Semestre portoghese Ue e Africa: le preoccupazioni di Lisbona per la base cinese nell’Atlantico

Cerimonia dell'alzabandiera in una base militare navale cinese. [EPA/JEROME FAVRE]

Il Portogallo, per mezzo del suo ministro della Difesa, ha espresso preoccupazione per un insediamento militare che Pechino vorrebbe stabilire nell’area meridionale dell’Oceano che bagna la costa occidentale africana.

La Cina prosegue spedita la sua corsa in Africa anche in campo militare e da qualche anno si rincorrono voci sull’insediamento di una base nell’oceano Atlantico, precisamente nella zona meridionale. La candidata principale sarebbe la Namibia, nazione del sud-ovest africano che ha stretto buone relazioni con Pechino dagli anni ’90, consolidatesi in particolare durante la presidenza di Hu Jintao. Lo Stato africano, resosi indipendente dal Sudafrica dal 1990, punta a diventare un importante terminale della ‘nuova’ Via della Seta.

Quello di una presenza stabile dei militari di Pechino sull’Atlantico è un tema tornato con forza in questi giorni. Il ministro della Difesa portoghese, João Gomes Cravinho, sostiene che una base militare nella vasta regione atlantica non è necessaria e che qualsiasi ipotesi del genere sarebbe vista con “forte preoccupazione”, aggiungendo che non è “una buona idea” trasformare l’area in uno scenario di “conflitto geopolitico”.

Le parole del politico di Lisbona, riportate da Euractiv.com, sono state pronunciate durante il seminario su “Le sfide della sicurezza globale e il futuro delle relazioni transatlantiche”, organizzato nell’ambito della presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione europea in collaborazione con il Fondo Marshall tedesco.

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Gomes Cravinho ha detto di non vedere “alcuna necessità” di una base militare cinese, aggiungendo, tuttavia, di non aver ricevuto alcuna indicazione che ciò possa avvenire e che “le sfide dell’Oceano Atlantico non richiedono che un paese non atlantico stabilisca una base nella regione”.

“Francamente, questo sarebbe visto con forte preoccupazione – ha proseguito l’esponente politico di Lisbona –. Non pensiamo che sia necessario e lavoreremmo molto strettamente con i nostri partner, nel rispetto della loro sovranità e decisioni sovrane, per spiegare che non è una buona idea rendere l’Atlantico uno scenario di conflitto geopolitico”.

La penetrazione cinese in Africa risale ai tempi di Mao, inserendosi nelle esperienze dei movimenti di liberazione africani e nel sostegno degli Stati indipendenti nati in seguito. Supporto, quello della Repubblica popolare, cresciuto rapidamente nel tempo.

Del resto Pechino ha sempre avuto la capacità di leggere nel lungo periodo, costruendo passo dopo passo un’accorta diplomazia che ha saputo sfruttare i ‘vuoti’ della politica internazionale caratterizzata, fino ai periodi a cavallo degli anni ’80-’90, dalla competizione bipolare della Guerra fredda, con Usa e Urss che non erano così interessate ad insediarsi stabilmente nel continente.

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Il Portogallo, in qualità di potenza coloniale, ha mantenuto la presa sui propri domini fino alla metà degli anni ’70, quando la Rivoluzione dei garofani dette il colpo di grazia alla dittatura salazarista di Marcelo Caetano. Il nuovo corso portoghese provvide a favorire l’autodeterminazione di Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e Capo Verde, ex colonie che ad oggi mantengono sostanziali buone relazioni con il Portogallo.

La Cina, in Africa, si è concentrata negli ultimi anni su politiche che puntano ad una presenza militare nei punti strategici del continente. Cosa che stanno facendo anche gli Stati Uniti e la Russia, prossima ad attraccare le sue navi a propulsione atomica in Sudan.

Nel piccolo stato di Gibuti, caratterizzato da una posizione privilegiata sullo stretto di Bab el-Mandeb, che traccia il confine tra il mar Rosso e il golfo di Aden sull’oceano Indiano, sorge una base militare cinese (non lontana da quella Usa), da qualche anno in fase di ampliamento delle proprie funzioni logistiche. Pechino starebbe inoltre guardando alla Tanzania come prossima nazione ospitante le truppe dell’Esercito popolare. Poi potrebbe toccare, appunto, all’Altantico.

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Gomes Cravinho, ha toccato anche la delicata questione dell’autonomia strategica Ue, caratterizzata da forti ritardi rispetto alla velocità con cui si sta muovendo la contesa internazionale, ormai sempre più incentrata sulla competizione cinese-statunitense.

Il ministro portoghese ritiene importante “demistificare l’idea” che l’obiettivo dell’autonomia strategica dell’Ue sia quello di “dissociare gli Stati Uniti e l’Europa” sostenendo, invece, che l’opinione di molti nell’Ue è che “l’autonomia strategica” debba essere “il riconoscimento che l’Unione europea deve avere la capacità di agire da sola quando è sola, quando non ha la possibilità di agire in partenariato con la Nato, con gli Stati Uniti, con altri partner”.