Turchia, von der Leyen e Michel in visita per migliorare le relazioni

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (a sinistra) e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel (a destra) durante l'ultima videoconferenza con il presidente turco Erdogan. [EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ / POOL]

I leader europei Ursula von der Leyen e Charles Michel hanno effettuato una visita in Turchia martedì 6 aprile, per discutere con il presidente Recep Tayyip Erdoğan nel tentativo di migliorare i rapporti tra Bruxelles e Ankara, spesso tesi negli ultimi anni.

Le tensioni tra Unione europea e Turchia hanno avuto numerosi picchi nell’ultimo anno, in particolare per le esplorazioni di Ankara con navi alla ricerca di gas naturale nelle acque greche e cipriote. Successivamente, la Turchia ha ritirato le navi e si sono persino svolti i primi colloqui con Atene dal 2016 su tema marittimo. L’Ue ha così deciso di non procedere con le sanzioni.

Michel e von der Leyen valuteranno durante la visita se il presidente Erdoğan intende veramente mettere in pratica le sue dichiarazioni, ovvero la volontà di ‘voltare pagina’ nelle relazioni con l’Europa. La Turchia ha ribadito più volte di proseguire sulla scia di colloqui positivi avuti in una serie di videoconferenze, procedendo con “azioni concrete”.

L’Ue è stata chiara, però, avvertendo che gli sviluppi futuri dipenderanno da come Erdoğan si comporterà e se sceglierà di rimanere un partner costruttivo. La possibile distensione coincide con l’inasprimento della posizione americana sulla Turchia.

L’Europa ha scelto l’approccio ‘del bastone e della carota’, offrendo la possibilità di aggiornare l’unione doganale da entrambe le parti e la liberalizzazione dei visti, offrendo più soldi per il supporto ai rifugiati e ampliando il dialogo con la Turchia su molteplici fronti. Un funzionario turco ha comunque confermato che l’incontro non sarà una negoziazione, ma un’opportunità per le parti di mostrare i loro termini per migliorare le relazioni.

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Una serie di lamentele

L’incontro avviene poco dopo il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale contro la violenza sulle donne che ironicamente porta il nome della metropoli sul Bosforo e principale città del Paese. Nel contempo, è stata anche lanciata un’azione per chiudere il principale partito a favore dei curdi nel Paese.

Nonostante la condanna di Bruxelles a entrambe le decisioni, i leader europei hanno riaffermato a fine marzo la loro disponibilità a lavorare con la Turchia se “l’attuale fase di de-escalation fosse proseguita”.

Entrambe le parti hanno una serie di lamentele che vorrebbero portare al tavolo. Una fonte diplomatica turca ha rivelato ad Afp che Ankara si aspetta la modernizzazione dell’unione doganale, che risale al 1995, e un maggiore impegno per lo status di Paese candidato a entrare nell’Ue.

La fonte ha aggiunto che Ankara vuole aggiornare l’accordo sulle migrazioni, che ha visto l’Ue promettere miliardi di euro alla Turchia in cambio del controllo dei flussi di migranti e rifugiati verso l’Europa. Attualmente il Paese ospita quattro milioni di rifugiati, principalmente di origine siriana.

“L’Ue non ha ancora rispettato pienamente i suoi impegni, in particolare quelli finanziari”, ha dichiarato la fonte, aggiungendo che finora la Turchia ha ricevuto 3,7 miliardi di euro dei sei previsti. Bruxelles, a sua volta, ha accusato Ankara di non aver rispettato la sua parte dell’accordo, ovvero quella di riprendere i migranti che raggiungono l’Europa ma le cui richieste di asilo vengono respinte.

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Il problema di Cipro

La politica estera assertiva della Turchia è una delle fonti di dissidio con l’Unione europea. Nell’ultimo anno, il supporto turco all’Azerbaigian nel conflito del Nagorno-Karabakh che lo vede opposto all’Armenia e quello alla Libia hanno destato reazioni avverse in Europa.

Dopo aver raggiunto il cessate il fuoco in entrambi i conflitti, le parti porteranno avanti colloqui esplorativi guidati dall’Onu per la questione dell’isola di Cipro, previsti per la fine di aprile. L’isola mediterranea è stata un problema nelle relazioni tra Turchia e Ue dal 1974, quando Ankara ha occupato la parte settentrionale dell’isola in risposta a un tentativo della giunta militare allora al governo in Grecia di annettere l’isola.

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La questione curda e la repressione politica

L’immagine di Recep Tayyip Erdoğan non è quella di un campione della democrazia, agli occhi del mondo occidentale, e questo sicuramente complica la possibilità di instaurare relazioni positive con la Turchia.

Tra le tante questioni sospese tra le parti, c’è la repressione della popolazione curda a opera del governo e l’arresto e successiva detenzione di Selahattin Demirtaş, ex leader di un partito favorevole ai curdi e in prigione dal 2016 nonostante le ripetute richieste di scarcerazione dell’Occidente.

Demirtaş ha chiamato a raccolta tutti gli oppositori del partito di Erdoğan, l’Akn, chiedendo loro di formare subito un’alleanza, anziché attendere le elezioni del 2023. “Tutti i partiti che vogliono combattere fianco a fianco per la democrazia si devono unire”, ha dichiarato dalla prigione di Edirne.

L’oppositore politico ha subito una condanna a tre anni e mezzo di carcere per aver insultato il presidente, ma il processo contro di lui prosegue per accuse legate al terrorismo, che lui nega con forza. La Corte europea per i diritti umani ha dichiarato che il suo arresto è una copertura per limitare il pluralismo delle opinioni.

“La pressione, l’oppressione e la distruzione aumentano ogni giorno”, ha dichiarato a Reuters. “Perciò senza aspettare le elezioni, un’alleanza democratica sin da oggi sarebbe significativa e importante”.

Nel 2019, alle elezioni locali, le opposizioni si sono unite e sono riuscite a strappare a Erdoğan il controllo delle città principali, ma la loro cooperazione è fragile perché contengono fronti molto diversi, dal nazionalismo al laicismo, passando per gli elementi pro-curdi.

Il partito di Demirtaş, il Partito democratico del popolo (Hdp), è stato preso di mira dal governo da un anno, con arresti dei suoi componenti e il tentativo di chiusura, principalmente voluto dall’alleato nazionalista di Erdoğan, il Mhp.