Iran, condanna a morte di Djalali: gli appelli all’Ue per fermare l’esecuzione

Il capo diplomatico Ue Borrell durante una sessione del Parlamento europeo a Bruxelles. EPA-EFE/YVES HERMAN/POOL

In una lettera all’alto rappresentante Borrell l’allarme lanciato da dieci associazioni dei diritti umani per il medico detenuto dal 2016, sul quale è intervenuto anche il presidente del Parlamento europeo Sassoli.

“Noi firmatari di questo appello chiediamo all’Ue di intervenire immediatamente per ottenere la sospensione della condanna a morte”, è questa la richiesta indirizzata a Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, in una lettera congiunta di dieci organizzazioni per i diritti umani che si stanno occupando del caso Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore arrestato in Iran nel 2016.

Dunque, dopo l’appello lanciato da Amnesty international, in cui tra l’altro si denunciano le peggiorate condizioni di salute del detenuto, gli ultimi fatti relativi allo sfortunato docente arrivano a Bruxelles. I timori sono relativi al fatto che a questo punto l’estrema sentenza potrebbe realizzarsi con una certa rapidità.

“Abbiamo appena appreso che il dottor Ahmadreza Djalali è stato messo in isolamento e sarà presto trasferito nella prigione di Rajai Shahr dove verrà eseguita la sua condanna a morte”, si apprende dal testo inviato mercoledì 25 novembre, nel quale viene ricordato come il condannato sia “un ricercatore stimato a livello internazionale” che “collabora regolarmente con i principali istituti di ricerca europei”.

“Pesanti torture psicologiche”

“La sua ricerca innovativa è stata condotta in ambienti multiculturali e in collaborazione con colleghi e istituzioni in diversi paesi” e gli “studi hanno portato alla pubblicazione di più di quaranta articoli scientifici con lo scopo di migliorare la risposta all’emergenza non solo nel suo paese, l’Iran, ma anche in Europa”, dicono le associazioni che citano, inoltre, un articolo pubblicato dal settimanale Nature nel 2017 che faceva luce sulle possibili dinamiche.

Nel servizio della rivista scientifica veniva infatti riportato che “una fonte vicina al ricercatore ha rivelato, attraverso un documento presentato come trascrizione letterale di un testo manoscritto prodotto da Djalali all’interno del carcere di Evin, che nel 2014 è stato avvicinato da agenti dell’intelligence militare iraniana” e che questi “gli hanno chiesto di raccogliere informazioni sui siti chimici, biologici, radiologici e nucleari occidentali, nonché sulle infrastrutture critiche e sui piani operativi antiterrorismo”.

“Il documento afferma – si legge sempre nella lettera – che Djalali crede di essere stato arrestato per essersi rifiutato di spiare per conto dei servizi segreti iraniani”.

Le associazioni poi contestano le varie procedure che ha subito l’imputato. “Per tutto il periodo di prigionia – dicono – è stato sottoposto a torture psicologiche così pesanti, che è stato costretto, in due occasioni, a registrare false confessioni, leggendo testi preparati dai suoi inquisitori”, che hanno portato all’estrema sentenza “a seguito di un processo svoltosi a porte chiuse e in violazione di ogni minimo standard di legalità, il 21 ottobre 2017” dopo il quale è stato condannato a morte “per corruzione sulla terra (Efsad-e fel-arz)”.

Prima di essere arrestato, Djalali lavorava presso l’istituto Karolinska di Stoccolma, con un passato in Italia, dove aveva collaborato con l’Università italiana del Piemonte orientale a Novara. Proprio in questa esperienza, aveva svolto ricerche sul miglioramento delle risposte di emergenza degli ospedali quando si verificano casi di terrorismo armato o minacce radiologiche, chimiche e biologiche.

Attivismo e politica in sostegno di Djalali

La lettera indirizzata all’Alto rappresentante Ue, per chiedere la sospensione della pena capitale allo stimato ricercatore, è stata redatta e sottoscritta da dieci organizzazioni che si occupano di diritti umani, tra le quali: Fidu – Federazione italiana diritti umani, Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Crimedim – Research center in emergency and disaster medicine (Università del Piemonte Orientale), Ecpm – Ensemble contre la peine de mort, Eumans!, Global committee for the rule of Law “Marco Pannella”, Iran human rights, Nessuno tocchi Caino/Hands off Cain, Scholars at risk Italy (Sar Italia), Science for democracy.

Sostegno all’appello è arrivato anche dalla senatrice a vita e accademica italiana Elena Cattaneo, dal diplomatico Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Affari esteri del governo Monti, da Frederick Burkle, docente alla Harvard Humanitarian Initiative (Harvard University), oltre a Gregory Ciottone, presidente di Wadem – World Association of Disaster and Emergency Medicine e dal direttore di Crimedim Francesco Della Corte.

Dal Parlamento europeo: “Sottrarre Djalali alla pena capitale”  

Giovedì 26 novembre il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, su Twitter, ha chiesto “alle autorità iraniane di commutare la pena di morte del medico svedese-iraniano Ahmadreza Djalali. La pena di morte non è mai giustificata, è un affronto alla dignità umana e la sua abolizione è una priorità per l’Ue”.

Sempre giovedì l’europarlamentare e capodelegazione Pd Brando Benifei, che in questi anni ha seguito la vicenda in Parlamento, ha inviato una richiesta a Borrell per un intervento urgente a riguardo, “mentre insieme ai colleghi Giuliano Pisapia, Pierfrancesco Majorino e Andrea Cozzolino” ha “scritto una lettera ufficiale al Presidente iraniano Rohani”, ha affermato sulla sua pagina Facebook, ricordando che Djalali “è anche cittadino svedese e quindi cittadino europeo, continueremo a insistere per chiederne la liberazione e in ogni caso per sottrarlo alla pena di morte, una barbarie contro cui l’Europa continuerà a lottare in tutto il mondo”.