Serbia e Kosovo riprendono la strada (tortuosa) dei colloqui

Scontri in Kosovo tra polizia e gruppi nazionalisti anti-serbi durante una manifestazione. EPA/VALDRIN XHEMAJ

Parte il nuovo ciclo di negoziati tra i due vicini dei Balcani ai ferri corti da decenni con le spinte nazionaliste che allontanano i due Paesi dell’Unione europea alle prese con pressioni internazionali, crisi istituzionali e coronavirus.

Riprendono oggi, giovedì 16 luglio, i colloqui a Bruxelles per normalizzare i rapporti tra Serbia e Kosovo dopo una lunga fase di stallo. Lo scorso 10 luglio Merkel e Macron hanno fatto i primi passi per ripristinare i canali diplomatici. La strada per risolvere le numerose controversie è comunque ostacolata da alcune difficoltà.

A più di venti anni dalla guerra che vide l’intervento Nato contro la repubblica jugoslava, della quale faceva parte il Kosovo, i due vicini balcanici sono di fronte ad una situazione che li rende ancora legati ad un passato di tensioni. Attriti irrisolti che minacciano l’instabilità in quell’inquieto angolo di Europa sudorientale.

La disputa è territoriale: Belgrado si rifiuta di riconoscere l’indipendenza che la sua ex provincia autonoma, a maggioranza etnica albanese, che ha proclamato l’indipendenza nel 2008.

Lo Stato del Kosovo è riconosciuto da oltre un centinaio di Paesi, alcuni dei quali rappresentano i più potenti della Terra, tra cui Stati Uniti, Canada e e la maggior parte dell’Unione Europea, ad eccezione invece di Russia e Cina, alleate storiche della Serbia, che escludono di fatto il piccolo Paese dall’Onu.

Le due parti sono in trattative per normalizzare le loro relazioni, sotto l’egida Ue, da un decennio. Tuttavia sono stati fatti pochi progressi, con una serie di accordi conclusi nel 2013 che devono ancora essere pienamente attuati. L’ultimo ciclo di negoziati si è interrotto nel 2018, dopo una serie di screzi diplomatici.

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Ma l’incontro virtuale organizzato da funzionari dell’Ue, lo scorso fine settimana, ha fatto sì che il presidente serbo Aleksandar Vucic e il nuovo primo ministro kosovaro Avdullah Hoti si parleranno finalmente faccia a faccia a Bruxelles.

L’incontro, che dovrebbe iniziare alle 14, sarà il primo dalla primavera del 2019, quando un vertice a Berlino tra Vucic e il presidente kosovaro Hashim Thaci non è riuscito a rilanciare i negoziati.

Borrell chiede “pragmatismo”

Mentre il Kosovo è determinato ad ottenere il pieno riconoscimento della sua sovranità, la Serbia è sotto pressione al fine di procedere alla sua candidatura di adesione all’Unione.

L’alto rappresentante Ue Josep Borrell, che guiderà il dialogo, ha esortato le parti a mostrare “coraggio politico” e “spirito di compromesso e pragmatismo”.

Un accordo finale dovrebbe risolvere numerose e spinose controversie, tra cui lo status delle aree del Kosovo popolate dai serbi (sacche di tensioni che si ripropongono spesso), i risarcimenti di guerra, il futuro dei siti religiosi serbo-ortodossi ed altri aspetti utili alla normalizzazione.

Entrambi i governi devono anche affrontare situazioni politiche potenzialmente esplosive in patria, dove ogni concessione all’altra parte non ha mai il favore del popolo.

Hoti è a capo di un governo debole che “non gode di sostegno interno e non è considerato una personalità in grado di guidare il processo”, ha detto l’analista politico di Pristina Imer Mushkolaj.

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Del resto Vucic è uscito rafforzato dalle elezioni, per quanto possa essere una “vittoria di Pirro”, dopo che il suo partito ha ottenuto una vittoria schiacciante nelle consultazioni parlamentari di giugno, boicottate dai principali schieramenti di opposizione serba.

Eppure questo controllo totale, infatti, è in realtà un “punto debole”, perché si tratta di una  “responsabilità assoluta” che il presidente serbo rischia di non coprire adeguatamente, ha detto l’analista politico serbo Aleksandar Popov. “Sarà difficile per Vucic convincere i partner stranieri che non può passare qualcosa in parlamento”, ha detto Popov all’Afp.

La questione è molto delicata in Serbia, soprattutto tra i nazionalisti che considerano il Kosovo la culla della loro cultura e del loro patrimonio religioso.

Nelle recenti proteste antigovernative scatenate inizialmente dalla gestione della crisi del Covid-19 da parte della Serbia, gli slogan “Il Kosovo è la Serbia” e “Noi non ci arrenderemo” sono stati spesso cantati.

Riconoscimento reciproco

Per il Kosovo è chiaro che l’obiettivo dei colloqui è il “riconoscimento reciproco” mentre Vucic, tuttavia, elude la questione parlando solo vagamente della necessità di “accettare la realtà” kosovara, su cui Belgrado ha effettivamente perso il controllo dopo la guerra del 1998-99.

“Per quanto riguarda la situazione del Kosovo, per noi è complicata e difficile”, ha ammesso Vucic prima dei colloqui e fa cenno ad un gioco al ribasso. “Sto cercando di ottenere quello che posso per la Serbia e di perdere solo il minimo inevitabile”, ha detto.

C’è anche la questione di come andranno i negoziati senza il tradizionale interlocutore del Kosovo: Thaci. Egli è fuori gioco dopo essere stato accusato dai procuratori speciali dell’Aia di crimini di guerra risalenti al conflitto con la Serbia.

I combattimenti tra ribelli di etnia albanese e forze serbe hanno causato circa 13mila vittime, soprattutto albanesi del Kosovo.

Ma il ribelle Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), di cui Thaci era uno dei principali membri, è stato accusato di rappresaglie contro la popolazione serba durante e dopo il conflitto.

La guerra si è conclusa quando una campagna di bombardamenti Nato ha costretto le truppe di Belgrado a ritirarsi, collocando il Kosovo sotto l’amministrazione Onu.

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