Accordi di Abramo: è tempo di ripensare il ruolo dell’Ue nel Medio oriente

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epa08767210 (L-R) Il Ministro degli Affari Esteri del Bahrein Sheikh Khalid Bin Ahmed Al-Khalifa, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il Ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan durante la cerimonia della firma degli Accordi di Abramo, che normalizza le relazioni tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein con Israele, sul prato meridionale della Casa Bianca a Washington, DC, USA, 15 settembre 2020. EPA-EFE/JIM LO SCALZO

I simboli sono uno strumento potente nella diplomazia internazionale. Gli Accordi di Abramo recentemente firmati, sotto l’egida degli Stati Uniti, rappresentano una storica “dichiarazione di pace” tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, avvenuta rendendo onore al nome del patriarca simbolo delle tre grandi religioni abramitiche del mondo, scrive Antonio López-Istúriz White.

Antonio López-Istúriz White è un parlamentare europeo appartenente al gruppo del Partito popolare europeo (Ppe) e presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con Israele. È anche il Segretario generale del PPE.

Questo accordo, insieme ai successivi accordi con Bahrein, Sudan e Marocco, apre la strada ad una normalizzazione delle relazioni di Israele con questi quattro Paesi, e faciliterà molteplici accordi successivi per rafforzare i legami commerciali, politici e sociali tra gli stati sopra menzionati.

Gli osservatori della politica mediorientale hanno a lungo criticato la lentezza di ogni tipo di sforzo diplomatico e i risultati tangibili. Eppure, ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi è a dir poco repentino. Ci sono voluti meno di 72 giorni a far dimenticare l’isolamento ufficiale di Israele da parte del mondo arabo.

Nel prossimo futuro, i turisti, gli aerei di linea e gli investimenti israeliani aumenteranno in tutta la penisola arabica, a beneficio di tutti i Paesi coinvolti.

Gli effetti immediati non sono solo economici. Si possono anche notare nella successiva esplosione di rapporti diplomatici e di negoziati in tutta la regione. Israele e l’Autorità palestinese hanno recentemente rinnovato i loro legami civili e di sicurezza dopo una pausa di sei mesi. Inoltre, Israele e il Libano stanno anche discutendo dei loro confini marittimi e di possibili esplorazioni energetiche offshore.

Per quelli di noi che conoscono la regione da anni e che hanno lavorato per migliorare la sicurezza, la stabilità e la prosperità in un’area storicamente turbolenta, questi accordi istituzionalizzano profondi cambiamenti già in corso da anni.

Solo tre decenni fa, i leader arabi e israeliani che avevano osato concepire un rapporto pacifico e amichevole tra loro, lo hanno pagato con la vita. I giorni del rifiuto inequivocabile del diritto all’esistenza di Israele sembrano ormai passati. Al contrario, i leader dei Paesi arabi stanno elogiando questa stagione di normalizzazione dei rapporti con Israele.

È innegabile che questo cambiamento di paradigma davanti a noi è di natura epocale, e va celebrato come tale. Una nuova generazione nella regione guarda al futuro e lascia le idee anacronistiche e le percezioni superate al loro posto: nel passato.

I giovani emirati, bahreiniti, sudanesi e marocchini non condividono l’astio delle generazioni precedenti nei confronti di Israele, né si preoccupano di perseguire ciecamente le politiche che hanno sempre ostacolato il processo di pace in Medio Oriente.

Un’ulteriore prova di ciò è l’espressione di interesse da parte dei Paesi del mondo musulmano a continuare a stringere accordi bilaterali con Israele. Si dice che i Paesi che già mantengono un forte ma non ufficiale legame con Israele, come l’Oman, probabilmente seguiranno anch’essi la via degli accordi diplomatici.

Si dovrebbe dare credito anche all’amministrazione statunitense uscente, che ha facilitato e incoraggiato questi accordi. Mentre molti criticavano il “piano di pace di Trump” già a gennaio, prima ancora che fosse annunciato, un’abile diplomazia americana è stata in grado di costruire su di esso per realizzare questi notevoli obiettivi.

Tutti questi fattori hanno giocato un ruolo cruciale nella realizzazione di questo storico accordo. Tuttavia, un elemento fondamentale è stato anche un tema al quale gli europei devono prestare maggiore attenzione: le azioni destabilizzanti dell’Iran. In effetti, la prova dell’importanza degli accordi è che l’Iran e i suoi proxies, compresi gli Hezbollah, sono stati quelli che li hanno respinti.

Troppo a lungo i sostenitori della pace in Medio Oriente sono rimasti a guardare mentre l’Iran sabotava ogni prospettiva di stabilità attraverso la sua rete di gruppi terroristici. Questi accordi dovrebbero servire da campanello d’allarme per tutti coloro che rendono un servizio solo a parole alla stabilità in Medio Oriente, lasciando che l’Iran e i suoi proxies regnino liberi.

Questo è solo un primo passo, ma importante. All’indomani di questi accordi di normalizzazione, è della massima importanza ripensare il ruolo dell’Unione europea in Medio Oriente.

La compiacente, lenta e mal guidata diplomazia soft-touch del Servizio europeo per l’azione esterna non ha avuto quasi alcun effetto. L’Ue e i suoi maggiori Stati membri sembrano aver svolto un ruolo minore nel determinare questi sviluppi.

Tuttavia, credo davvero che ora abbiamo una finestra di opportunità. Mentre la regione sta cambiando, cambiano anche le relazioni che hanno sostenuto il precedente status quo.

Il mazzo di carte è stato rimescolato, e l’Unione e europea deve assicurarsi di avere un posto al tavolo. Siamo un alleato stretto e indispensabile di Israele, e allo stesso tempo siamo il più grande fornitore di assistenza esterna ai palestinesi e nel complesso un peso massimo diplomatico ed economico nel mondo arabo.

È ora che ci rendiamo conto che abbiamo la capacità e possiamo raccogliere il coraggio politico e la volontà di usare la nostra influenza per un cambiamento positivo, e non per mantenere lo status quo o intraprendere conversazioni inutili.

Infatti, durante l’estate, l’Alto rappresentante Josep Borrell, e gran parte del Parlamento europeo, hanno trascorso troppo tempo a parlare e a condannare l’idea di una possibile annessione da parte di Israele, invece di condurre una proficua iniziativa diplomatica.

Mentre altri attori conducevano i negoziati che hanno portato agli accordi di normalizzazione, alcuni gruppi conducevano giochi politici basati sulle dichiarazioni elettorali di un altro Paese.

L’Unione Europea può e deve essere vista da tutte le parti come un interlocutore e un mediatore attivo e coerente. In questo contesto, e come presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con Israele, a settembre ho invitato gli ambasciatori di Israele e degli Emirati Arabi Uniti a un incontro ufficiale al Parlamento europeo dove abbiamo discusso l’Accordo di Abramo e la via da seguire.

Mentre cerchiamo collettivamente di spostare questa Unione verso una forza geopolitica, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e creare legami duraturi che non siano in balia dei cambiamenti di governo e dei venti politici.