Myanmar, “un giorno di orrore e di vergogna”

Parenti e amici durante il corteo funebre di Mg Tun Tun Aung, morto nelle proteste anti-golpe, a Mandalay, Myanmar, 23 marzo 2021. In alcuni casi i militari hanno sparato sui cortei funebri. EPA-EFE/STRINGER

“Un giorno di orrore e di vergogna”. Così è stato definita la Giornata delle Forze Armate in Myanmar, festeggiata dall’esercito golpista con una strage di civili, da Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE.

Dal giorno del colpo di stato per mano dell’esercito, il primo febbraio, il Myanmar è sconvolto da violenze. Continuano le proteste della popolazione contro il golpe che l’esercito continua a reprimere nel sangue. Negli ultimi giorni la situazione sembra però essere peggiorata: la Giornata delle Forze armate è stata macabramente festeggiata con centinaia di uccisioni di civili, tra cui bambini anche molto piccoli.
“Questa 76a giornata delle forze armate del Myanmar rimarrà impressa a tutti nel Mondo come una giornata di terrore e disonore, l’uccisione di civili disarmati, compresi i bambini, è un atto indifendibile” ha scritto sui suoi profili social l’ambasciata della UE a Rangoon.
“L’escalation di violenza gratuita dei militari contro il loro stesso popolo è inaccettabile e deve finire”, ha ribadito Borrell.

Si è levato un coro di condanna internazionale: i vertici della difesa di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e altri nove paesi hanno denunciato i militari del Myanmar, sostenendo che  “Un militare professionale segue gli standard internazionali di condotta ed è responsabile di proteggere – non di danneggiare – il popolo che serve”.
“Le azioni vergognose, vigliacche e brutali dei militari e della polizia – che sono stati filmati mentre sparavano ai manifestanti in fuga, e che non hanno risparmiato nemmeno i bambini piccoli – devono essere fermate immediatamente”, hanno detto gli inviati delle Nazioni Unite Alice Wairimu Nderitu e Michelle Bachelet in una dichiarazione comune.

Il giorno dopo la carneficina della giornata delle forze armate, l’esercito birmano ha aperto il fuoco sui partecipanti al corteo funebre di un giovane studente ucciso a sua volta dai militari nel corso delle proteste a Bago.
Il bilancio delle vittime delle repressioni dal colpo di stato del 1° febbraio è salito ad almeno 459, secondo il gruppo di monitoraggio dell’Associazione di assistenza ai prigionieri politici (AAPP).
Nonostante le proteste siano represse con violenza disarmante, i manifestanti non cedono e continuano a scendere in strada, nonostante i carri armati e i posti di blocco.

Nel frattempo, arrivano nuove accuse contro Aung San Suu Kyi, il cui partito nelle elezioni dello scorso novembre aveva ottenuto sostanzialmente un plebiscito. Insieme a lei sono stati arrestati anche il presidente Win Myint, il vice-presidente Henry Van Thio, insieme ad altri 150 parlamentari e altre 1220 persone.
L’ambasciata birmana a Londra domenica ha confermato che l’ambasciatore ha incontrato la settimana scorsa Kim, 44 anni, il figlio più giovane di Suu Kyi, che abita nel Regno Unito e che ha ribadito la richiesta di parlare con la madre per telefono.

Durante la grande parata di sabato nella capitale Naypyidaw il leader della giunta, il generale Min Aung Hlaing, ha detto di voler abbandonare il potere dopo nuove elezioni.