Armenia, vittoria di Pashinyan: una nuova fase per la stabilità in Caucaso?

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Yerevan, il giorno delle elezioni. 20 giugno 2021

Pashinyan vince nettamente le elezioni parlamentari anticipate in Armenia, tenutesi domenica 20 giugno 2021. E’ un risultato sorprendente, se si pensa a ciò che è successo negli ultimi sei mesi nella piccola repubblica caucasica.

La notte in cui venne firmato l’accordo tripartito tra Armenia, Azerbaigian e Russia, che pose fine alla guerra dei 44 giorni (sancendo la netta vittoria azerbaigiana e la restituzione dei territori azerbaigiani occupati dall’Armenia da venticinque anni) il premier uscente Nikol Pashinyan sembrava destinato al crollo repentino. Molti osservatori della scena caucasica ricordano le terribili scene di quella notte: i manifestanti che irrompono nel Parlamento gridando al tradimento, il presidente del parlamento linciato dalla folla e salvatosi per miracolo, le proteste rabbiose e le repressioni della polizia in un Paese che era andato incontro alla catastrofe.

Eppure Pashinyan ha tenuto duro in un clima di estrema polarizzazione, minacce e rumors di colpi di Stato, accuse avvelenate tra le parti. Si è assunto la responsabilità della sconfitta – frutto senz’altro anche degli errori e delle provocazioni da lui commessi nel 2019-2020 – e ha associato il suo nome all’accordo tripartito che potrebbe far passare le relazioni con l’Azerbaigian dalla competizione alla cooperazione. Va ricordato che l’accordo tripartito prevede un’ampia connettività tra le aree liberate e l’Armenia e tra l’Azerbaigian e l’exclave azerbagiana del Nakchivan, che confina a est con l’Armenia.

Un sistema di connessioni infrastrutturali che potrebbe condurre a una definitiva de-escalation dell’area coinvolgendo Stati Uniti, Russia, Unione Europea, Turchia e Iran. Contro Pashinyan, che assicura alla sua formazione politica “Contratto Civile” la maggioranza assoluta dei voti che dovrebbe trasformarsi circa in 70 seggi su 101 a disposizione degli elettori, si è scagliata la vecchia classe dirigente armena.

In particolare ha cercato una nuova affermazione Robert Kocharyan, già presidente della Repubblica, dal 1998 al 2008 con la coalizione “Alleanza Armenia”. Kocharyan ha una linea molto intransigente sulle relazioni con l’Azerbaigian e rifiuta decisamente l’accordo di novembre. Vale la pena ricordare che egli divenne presidente nel 1998, rovesciando il primo presidente dell’Armenia Levon Ter-Petrosyan, che voleva trovare un accordo di pace con l’Azerbaigian. Come presidente Kocharyan venne affiancato da una maggioranza parlamentare, guidata dal primo ministro Varzen Sargsyan e dal presidente del parlamento Karen Demirchyan, molto disponibile a un accordo con lo Stato confinante a porre fine all’occupazione.

I suoi due rivali vennero però uccisi nel massacro del parlamento armeno del 27 ottobre 1999, quando un gruppo di terroristi entrò in Parlamento e compì una strage. Senza entrare in teorie del complotto, pur molto popolari in Armenia, non è un segreto che Kocharyan non ebbe più rivali politici nell’imporre una linea oltranzista nei confronti del vicino azerbaigiano. Come ha notato la missione OCSE il clima elettorale è stato molto polarizzato e radicalizzato da accuse reciproche e Kocharyan sembra per il momento rifiutare la legittimità delle elezioni, lamentando brogli e violazioni. A questo si aggiunge una bassa affluenza, di circa il 49% dell’elettorato.

Si tratta dunque dell’inizio di un percorso ancoro lungo e lontano dal produrre stabilità nella fragile repubblica caucasica, ma che potrebbe anche aprire una nuova fase nell’area se il mandato di Pashinyan dovesse intraprendere un indirizzo moderato. Molti analisti evidenziano che queste elezioni dimostrano come la maggior parte dell’elettorato, dando il proprio voto a Pashinyan, abbia scelto la pace con l’Azerbaigian, respingendo la possibilità di una nuova guerra, possibile nel caso della vittoria di Kocharyan. Lo stesso Kocharyan, insieme all’ex presidente Sargsyan, con il partito “Io ho l’onore”, arrivato terzo nelle attuali elezioni, rappresenta il “clan del Karabakh”, che è stato al potere dal 1998 al 2018, provocando un profondo malcontento nella società e che l’elettorato, con queste elezioni, ha respinto nettamente, così come già avvenuto nel 2018.

Con questo risultato elettorale si ritiene che possano venire a cadere gli ostacoli alla piena implementazione delle Dichiarazioni Tripartite del 10 novembre 2020 e 11 gennaio 2021, e alcuni dossier centrali per la pacificazione e stabilizzazione dell’area, incluse la questioni dello sminamento dei territori liberati dell’Azerbaigian, la definizione dei confini tra Armenia e Azerbaigian e l’apertura di tutti i collegamenti regionali, che possono giovare principalmente alla stessa Armenia, che potrebbe finalmente uscire dallo stato di isolamento regionale, causato dagli anni di belligeranza con l’Azerbaigian.