Scontro Cina-Usa, Biden invia navi militari nel Mar Cinese meridionale

La portaerei atomica USS Theodore Roosevelt (CVN-71) nel marzo 2020 in acque vietnamite. [EPA-EFE/STR]

Il nuovo corso di Washington non prende alla leggera gli atteggiamenti marittimi cinesi e punta al rafforzamento e alla costruzione di nuove alleanze militari con gli Stati della regione. I timori per un’escalation che potrebbe portare alla guerra. 

Nel fine settimana del 23-24 gennaio navi statunitensi, capeggiate dalla portaerei a propulsione nucleare Uss Theodore Roosevelt (Cvn-71), sono entrate nel Mar Cinese meridionale per promuovere la “libertà dei mari” nel pieno delle rinnovate tensioni tra Cina e Taiwan (con Taipei che segnala incursioni di bombardieri e caccia cinesi sui suoi cieli) e in una fase in cui Pechino sta ampliando la sua influenza marittima.

Il pattugliamento arriva pochi giorni dopo il giuramento di Joe Biden come presidente degli Stati Uniti e segue un anno di ripetute prove muscolari della potenza militare delle due superpotenze. Proprio nel giorno in cui il nuovo presidente americano giurava e si insediava, le autorità della Repubblica popolare emettevano sanzioni contro importanti esponenti del governo di Donald Trump, come Mike Pompeo e Steve Bannon.

Non è una novità che le forze navali degli Stati Uniti effettuino pattugliamenti nella zone. Già Obama e poi Trump hanno fatto vedere i potenti mezzi per sfidare Pechino (che di fatto controlla le isole rivendicate, le Paracel e Spratly, trasformate in installazioni militari) sulla “linea dei nove trattini”. Un tribunale arbitrale internazionale ha stabilito che la presenza della impotente nazione asiatica in quei luoghi non ha alcuna base giuridica.

Pare proprio che Biden adotterà la strategia “pivot” che fu dell’amministrazione Obama (di cui l’attuale presidente fu vice), perseguendo un impegno più profondo grazie al rafforzamento di alleanze nel sud-est asiatico, per cercare di impedire alla Cina di stabilire la propria egemonia.

Da Taiwan alla Malesia, fino a Vietnam, Filippine e Brunei, arrivano rivendicazioni (decennali) sulle piccolissime porzioni di terra e roccia. Esse vedono di buon occhio la presenza statunitense come controllo ed argine alla crescita militare della Cina, oltre alla sue vaste guardia costiera e flotta di pesca.

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Pechino ha emanato provvedimenti contro esponenti di spicco dell’amministrazione uscente, tra cui l’ex Segretario di Stato. Un’ultima spallata al ‘nemico’ ma anche un segnale a Biden.

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Nel 2020 i paesi del sud-est asiatico hanno espresso preoccupazione che l’escalation di tensioni tra Usa e Cina potrebbe portare ad un confronto militare in una zona fondamentale per l’economia mondiale, essendo una rotta commerciale vitale di cui queste nazioni emergenti sono protagoniste.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di bullismo e di costruire un “impero marittimo”, annunciando una serie di sanzioni sulle aziende statali cinesi coinvolte nella costruzione di isole artificiali. Di contro Pechino vede gli Usa come un estraneo che si intromette nella politica di stabilità nella regione, della quale i cinesi si fanno interpreti come forza di pace.

“È un affare come al solito per la competizione strategica”, ha affermato Renato de Castro, esperto di questioni internazionali dell’Università De La Salle di Manila. L’accademico filippino ha definito “sia rassicurante che preoccupante” il pattugliamento statunitense ma, ha aggiunto, “l’amministrazione Biden non può mostrare debolezza in politica estera”. La diplomazia ha oggi un impatto ancora più forte vista la delicata fase, dopo l’assalto a Capital Hill, che stanno affrontando gli Stati Uniti.

Alla Cina viene rimproverato di aver usato la pandemia, in particolare le difficoltà che stavano attraversando le altre nazioni contendenti, per avanzare rivendicazioni territoriali. Vietnam e Filippine hanno protestato dopo che Pechino ha creato distretti amministrativi nelle Paracel e nelle Spratly, dove i militari hanno eseguito esercitazioni con tanto di lancio missili balistici da diverse località in acque vicine, riporta la Reuters.

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Inoltre, guardia costiera e navi da ricognizione cinesi sono state ripetutamente rintracciate nel 2020 a fare esplorazione energetiche nei lotti offshore gestiti da Malesia e Vietnam, con una interruzione delle attività che hanno portato a settimane di stallo.

Il pattugliamento degli Stati Uniti è arrivato un giorno dopo che la Cina ha approvato una legge che permette alla sua guardia costiera di aprire il fuoco sulle navi straniere. A queste condizioni, anche se l’azione di Washington pare non essere direttamente collegata ai provvedimenti cinesi, aumenta il rischio di un conflitto.

Pechino dice di essere in linea con la giurisdizione internazionale circa la nuova legge che, inoltre, permette al personale della guardia costiera di demolire strutture di altri paesi sulle scogliere che rivendica, oltre che poter salire a bordo e ispezionare navi straniere nelle acque rivendicate dalla Cina.

Secondo Ha Hoang Hop, dell’Iseas-Yusof Ishak Institute di Singapore, “la legge aumenta il rischio di indurre incidenti involontari in mare”, aggiungendo che potrebbe anche essere considerato un avvertimento per Washington che, dalle posizioni di diversi analisti, andrà avanti sulla propria strada, facendo aumentare azioni ed esercitazioni militari della Cina.

Il Pacifico è ormai consolidato come principale area della contesa internazionale. Un tema affrontato anche nell’ultimo summit internazionale Nato, nel dicembre 2020, al quale hanno partecipato anche Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone, la Corea del Sud, tutti Stati non aderenti al Patto atlantico con i quali si vogliono stringere alleanze in chiave anti-cinese.