentali con l’eccezione della Francia. Il vantaggio militare azerbaigiano si è trasformato in un vantaggio politico con l’accordo tripartito del 9 novembre 2020.

Questo accordo prevede: 1) la restituzione all’Azerbaigian dei sette distretti esterni al Nagorno Karabakh e la possibilità  di ritorno per i rifugiati interni 2) il mantenimento da parte dell’Azerbaigian di aree della regione del Nagorno Karabakh, liberate durante le ultime operazioni militari, inclusa quello che è il centro storico e culturale per gli azerbaigiani – la città di Şuşa –  mentre gli armeni etnici che avevano promosso la secessione rimangono nel nord della regione con una forza di peacekeeping russa impiegata per un periodo di cinque anni rinnovabile. 3) si crea una sorta di centro di monitoraggio russo-turco in territorio azerbaigiano che verificherà l’andamento dell’accordo e viene promosso il ricongiungimento infrastrutturale tra l’Azerbaigian e la Repubblica Autonoma del Naxçıvan, una parte distaccata di territorio azerbaigiano circondato da Armenia, Iran e Turchia.

Al tutto va aggiunto un impegno di ricostruzione, infrastrutturale, di connettività e integrazione nei mercati europei che fa di tutto il Karabakh non più un luogo di conflitto, ma di investimento e cooperazione. Le aziende italiane saranno, a quanto pare, tra i primi operatori economici ad intervenire. Non a caso il nostro Paese è stato il primo al mondo a inviare una delegazione parlamentare di tutti i principali gruppi (PD-Lega-5 Stelle) nei territori liberati. Si apre una fase di ricostruzione morale, economica, fisica, e giuridica (ritorna il tema delle responsabilità di Khojaly) da compiere nei prossimi anni.

La lezione che questo conflitto reca con sé è che l’Azerbaigian non ha vinto solo militarmente, ma soprattutto politicamente. E non perché sia legato alla Turchia, o abbia avuto un atteggiamento benevolo da parte della Federazione Russa. Ma soprattutto perché: 1) è riuscito a ottenere una soluzione moderata al conflitto. In pratica ha vinto senza stravincere, ma realmente assegnando degli spazi di mediazione in favore all’avversario sconfitto. 2) ha avuto il più o meno pronunciato ma sostanziale appoggio della comunità internazionale.

Certamente nel conflitto, che è stato “globale” grazie al ruolo dei social network e delle diaspore, l’Armenia giocava su alcuni elementi emotivi: il radicamento della diaspora, la notorietà di alcuni armeni etnici come la più nota “influencer” al mondo, la mitologia della piccola popolazione cristiana attaccata dagli “islamici” (nonostante l’Azerbaigian sia uno dei paesi più laici al mondo) l’espansionismo “neo-ottomano” della Turchia di Erdogan, che è un vuoto slogan giornalistico. L’Azerbaigian, ad un esame superficiale, avrebbe contato oltre che sulla forza militare anche sulla sua ricchezza energetica. Basti pensare che pochi giorni dopo la fine della guerra è entrato perfettamente in funzione il gasdotto Tap che collega il Caspio e la Puglia e che farà del nostro Paese un hub del gas azerbaigiano. Ma non basta per spiegare il successo politico di Baku.

La mia tesi è che vi sia stata una forza costruttrice del diritto internazionale nel determinare il quadro delle relazioni internazionali. L’Azerbaigian agiva per il ripristino dei propri confini e della propria integrità territoriale, violati per quasi un trentennio da una forza militare illegale. In un’epoca che è al tempo stesso di crisi e risorgenza dello Stato nazionale come principale sede politica e giuridica per l’esercizio di alcune politiche – basti pensare a quanto conti lo Stato nella lotta alla pandemia – agire per ripristinare il diritto degli stati contro i secessionismi ha svolto un ruolo nell’orientare questo conflitto dal punto di vista internazionale.

Resta inspiegabile, se non con la forza della lobby armena, la posizione della Francia che, unico Paese europeo, ha sostenuto le posizione secessioniste armene. Una politica ancora più contradditoria se si pensi che Macron sta sponsorizzando in queste settimane una dura legge repressiva contro il “separatismo islamico”. Quindi il separatismo va male a casa propria e funziona a casa d’altri? La Francia è stata isolata e questo rende ancora più debole la già debole politica estera europea. La crisi del Nagorno Karabakh rende ancora più urgente di prima la necessità che la Francia rinunci al proprio seggio permanente all’ONU e si dia vita a un seggio unico dell’Unione Europea.

Daniel Pommier Vincelli, Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale, Sapienza Università di Roma