Sofagate: l’opinione pubblica europea critica Charles Michel e ne chiede le dimissioni

Il presidente del Consiglio UE Charles Michel durante una videochiamata con il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan a Bruxelles,il 19 marzo 2021. EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ

Da un paio di giorni l’opinione pubblica europea discute di quello che è stato ufficialmente ribattezzato come il “Sofagate”. Le ripercussioni sulla democrazia europea di questo dibattito social potrebbero essere particolarmente rilevanti.
Era stata la “crisi della sedia vuota” a sancire il potere degli Stati membri in Europa; ora la “crisi della sedia mancante” potrebbe avviare una discussione seria sul ruolo del Consiglio europeo.

Cosa è successo ad Ankara lo sanno tutti, in ogni angolo di Europa. Sui social è rimbalzato il video in cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è ritrovata senza sedia e ha abbozzato un “Ehm..” molto eloquente. Da lì poi è finito su tutti i giornali. Ma quello che è più rilevante è il fatto che nel corso della giornata di ieri si è sviluppato un dibattito (nella piazza virtuale del web) che non ha precedenti: per la prima volta tantissimi cittadini europei hanno invocato le dimissioni del presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Se i commentatori e gli editorialisti si sono affrettati a condannare il gesto di Erdoğan, sottolineando come non si sia trattato solo di una gaffe del protocollo ma di una vera e propria affermazione della scarsissima considerazione per le donne da parte del presidente turco, i cittadini europei invece si sono indignati soprattutto per il comportamento di Michel, che si è accomodato sulla poltrona offerta da Erdoğan senza battere ciglio e senza dire una parola. Le accuse e le critiche al suo comportamento sono state così tante che alla fine nella serata di ieri è stato costretto a fare una dichiarazione sulla sua pagina Facebook, che, se possibile, ha peggiorato le cose.
Michel ha tentato di minimizzare la situazione, rimandando al mittente le critiche, senza considerare che su quello stesso social giravano nel frattempo le immagini dei vertici precedenti in cui il presidente della Commissione in carica era Juncker, naturalmente su una sedia appropriata.

Ue-Turchia: com'è andato davvero l'incontro, al di là del sofagate

Dopo mesi di tensioni altissime, è arrivata la fase di distensione nei rapporti diplomatici tra UE e Turchia. Ieri, martedì 6 aprile, Ursula von der Leyen e Charles Michel si sono recati in visita in Turchia, per riaprire il dialogo diplomatico …

Il senso forse più profondo di questa crisi del Sofagate è riassunta nella ultime tre righe del “Caffè” di Gramellini di giovedì 8 aprile sul Corriere della Sera: “Che rabbia. Ecco, se proprio devo trovare un aspetto positivo in questa vicenda, è la prima volta che mi arrabbio non come italiano, ma come europeo”. Probabilmente in tanti, proprio ieri, per la prima volta si sono arrabbiati com europei e per la prima volta si sono sentiti rappresentati autenticamente come europei da Ursula von der Leyen. Quando è stata lasciata in piedi prima, e su un divano qualunque dopo, si è diffusa la consapevolezza immediata che quello non era il suo posto, non solo e non tanto perché non si trattano così le donne, ma perché è lei che rappresenta l’Unione in un contesto internazionale.
Quello che a lungo è stato un dibattito per pochi appassionati di meccanismi istituzionali sovranazionali è diventato improvvisamente un tema centrale nel dibattito pubblico: chi deve rappresentare l’Europa sulla scena internazionale? Un’istituzione comunitaria come la Commissione (Von der Leyen) o i rappresentanti degli Stati membri (Charles Michel)?

Andrea Bonanni, su La Repubblica, mercoledì 7 aprile aveva scritto che il gesto di Erdoğan si potrebbe spiegare proprio nei termini di un attacco mirato e consapevole ai simboli del potere europeo. Aver lasciato in piedi Von der Leyen e fatto accomodare debitamente Michel significava non solo confermare le politiche misogine del suo governo, ma soprattutto affermare di riconoscere come interlocutore (solo) colui che rappresenta gli Stati membri dell’Ue. Il Consiglio europeo, infatti, è composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri e il suo presidente è eletto dai membri del Consiglio stesso per un mandato di due anni e mezzo, rinnovabile una volta sola. Nella compagine dei quattro presidenti (presidente della Commissione, presidente del Parlamento, presidente del consiglio europeo e presidente della Banca centrale) è l’unico che rappresenta gli Stati e il metodo intergovernativo.

A livello istituzionale, chi si è subito mosso è il Parlamento europeo: sono gli eurodeputati che hanno chiesto di aggiungere all’ordine del giorno della prossima plenaria un dibattito sull’incidente diplomatico di Ankara, chiedendo che sia anche lo stesso Michel a dare spiegazioni. Il Parlamento europeo, però, di fatto non può chiederne le dimissioni, come invece può fare nel caso di Von der Leyen. Questo perché il presidente del Consiglio europeo è nominato dai rappresentanti dei governi dei 27 e risponde solo a loro. Gli unici a poter chiedere a Michel di dimettersi sono proprio i governi nazionali.

Non è la prima volta, in ogni caso, che c’è una crisi della sedia nella storia dell’integrazione europea. Per ritrovare il precedente bisogna andare parecchio indietro nel tempo. Era stato anche in quel caso un momento decisivo per definire gli equilibri istituzionali e proprio la forza dell’istituzione che rappresenta gli Stati: la “crisi della sedia vuota” si era aperta il 30 giugno del 1965 quando il presidente francese di allora, De Gaulle, aveva deciso di boicottare le riunioni del Consiglio dei ministri della CEE, di fatto bloccandone i lavori, in disaccordo rispetto alla proposta di dare più poteri alla Commissione e al Parlamento, a discapito del Consiglio.
Quella “crisi della sedia vuota” aveva di fatto sancito la vittoria della linea di De Gaulle e il predominio del ruolo degli Stati nelle politiche europee. Chissà che il Sofagate, o la crisi della sedia mancante, invece, non sancisca l’avvio di un processo che vada nella direzione opposta.