Sanzioni Ue alla Turchia: Merkel e Borissov salvano Ankara da misure drastiche

Il primo ministro bulgaro Borissov (sx) la cancelliera tedesca Merkel a Sofia nel 2018. EPA-EFE/STOYAN NENOV/PISCINA

L’asse tra Germania e Bulgaria ha graziato Ankara dal subire provvedimenti ben più pesanti, con Erdogan che se la cava con sanzioni mirate alle questioni delle trivellazioni nel Mediterraneo orientale.

C’erano tante aspettative su come il Consiglio europeo di giovedì 10 dicembre avrebbe affrontato le numerose questioni aperte con la Turchia di Erdogan, spina nel fianco dell’Europa nella linea di instabilità ad est. Al centro del dibattito l’opportunità di sanzionare ulteriormente Ankara con provvedimenti più pesanti rispetto agli attuali.

In serata, l’asse creatosi tra Germania e Bulgaria ha permesso alla Turchia di scampare a pesanti penalizzazioni. Fonti diplomatiche hanno confermato che “la cancelliera tedesca Angela Merkel e il primo ministro bulgaro Boyko Borissov sono stati i leader dell’Ue che si sono apertamente opposti alle sanzioni contro Ankara”, molto più di quei Paesi già contrari alle sanzioni contro Erdogan, come Italia, Spagna, Malta e Ungheria, che sono rimasti più cauti.

Mentre la Francia di Macron, “alfiere” d’Europa contro l’assertività della Turchia nelle regioni in cui vuole rafforzare la propria influenza, pare non avere premuto troppo per punire Ankara, lasciando solo l’Austria su posizioni più nette.

Del resto la Germania, attualmente detentrice della presidenza Ue, si è sempre opposta alle sanzioni, in quanto Merkel vuole tenere aperti i canali di comunicazione con Ankara, mentre quella non preventivabile, prima del vertice, sembrava essere la posizione di Sofia a causa dell’imprevedibile comportamento di Borissov, che comunque è un “noto amico” di Erdogan.

Nella sostanza, il vertice di giovedì, avrebbe solo confermato ed implementato la lista nera dei nuovi nomi di persone e società coinvolte nelle trivellazioni di gas “non autorizzate” che la Turchia sta perpetrando al largo delle coste cipriote e greche.

I leader hanno poi “condannano le azioni unilaterali della Turchia a Varosha”, il quartiere della città di Famagosta a Cipro del nord, abbandonato dal 1974 (anno dell’invasione dell’isola cipriota da parte di Ankara), dove Recep Tayyip Erdogan si è recato richiamando ad una soluzione “a due Stati” per l’isola di Cipro.

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Le conclusioni del vertice giunte nella mattinata di venerdì, dunque, vedono la condanna dei leader degli Stati membri Ue all’aggressiva e unilaterale azione della Turchia nel Mediterraneo orientale, ma nei fatti avrebbero preso una posizione soft, allungando di tre mesi il periodo di ‘grazia’, invitando poi l’alto rappresentante Ue Josep Borrell e la Commissione a preparare un rapporto sulle relazioni tra Ue e Turchia, nonché sugli “strumenti e sulle opzioni su come procedere, anche sull’estensione della portata delle decisioni” per traghettarle ad una valutazione “al più tardi nel Consiglio Europeo del marzo 2021”.

‘Sanzioni’ che hanno quindi uno peso scarso e si concentrano su questioni circoscritte se confrontate con il grande e drammatico tema dell’immigrazione, vero nodo centrale dei rapporti con Ankara. A tal proposito i leader Ue hanno promesso alla Turchia che l’Europa continuerà a fornire assistenza finanziaria per gestire i flussi migratori nel Paese.

Altro aspetto molto importante, in particolare in questa delicata fase di transizione, è che i leader europei hanno dichiarato che coordineranno i rapporti sulla ‘questione turca’ tra Usa e Ankara con la nuova amministrazione statunitense guidata da Joe Biden.

Atene a bocca asciutta (e questioni aperte nel Ppe)

L’asse bulgaro-tedesco ha grande rilievo anche negli equilibri interni al Ppe, visto che sia Merkel che Borissov appartengono alla stessa famiglia politica europea del partito greco Nuova Democrazia, al governo della Grecia con Kyriakos Mitsotakis.

Ma quello che ora tiene banco è il malcontento nella nazione ellenica. Del resto Atene, che nei mesi scorsi ha potenziato l’esercito in chiave anti-turca, aveva fatto tutt’altre richieste, come porre sanzioni di tipo “settoriale” mirate ad ambiti chiave dell’economia turca, come il settore bancario ed energetico.

La Grecia, di fronte alla pubblicazione delle conclusioni, ha fatto buon viso a cattivo gioco, rilanciandole come un risultato positivo. “L’Europa fa un passo alla volta – si apprende da fonti governative -. Un altro passo che è un forte monito alla Turchia a cambiare il suo comportamento” anche se, il primo ministro Mitsotakis, aveva dichiarato prima del vertice che era in gioco la credibilità dell’Ue, invitando i suoi partner europei ad attuare le decisioni prese durante l’ultimo incontro di ottobre.

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“L’Europa ora capisce che Erdoğan sta usando …

Secondo i media greci gli esiti del Consiglio rappresentano un passo blando e addirittura un assist all’aggressività di Erdogan nella regione. Venerdì i giornali greci hanno spaziato nelle aperture del tipo: “Nessuna sanzione contro la Turchia, la vittoria di Erdoğan nell’Ue” e “Leggere sanzioni contro la Turchia… e ci vediamo a marzo”, nel migliore dei titoli.

Il leader di governo e del partito di maggioranza avrà dunque un bel po’ di grattacapi, anche se i partiti di opposizione non hanno ancora reagito. A tal proposito però, il partito Syriza starebbe preparando un attacco all’esecutivo con l’accusa di essere tornato da Bruxelles a mani vuote.

Una consolazione per il leader greco è comunque arrivata, con gli Stati Uniti che avrebbero deciso di imporre vere e proprie sanzioni alla Turchia per l’acquisizione nel 2019 dei sistemi di difesa aerea S-400 russi.

Erdogan l’equilibrista

A dispetto del malcontento greco e delle posizioni più dure contro la Turchia all’interno dell’Ue, gli esiti non sarebbero però una ‘vittoria’ di Erdogan.

Secondo la posizione di alcuni esperti ed esponenti politici, ribadita da qualche mese, la situazione interna di Erdogan non è affatto stabile e a dimostrarlo sarebbero anche le recenti sconfitte elettorali del suo partito politico alle elezioni comunali.

Tenendo conto di queste tesi, le conclusioni del Consiglio (e soprattutto le intenzioni della Merkel) andrebbero nella direzione di tenere una certa flessibilità nei rapporti per riportare Ankara nell’alveo delle nazioni pacifiche.

Proprio nel giorno in cui la Turchia veniva risparmiata da sanzioni ancora più pesanti, Erdogan piantava definitivamente la bandiera dell’influenza turca nel Caucaso, facendo proposte concilianti all’Armenia e partecipando alla parata della vittoria dell’esercito azero, uscito trionfatore dalla guerra del Nagorno-Karabakh, in una Baku che lo ha trattato quasi come un eroe.

Dal lato europeo quindi Erdogan ha ottenuto tempo utile, mentre sui fronti aperti prosegue rapidamente la sua corsa all’affermazione regionale. Di sicuro a vincere è l’equilibrismo del leader turco.