Libano, l’Ue progetta un regime di sanzioni per i politici responsabili della crisi

I parenti delle vittime dell'esplosione del deposito di nitrato d'ammonio nel porto di Beirut del 4 agosto 2020 protestano davanti alla residenza del portavoce del parlamento. [EPA-EFE/NABIL MOUNZER]

L’Unione europea ha dichiarato lunedì 12 luglio, durante il Consiglio dei ministri degli affari esteri, che vuole trovare un accordo entro la fine di luglio per un regime di sanzioni specifico destinato a colpire i leader del Libano.

L’Ue, guidata dalla Francia, vuole colpire i politici libanesi che, da 11 mesi, litigano soltanto, lasciando il Paese in una disastrosa crisi finanziaria, con l’inflazione alle stelle, continui blackout elettrici e carenza di cibo e combustibili.

Questa mossa fa parte di uno sforzo più grande per creare un governo stabile, che porti avanti le riforme cruciali che servono al Paese dopo quasi un anno di caos politico e collasso economico dopo l’esplosione che ha distrutto il porto di Beirut.

“Posso dire che l’obiettivo è finalizzare il regime di sanzioni entro la fine del mese. Non sto parlando della sua implementazione, ma solo della sua costruzione sulla base di un sistema legale solido”, ha detto l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell.

Quasi un anno dopo la devastante esplosione del 4 agosto 2020, che ha causato oltre 200 morti, migliaia di feriti e distrutto parte della capitale libanese, il Paese è ancora guidato da un governo provvisorio.  “Il Libano si trova in modalità di auto-distruzione da mesi”, ha detto il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian. “Ora si trova in una situazione di grave emergenza per la popolazione”.

L’Ue deve per prima cosa stabilire un regime di sanzioni che vada a colpire i singoli con divieti di viaggio e congelamenti dei beni, anche se potrebbe decidere di non colpire nessuno inizialmente. Le Drian ha detto che c’è un accordo di massima tra i 27 Stati membri sul regime.

I criteri per imporre sanzioni come divieti di viaggio e congelamenti di beni nei confronti dei politici libanesi includeranno la corruzione, l’ostruzionismo alla creazione di un governo, cattive condotte finanziarie e violazioni dei diritti umani, secondo una nota visionata da Reuters.

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Un Paese al buio

È di venerdì 9 luglio la notizia dello stop degli impianti di produzione di energia elettrica libanesi di Deir Ammar e Zahrani, che fornivano circa il 40% della corrente del Paese. Il motivo è la mancanza di combustibile per tenere in funzione le centrali.

Parte del Libano è costantemente soggetta a blackout di corrente e solo i generatori privati continuano a funzionare. Anche la distribuzione dell’acqua ne ha risentito. Il Paese è senza soldi e senza valuta straniera da far circolare: alcune petroliere cariche di carburante sono ferme da oltre una settimana davanti ai porti, perché rifiutano di scaricare finché non saranno pagate le forniture.

Anche le farmacie hanno scioperato, perché non hanno più soldi per pagare i fornitori stranieri e si trovano così a corto di medicinali. La lira libanese ha perso oltre il 90% del suo valore e più della metà del Paese si trova ora in stato di povertà.

La pandemia prima e l’esplosione del deposito di nitrato di ammonio poi hanno distrutto definitivamente lo scricchiolante traliccio su cui si reggeva il Paese, che già prima continuava a generare debito pubblico attraverso continui prestiti.

Il governo del primo ministro Hassan Diab si è dimesso il 10 agosto 2020, qualche giorno dopo la disastrosa esplosione nel porto di Beirut, ma non si è mai trovata una formazione di governo stabile da quel momento in poi, risultando in una situazione politica fragile.