Tensioni Ue-Turchia: Erdogan chiede alla Merkel un summit entro luglio

Il presidente della Turchia Erdogan [EPA/OLIVIER HOSLET]

In una videochiamata con la cancelliera tedesca, il presidente turco ha detto di sperare in un tavolo con i leader dell’Unione per migliorare i deteriorati rapporti con Bruxelles. I nodi da sciogliere con Ankara e i prossimi passi.

Sembra quasi una corsa contro il tempo la volontà della Turchia di tornare a normali rapporti con l’Unione europea. I passi mossi dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dall’inizio dell’anno, vanno nella direzione di una distensione, sentimento confermato nella videochiamata con la cancelliera tedesca Angel Merkel di lunedì 8 febbraio.

Nell’incontro virtuale sono state affrontate le questioni regionali, i rapporti bilaterali ed ovviamente il problema delle deteriorate relazioni tra Turchia e l’Unione. In una nota, diffusa dalla presidenza turca, si legge che Ankara è “impegnata a migliorare i rapporti con la Ue” seguendo “un’agenda positiva”.

IN questo contesto, Erdogan ha fatto sapere di augurarsi un vertice con Bruxelles entro la scadenza del periodo della presidenza portoghese (30 giugno). Il Portogallo è uno degli stati membri con buoni rapporti con la Turchia, per questo il ‘rais’, che ha seminato molti malumori dentro l’Unione europea, spera in un summit entro la metà dell’anno.

L’ultimo ‘summit’ Ue-Turchia si è tenuto sotto la presidenza bulgara a Varna nel maggio 2018. In rappresentanza dell’Ue c’era l’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo di quel periodo, Donald Tusk e il premier del paese ospitante Boyko Borissov, che fece forti pressioni affinché il vertice si tenesse in Bulgaria.

Tornando al nuovo percorso di relazioni Bruxelles-Ankara, c’è un altro appuntamento che dovrebbe rappresentare un passo importante sui futuri rapporti: il vertice dei leader degli Stati membri del 25-26 marzo, che dalle posizioni emerse nella riunione del dicembre 2020 ha risuonato come un ultimatum per la Turchia, in quell’occasione salvata da Germania e Bulgaria, che hanno evitato pesanti sanzioni contro lo stato asiatico-europeo.

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Ma bisogna riconoscere ad Erdogan che, dopo il minaccioso avvertimento Ue, il registro comunicativo turco si è acquietato (uno dei punti peggiori è stato toccato nello scontro con Macron), così come gli atteggiamenti in politica estera. A gennaio sono anche ripresi i colloqui dopo anni per le questioni in sospeso con la Grecia.

Dagli uffici della Merkel, dopo la videochiamata, dicono che la Cancelliera ha accolto “i recenti segnali” e gli “sviluppi positivi nel Mediterraneo orientale” da parte di Ankara, sottolineando l’importanza di “fare ora progressi nel dialogo”.

Se da un lato sembra chiara (in attesa di fatti concreti) la strada per un riavvicinamento che porti ad un nuovo corso di relazioni diplomatiche, è altrettanto oscura quella della politica interna.

La settimana scorsa l’Ue ha condannato le detenzioni di studenti universitari da parte della Turchia e l’uso da parte di Erdogan di “discorsi di odio” anti-Lgbt. Ad aggravare il quadro la repressione sulle pacifiche proteste degli universitari a Istanbul, con arresti di massa (si parla di quasi 160 detenzioni), contro la nomina del nuovo rettore Melih Bulu, membro del partito di governo Akp e fedelissimo del leader turco. L’operazione di Erdogan è quella di portare gli atenei turchi sotto il suo controllo.

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Aspetti, questi, che non aiutano nel processo di riavvicinamento e tanto meno per quello di adesione all’Ue (tema che Erdogan ha tirato fuori con forza proprio negli ultimi periodi). Questi, se aggiunti ai problemi in sospeso con la Grecia sul fronte delle esplorazioni energetiche e del traffico marittimo e a quelli analoghi con Cipro, dove pesano anche le tensioni lungo la ‘linea verde’ Onu che separa la sovranità di Nicosia da quella di Cipro del nord (repubblica turca), rendono il quadro ancora oggi complesso. Rimane poi in piedi la questione migratoria, una delle più drammatiche e complesse.

Mentre sul fronte atlantista pesano le sanzioni Usa dopo che la Turchia ha acquistato tecnologia militare dalla Russia, anche se i vertici della Nato stanno cercando di riportare all’ovile Ankara, alleato affatto trascurabile nello scacchiere orientale del Patto nord-atlantico.

Il nuovo corso diplomatico di Joe Biden, inoltre, non si basa su spettacolarizzazione e ricerca dello scontro a tutti i costi, cosa che da un lato può aiutare Erdogan, anche se il nuovo inquilino della Casa Bianca non ha fatto mancare prime forti decisioni anche verso alleati storici, come togliere il sostegno militare ai sauditi nella guerra dello Yemen.